16.02.14

Poi lo faccio. La tendenza a procrastinare

11:07:46, Aree di intervento: Ansia, Paure, Fobie  

Prima o poi lo faccio!
La tendenza a rimandare impegni e scadenze

Luca tende a rimandare gli impegni, inviare un email, telefonare allo studente che il giorno prima lo aveva contattato, effettuare pagamenti, pulire casa, buttare l’immondizia, prenotare una visita e altro ancora. Avverte un senso di chiusura, soffocamento, ingabbiamento solo all’idea di dover svolgere tali attività.
L’obiettivo di procrastinare dovrebbe essere quello di sollevare, almeno temporaneamente, dalla preoccupazione e dal peso di dover effettuare una data incombenza. E’ un po’ come vivere in un mondo dove doveri e impegni sono lontani, come se non ci fossero. Luca tende a soffermarsi alla finestra e guardare nel vuoto con lo sguardo perso e fisso verso l’orizzonte. Il tempo scorre, passano le ore e gli impegni sono li in un angolo sembrano distanti. Luca tende, anche, a girovagare in auto senza una meta ben precisa. E’ da solo con se stesso lontano dagli impegni e dalle responsabilità. Sembra sereno ed isolato rispetto al mondo caotico e in movimento dove tutti sono presi dal fare e fare sempre di corsa. In realtà molti di coloro che rimandano non riescono a non pensare a ciò che dovrebbero fare. In questi casi il rimandare genera stress, preoccupazione e sensi di colpa. La serenità che ricerca nella procrastinazione è solo temporanea ed illusoria, ansia, umore depresso e disapprovazione del suo comportamento sopraggiungono presto.

Perché si tende a rimandare gli impegni?

Per Daniele è una lotta tra la parte razionale e quella emozionale, “so che dovrei fare una sacco di cose, dai forza una alla volta le faccio altrimenti si accumulano e poi è peggio”, “adesso non ho voglia che fretta c’è, lo faccio dopo”. Daniele è consapevole che il dopo tarda ad arrivare e in alcuni casi non arriva proprio. E’ così forte il senso di oppressione che prova prima di svolgere una attività e procrastinare gli da sollievo. Nel frattempo guarda la televisione, naviga su internet, si sente libero e sollevato. Arriva la sera, chiude la giornata con la solita frase “domani lo faccio”, ma il giorno dopo lo schema comportamentale si ripete. Passano i giorni e Daniele prova un senso di forte malessere. Si sono accumulati gli impegni e lui è rimasto fermo, prova ansia, noia, sensi di colpa e l’umore tende ad abbassarsi. La sua testa è invasa da pensieri negativi ed autodistruttivi, “sono pigro, non ho voglia di fare le cose, non combinerò mai niente nella vita, sono un fallito, gli altri riescono a raggiungere i propri obiettivi ed io no”. I pensieri negativi peggiorano ulteriormente il suo umore bloccando ancora di più il suo comportamento.

Daniele squalifica e autodistrugge la sua persona, valorizzando, al contrario, tutti gli altri percepiti come migliore di lui. Daniele è intrappolato in un circolo vizioso.

Ansia, senso di oppressione prima di svolgere un’attività, tendenza a rimandare che determina sollievo e benessere temporaneo. Con il passare del tempo, l’inattività genera ansie, preoccupazioni e conseguenti emozioni negative, che confermano l’idea negativa che ha di se stesso e bloccano ulteriormente il suo comportamento.

L’unico modo per interrompere il circolo che lo intrappola è di passare all’azione nonostante i vari pensieri negativi che assillano la mente. So che è dura, in alcuni casi diventa una lotta interna tra il fare e il non fare, ma solo l’azione e il comportamento rappresentano una soluzione.

Dietro alla tendenza a procrastinare c’è qualcosa di più della semplice pigrizia.

Daniele non si sente capace, all’altezza, la sua insicurezza, la bassa autostima, il forte senso di inadeguatezza e le sue previsioni rigorosamente negative “tanto è inutile”, “sicuramente andrà male”, lo portano a rimandare gli impegni. Così facendo, Daniele non cerca lavoro, non si iscrive nelle liste di collocamento, non risponde agli annunci confermando il suo senso di fallimento: “ho solo svolto lavoretti, le persone della mia età, invece, si sono realizzate a livello professionale”. “Sono un fallito e non combinerò mai niente nella mia vita”.

Daniele è anche bloccato con le ragazze. Anche in questo caso i suoi pensieri negativi bloccano il comportamento: “non interesso, non piaccio a nessuno, chi si fidanza con una persona che non lavora”, L’idea negativa che Daniele ha di se stesso lo condanna alla solitudine e all’inattività. Daniele si percepisce difettoso, non interessante, non piacevole e se lui ha questa idea di se stesso, si domanda perché gli altri dovrebbero avere un’opinione diversa? Sul piano interpersonale, Daniele fatica a telefonare ad un amico per organizzare l’uscita del sabato sera o per invitarlo a casa sua per vedere insieme una partita di pallone. Non si ritiene gradevole, piacevole, non sa cosa dire, come comportarsi, prova ansia quando è in compagnia di altre persone, rimanda gli impegni e tende ad isolarsi nella sua casa. L’umore depresso complica, ancora di più la situazione. La depressione aumenta il flusso dei pensieri negativi che bloccano l’azione. L’inattività peggiora l’umore. Il circolo vizioso continua.

Alessio evita l’iscrizione alle attività sportive e tende a rimandare anche solo la curiosità di vedere l’ambiente, chiedere informazioni, vivendo nella solitudine della sua casa, in attesa che arrivi il lavoro dei suoi sogni. E’ consapevole a livello razionale che fare sport lo aiuterebbe a scaricare le sue emozioni negative, a trascorrere il tempo in compagnia senza dipendere dalla disponibilità dei parenti. Potrebbe piacevolmente stancarsi per poi dormire, invece di trascorrere notti insonne, lamentarsi di ciò e ricorrere ai farmaci, potrebbe conoscere una ragazza realizzando il suo desiderio di avere una compagna con cui condividere le sue giornate, potrebbe curare il suo corpo a cui tiene, conoscere potenziali amici ed appartenere ad un gruppo, invece di vivere distaccato ed isolato dal mondo. Visto tutti i vantaggi che Alessio avrebbe nel fare sport, perché evita o rimanda tale l’attività? Alessio al più fa nuoto libero, sport individuale e solitario.
Alessio è bloccato dai pensieri negativi, “chissà com’è l’ambiente?, “se poi non mi piace”. “Se non mi trovo bene?”, “chissà come sono le persone”, “poi ci vado”, “si ma poi devo comprarmi tutto l’abbigliamento”, ….. Dietro a tutti questi pensieri potrebbe nascondersi il disagio, la propria difficoltà a livello interpersonale al di la di una semplice pigrizia, visto il suo stile di vita solitario. Oppure potrebbero esserci delle pretese nel frequentare solo ambienti e persone di un certo livello per cui diventa esigente e critico rispetto a tutto ciò che è al di sotto delle sue aspettative. Qualunque siano le motivazioni, la realtà è che Alessio è poco integrato nell’ambiente in cui vive.

Dietro alla procrastinazione c’è anche la convinzione che il compito da svolgere sia difficile, noioso o spiacevole. La persona tende ad ingigantire l’impegno e a sottovalutare le proprie abilità. Rimandare è un’abilità di coping non funzionale, in quanto non ci permette di raggiungere l’obiettivo ma, anche in questo caso, da sollievo e regola le emozioni negative che proviamo. Scrivere la relazione di fine anno, terminare la tesi per uno studente, preparare le slide prima di una presentazione, chiarirsi con l’amica dopo un malinteso, affrontare una persona che ci mette a disagio. La persona tende a non confrontarsi con l’impegno da svolgere, evita di affrontarlo facendo passare il tempo con la speranza che le cose prima o poi si aggiustano da sole o che tanto prima o poi le farà. La non voglia, la noia, la paura di non essere capace, il non ritenersi all’altezza della situazione e il ritenere il compito difficile e complesso blocca il comportamento funzionale. Quanti studenti rimandano gli esami o studiano negli ultimi giorni prima della data prevista?

Claudia sostiene di essere una pasticciona disorganizzata. Ha difficoltà nella gestione del suo tempo e dei suoi spazi. La sua scrivania, i suoi cassetti, la sua borsa, il suo modo di lavorare e in generale la sua vita non hanno un ordine nè un metodo. Le sembra di non avere mai tempo o sopravvaluta il tempo a sua disposizione per poi accorgersi che mancano pochissimi giorni o solo poche ore per rispettare scadenze e raggiungere i suoi obiettivi, “ma si lo faccio dopo, c’è tempo”. Dipende dalla sorella che le ricorda in continuazione quello che deve fare e come farlo. Claudia non si sente capace e subisce i rimproveri e le umiliazione del capo e della sorella non contenti della qualità del suo lavoro, confermando, così, l’idea negativa che ha di se stessa. Idea che Claudia ha avuto fin da bambina, per i suoi genitori era la figlia disordinata che combinava sempre guai, sembra un ruolo affidatele e che si mantiene anche da adulta, mentre la sorella maggiore ha avuto il ruolo della figlia grande, giudiziosa e responsabile che si occupava di Claudia. Con la terapia, sta imparando un metodo, pratico e concreto, per mettere ordine ed essere più organizzata e ciò le sta permettendo di rispettare scadenze e di raggiungere i suoi obiettivi. Claudia segna su un foglio tutte le attività che deve svolgere fuori e dentro casa e in ufficio e successivamente le ordina in base alle urgenze. Darsi delle priorità le permette di organizzare la giornata, la sua settimana e a volte anche il mese. Sente di avere il controllo della situazione, ciò le da forza e sicurezza. Ha imparato a fare la lista della spesa per non ritrovarsi al supermercato e non ricordarsi più cosa acquistare e anche il suo tempo viene gestito con metodo.

Claudio prova rabbia e fastidio quando la sua compagna le ricorda di pagare le bollette, di comprarsi le sigarette, …. “è un continuo mi sta sempre a dosso, mi tratta come un bambino, io so cosa devo fare non ho bisogno che mi ricordi le cose. Se finisco le sigarette è un problema mio, perché mi deve ricordare tutto, mi sembra mia madre più che la mia compagna”. Claudio dimostra il suo disappunto temporeggiando, rimandando intenzionalmente ciò che deve fare, creando un circolo vizioso in cui più temporeggia e più la compagna le ricorda gli impegni e più Claudio si sente soffocato e più temporeggia. La compagna deve togliersi da questo ruolo e lasciare la responsabilità a Claudio di svolgere le attività, al più pagherà il costo di rimanere senza sigarette, senza soldi per telefonare e svolgerà con l’affanno e frenesia attività non adeguatamente programmate.

Giuliana tende al perfezionismo per cui o fa tutto e bene oppure rimanda, dimentica, evita e delega. Cura tutti i particolari, i più piccoli dettagli, si perde nella totale precisione e alla fine lascia perdere, quel compito che avrebbe potuto svolgere in un’ora diventa lento, complicato e laborioso. Per la festa di compleanno di suo figlio, ha costruito tutti i personaggi con la pasta di zucchero, ha lavorato fino alle tre di notte. Risultato? Impeccabile e perfetto. Giuliana ha capito che alla base del suo perfezionismo c’è insicurezza e tanta paura del giudizio. Vorrebbe inventare, dipingere, dedicarsi al decoupage, aprire un negozio dove poter vendere tutto ciò che crea, ma non fa nulla di tutto ciò. Produce solo per la sua famiglia, mai e poi mai esporrebbe per il pubblico, “mi piacerebbe tanto, lo farò”, ma quel giorno non arriva mai. Giuliana avverte un peso sul petto, soffre di ansia, sente il fallimento per ciò che avrebbe voluto fare e ciò che non ha fatto. Il suo evitare e rimandare non le da pace, né serenità.

Tiziana dovrebbe telefonare a Maurizio, suo ex marito, sono trascorse due settimane ma tende a rimandare l’impegno. Sa che deve sentirlo per ridiscutere il mantenimento del figlio, ma ogni giorno si ripete “lo farò domani, adesso non mi va”. Dietro alla difficoltà di Tiziana c’è la sua passività, le risulta difficile fare richieste anche se lecite, teme la reazione di Maurizio sa che basta poco e si arrabbia alzando la voce e accusandola di essere l’unica causa della loro separazione. Al termine di ogni loro incontro si sente in colpa, non riesce ad esprimere con forza e sicurezza i suoi pensieri e alla fine si convince di avere torto. Solo l’idea di dover telefonare a Maurizio le crea intensa ansia e disagio per cui tende a rimandare e se potesse eviterebbe. Il corso di assertività le sta insegnando a non subire e a non aggredire

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15.09.13

Ipocondria o ansia per la propria salute

14:45:01, Aree di intervento: Disturbi Somatoformi  

Ipocondria o meglio ansia per la propria salute

Luca si presenta in studio perché terrorizzato dai sintomi fisici che avverte. Riferisce di non sentirsi presente e coinvolto nella realtà circostante ma distaccato per essere concentrato sul suo corpo, al fine di cogliere qualsiasi cambiamento indice premonitore di una malattia terribile e devastante. Tasta il collo, le ascelle, l’inguine per tenere sotto controllo i linfonodi. Il livello di ansia cresce tantissimo fino ad arrivare al panico quando avverte un rigonfiamento, una vena ingrossata, stanchezza, mal di testa, febbre o qualsiasi altro sintomo. La sua mente si invade di mille dubbi, mille pensieri catastrofici: “come mai sono così stanco? Non è normale! O Dio mi sto ammalando!” L’ansia aumenta, avverte tachicardia, sudorazione, nodo in gola, fatica a respirare, avverte terrore di avere un tumore, una meningite fulminante, comunque una malattia che lo porterà sicuramente alla morte. Inizia a chiedere aiuto e rassicurazioni alla moglie che dichiara di non sopportare più le sue paure. Luca è disperato, non si sente capito, si sente solo. Si rivolge al medico di base che gli prescrive esami del sangue ed ecografie. Come al solito i risultati non evidenziano nessun disturbo. Il livello di ansia diminuisce temporaneamente. Luca non vive spensierato ma in uno stato di allerta perenne perché è convinto che tanto prima o poi qualcosa di terribile succederà. A volte dubita il giudizio dei medici e il risultato degli esami.

Cause e fattori predisponenti
Diversi fattori possono intervenire per determinare vulnerabilità a sviluppare l’ansia per la propria salute:
FATTORI GENETICI: Studi su famiglie con soggetti affetti da ipocondria non hanno dimostrato una trasmissione genetica del disturbo.
ESPERIENZE DURANTE L’INFANZIA: può succedere che i bambini trascurati a livello emozionale, cresciuti da soli e con poche attenzioni o bambini che hanno vissuto in ambienti familiari imprevedibili caratterizzati da frequenti e pesanti discussioni e conflitti possono determinare depressione e disturbi d’ansia. L’aspettarsi da adulto che da un momento all’altro possa capitare qualcosa di negativo potrebbe ricollegarsi ad un ambiente familiare o ad una reazione di un genitore improvvisa, negativa o violenta.
APPRENDIMENTO DA MODELLO: Il bambino può osservare, imitare ed identificarsi con persone significative che esprimono preoccupazioni eccessive riguardo potenziali pericoli. Davide è cresciuto con una madre che ha sempre sofferto di attacchi di panico. Davide ricorda il viso pallido, intimorito della madre tutte le volte che lo andava a prendere all’asilo. “la vedevo fragile, debole, la sua ansia era la mia. Velocemente ritornavamo a casa perché in lei c’era il terrore che da un momento all’altro poteva ripresentarsi un attacco di ansia. Ricordo le sue raccomandazioni, la sua paura, vedeva il pericolo per ogni cosa. Oggi sono un adulto ansioso con frequenti attacchi di panico e quando si presentano sintomi fisici vivo nel terrore che qualche di brutto possa capitarmi.”
ESPERIENZE FAMILIARI di GRAVI MALATTIE O MORTE: Leo è un bambino di 9 anni, all’età di 5 anni ha perso in modo veloce e inaspettato la madre. Leo ha sviluppato ansia e la paura che possa capitare qualcosa di brutto alla sua persona e in particolare al padre. E’ terrorizzato dai sintomi ed è particolarmente sensibile alla stanchezza del padre. Leo ha, anche, sviluppato un disturbo ossessivo compulsivo, attraverso gesti ripetitivi e compulsivi tiene sotto controllo la realtà circostante in modo da evitare il presentarsi di eventi negativi.
Anna Rita è cresciuta con una mamma affetta da un tumore ai polmoni. Ha vissuto la sua sofferenza, il suo dolore e l’ha vista lentamente consumarsi fino a spegnersi per sempre. Oggi Anna Rita è una donna che ha sviluppato la paura di poter morire della stessa malattia che ha causato la morte di sua madre. La sua testa è piena di “e se…?”, “e se mi ammalo?”, “e se muoio come mia madre?”, “come mai la tosse non guarisce nonostante i farmaci assunti?”, “e se abbandono i miei piccoli figli?”, … Anna Rita ha anche sviluppato la tendenza all’auto-sacrificio per gli altri, è sempre pronta e disponibile ad aiutare gli altri, fatica a dire no alle richieste, riesce a trovare il tempo per gli altri anche se è stanca ed oberata di lavoro. Il passato è ancora presente, Anna Rita non ha potuto vivere la propria adolescenza in modo spensierato facendo tutte le cose che facevano i suoi coetanei, lei doveva assistere la madre malata, somministrarle le medicine, cucinava e puliva casa. Ancor oggi annulla se stessa per gli altri.
FATTORI BIOLOGICI Vari studi dimostrano che ansia e depressione siano mediate da neurotrasmettitori cerebrali quali per esempio serotonina e noradrenalina. I deficit neurochimici associati all’ipocondria appaiono simili a quelli evidenziati nei disturbi d’ansia e dell’umore.
INFLUENZA DEI MEDIA spesso i media e internet possono contribuire al manifestarsi dell’ipocondria in soggetti vulnerabili e sensibili.

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01.03.12

Soffro di tricotillomania

16:00:28, Aree di intervento: Disturbo del controllo degli impulsi, Tricotillomania  

Tricotillomania

“Da circa 15 anni esco con la bandana in testa per nascondere le diverse aree senza capelli. Le persone penseranno che soffro di una malattia fisica, quelle terribili malattie tumorali che possono cambiare, distruggere o portare alla morte una persona. Non è così. Soffro di tricotillomania che mi porta a tirarmi e a strapparmi i capelli.

Da bambina mi strappavo le sopraciglia e le ciglia, ma il tutto era troppo evidente agli occhi degli altri e mi creava forti disagi. Sono passata ai capelli.

Mi isolo, mi allontano dalla vista di mio marito ed inizio a tirare, sono nervosa, mi sento una rabbia dentro e la scarico su di me, sui miei capelli. A volte, come un’abitudine, li tiro davanti a mio figlio,lui mi prende dolcemente il braccio e mi dice di smetterla.

Dopo sto bene ma anche male. Bene perché mi scarico le tensioni, male perché mi sento in colpa so che non dovrei farlo ma è più forte di me, non è facile smettere da sola.

Provo un fortissimo senso di vergogna e disagio quando mi trovo nei contesti sociali, mi sento osservata, giudicata, forse suscito compassione. Vedo le altre madri forti, sicure, belle, eleganti. Penso che mio figlio si vergogni di me. Gli sto creando una situazione in cui si sente diverso rispetto ai suoi compagni, le cui madri vanno in giro senza la bandana.

Capisco tutto questo ma non mi da la forza per smettere. C’è stato un periodo in cui la tricotillomania era meno intensa per cui i capelli stavano ricrescendo, ma sono ricaduta di nuovo nel disturbo. Mi raso i pochi capelli rimasti e sulla mia testa vi sono diverse aree prive di capelli. Solo a casa riesco a togliermi la bandana. Soffro di ansia, attacchi di panico, vivo nel nervosismo che mi porta un intenso e fastidioso prurito in tutto il corpo, mi gratto fino a produrmi graffi e lesioni sulla pelle”.

Sintomi tipici della tricotillomania

Secondo il manuale degli psichiatri (DSM IV-TR) per formulare un’ipotesi diagnostica di tricotillomania devono essere presenti i seguenti sintomi:
. ricorrente strappamento dei propri capelli e peli che causa una notevole perdita degli stessi
. piacere, gratificazione o sollievo durante lo strappamento dei capelli o dei peli
. il comportamento non è meglio attribuibile ad un altro disturbo mentale e non è dovuta ad una condizione generale, per esempio dermatologica.

Caratteristiche generali della tricotillomania

La tricotilomania viene inclusa nel DSM IV tra i Disturbi del controllo degli Impulsi. La persona avverte il bisogno di strapparsi i capelli per piacere, gratificazione o per alleviare la tensione che percepisce. Nei casi più gravi, i capelli o i peli possono essere ingeriti (tricofagia).
La conseguenza più evidente di tale disturbo sono le estese aree di alopecia nella zona del cuoio capelluto, sopraciglia, ciglia e più raramente nella zona pubica.

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02.02.12

Disturbi specifici dell'apprendimento

I motivi per cui un bambino non ottiene buoni risultati scolastici sono vari.

Occorre fare un primo colloquio di conoscenza con entrambi i genitori senza il bambino per capire le difficoltà che il figlio presenta a livello scolastico e per raccogliere informazioni dettagliate sulla gravidanza, il parto, l'allattamento, lo svezzamento, la deambulazione, il linguaggio e su tutte le esperienze familiari, sociali e scolastiche di cui il bambino ha fatto esperienza.

L'obiettivo del primo colloquio è di capire le risorse, le abilità e le eventuali difficoltà incontrate durante la crescita.

Sappiamo che per parlare di Disturbo Specifico dell'Apprendimento occorre escludere qualsiasi problema a livello sensoriale, neurologico, emozionale e il bambino deve aver ricevuto un'adeguata istruzione scolastica.

Dopo aver raccolto tutte le informazioni necessarie, verrà somministrata al bambino una batteria completa di test per la valutazione neuropsicologica ed eventualmente test specifici per i disturbi dell'apprendimento.

Sulla base dei punteggi ottenuti, seguirà un lavoro pratico, tramite esercizi cartacei e cd per potenziare le funzioni cognitive che sono alla base dell'apprendimento scolastico.

E' importante lavorare sulle emozioni e l'autostima del bambino che può essere bassa a causa delle difficoltà scolastiche accumulate.

Per maggior informazioni:

maria.narduzzo@gmail.com
Cell: 3337130974

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23.01.12

Disturbo Ossessivo Compulsivo: pensieri pedofili e omosessuali

Mi chiamo Rebecca, ho 24 anni e da parecchi anni soffro di Disturbo Ossessivo Compulsivo.
Nella mia vita mi sono sempre innamorata e preso forti cotte e sbandate per i ragazzi ...oro sto felicemente da 4 anni con un ragazzo meraviglioso e da qualche tempo conviviamo ... però ... c'è un però ... Da tanto tempo ormai questi dubbi mi assillano: “non è che sei lesbica?”, “e se scopri che ti piacciono le ragazze?”, “se non sono solo fantasie?”, “e se fai soffrire il tuo ragazzo perchè un giorno scoprirai di essere omosessuale?” ... Quando vedo una ragazza, mi vengono pensieri e dubbi del tipo: “cosa vorresti fare con lei?”, “le vorresti leccare la vagina?”. “ALLORA VEDI CHE SEI LESBICA!!! Ti piace?”.

Purtroppo questi dubbi arrivano anche durante il rapporto sessuale con il mio ragazzo: “se fosse una donna, ti piacerebbe di più?”, “ma ti piace il pene?”, “sei sicura?”. Ancor prima di fare l'amore mi arrivano questi pensieri, che vorrei non avere e non riesco a lasciarmi andare. Vado in ansia, mi agito e la testa non è rivolta al piacere, ma intenta a capire e a rispondere alle tante domande.

Le ossessioni arrivano anche quando vedo dei bambini ... anche neonati ... pensieri a contenuto pedofilo: “cosa ci vorresti fare con quel bambino?” “Fai veramente schifo ... ma come farai un giorno ad avere dei figli?”, “e se mentre li cambi, ti vengono strane idee in testa?”. Questi pensieri sono assurdi perchè non fare mai del male ad un bambino e mi creano angoscia.

A fine giugno ho preso coraggio e sono andata in terapia. Ho capito di soffrire di disturbo ossessivo compulsivo. Nel momento in cui arrivano i pensieri ossessivi provo emozioni negative: paura, ansia a mille, terrore, senso di colpa, tutto questo mi porta a ricercare immediatamente spiegazioni del perchè ho questi pensieri, rispondo a tutti i dubbi e sento il bisogno di confessare a mia madre tutto quello che mi passa per la mente. Ho capito che così facendo provo sollievo dalle mie paure ma è solo temporaneo, tutto riprende nell'arco di qualche minuto o ore, poi ritorna un altro pensiero, provo ansia, emetto compulsioni e l'emozione negativa diminuisce. Io sono li intrappolata in questo circolo vizioso fin da quando sono bambina.

Ho iniziato ad ascoltare tutti i santi giorni una cassetta in cui sono state registrate le ossessioni che invadono la mia mente. Ho imparato ad essere consapevole della loro presenza, li chiamo per nome e cerco di prenderne distanza.

Ho imparato che per poter allontanare quella bestia malefica bisogna competere, competere a più non posso e non lasciarlo ASSOLUTAMENTE PARLARE.

Vedo una bella ragazza in un video musicale che balla in modo sensuale e provocatorio ... sento arrivare il doc da lontano ...tadann ...eccolo: “ti piace?”, “ti eccita?”, “allora vedi che sei lesbica ...”. Se prima gli lasciavo finire di dire tutta la frase, ora "al ti piace?", dico STOP!!!! NON MI ROMPERE, NON TI ASCOLTO, taglio corto e vado avanti, penso a qualcos'altro e mi concentro su quello che sto facendo. Mi concentro sul presente. Ho capito che questa è la mia forza. TAGLIARE CORTO SUBITO!!!

Un altro esercizio simpatico che mi ha fatto fare la Dott.ssa Narduzzo è stato quello di prendere in giro il DOC. Appena mi arrivano i pensieri ossessivi, li ripeto facendo una vocina da scema tipo quella da babbo Natale o da vecchietta giusto per far sentire il DOC ridicolo, prendere distanza emozionale e non farmi travolgere. Così facendo le ossessioni che prima mi angosciavano, ora perdono di importanza.

Con la terapia cognitivo comportamentale i pensieri si sono affievoliti e sono sempre meno presenti e più deboli. Ho iniziato anche a fare sport e lì mi scarico tantissimo, svagando la mente e rilassando il corpo.

Purtroppo quella bestia malefica ti attacca proprio dove tu ti senti forte, quando stai bene e quando pensi di aver vinto tu, facendoti venire dubbi con le persone più care. Per esempio, ora che ho imparato a gestirlo sul fronte pedofilo e omosessuale, mi sta attaccando sulla mia relazione affettiva. E' un'ossessione per me nuova, ho paura e mi sento in colpa: “e se ti sei presa una cotta per il ragazzo della palestra?”, “ami ancora il tuo fidanzato?", “se l'amore finisce?, lo farai sentire malissimo, lo farai soffrire, dovrete vendere casa, facendo andare tutto a rotoli. Cosa ci faresti con il ragazzo nuovo?”. Ho la testa in fumo e non riesco più a ragionare, non sono lucida. E' proprio ora che non bisogna arrendersi, bisogna tirare fuori gli attributi e fargli vedere sul serio chi comanda.

Ho capito che con il passare del tempo il contenuto del DOC può cambiare, è importante riconoscerlo, chiamarlo per nome e prendere distanza. Se andassi dietro ai pensieri, rinuncerei ad andare in palestra, invece so che devo vivere la stessa situazione con maggior serenità e tranquillità, concentrandomi sull'attività sportiva. Sono consapevole ed accetto che i pensieri arriveranno, ma li lascio andare.

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Starbene: mente-corpo

Dott.ssa Maria Narduzzo
Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
Terapeuta EMDR
Docente dell'Istituto Watson
P.Iva 09100990010
Cell 3337130974
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presso Studio Medico Crocetta
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