Categoria: Ansia, Paure, Fobie

16.02.14

Poi lo faccio. La tendenza a procrastinare

11:07:46, Aree di intervento: Ansia, Paure, Fobie  

Prima o poi lo faccio!
La tendenza a rimandare impegni e scadenze

Luca tende a rimandare gli impegni, inviare un email, telefonare allo studente che il giorno prima lo aveva contattato, effettuare pagamenti, pulire casa, buttare l’immondizia, prenotare una visita e altro ancora. Avverte un senso di chiusura, soffocamento, ingabbiamento solo all’idea di dover svolgere tali attività.
L’obiettivo di procrastinare dovrebbe essere quello di sollevare, almeno temporaneamente, dalla preoccupazione e dal peso di dover effettuare una data incombenza. E’ un po’ come vivere in un mondo dove doveri e impegni sono lontani, come se non ci fossero. Luca tende a soffermarsi alla finestra e guardare nel vuoto con lo sguardo perso e fisso verso l’orizzonte. Il tempo scorre, passano le ore e gli impegni sono li in un angolo sembrano distanti. Luca tende, anche, a girovagare in auto senza una meta ben precisa. E’ da solo con se stesso lontano dagli impegni e dalle responsabilità. Sembra sereno ed isolato rispetto al mondo caotico e in movimento dove tutti sono presi dal fare e fare sempre di corsa. In realtà molti di coloro che rimandano non riescono a non pensare a ciò che dovrebbero fare. In questi casi il rimandare genera stress, preoccupazione e sensi di colpa. La serenità che ricerca nella procrastinazione è solo temporanea ed illusoria, ansia, umore depresso e disapprovazione del suo comportamento sopraggiungono presto.

Perché si tende a rimandare gli impegni?

Per Daniele è una lotta tra la parte razionale e quella emozionale, “so che dovrei fare una sacco di cose, dai forza una alla volta le faccio altrimenti si accumulano e poi è peggio”, “adesso non ho voglia che fretta c’è, lo faccio dopo”. Daniele è consapevole che il dopo tarda ad arrivare e in alcuni casi non arriva proprio. E’ così forte il senso di oppressione che prova prima di svolgere una attività e procrastinare gli da sollievo. Nel frattempo guarda la televisione, naviga su internet, si sente libero e sollevato. Arriva la sera, chiude la giornata con la solita frase “domani lo faccio”, ma il giorno dopo lo schema comportamentale si ripete. Passano i giorni e Daniele prova un senso di forte malessere. Si sono accumulati gli impegni e lui è rimasto fermo, prova ansia, noia, sensi di colpa e l’umore tende ad abbassarsi. La sua testa è invasa da pensieri negativi ed autodistruttivi, “sono pigro, non ho voglia di fare le cose, non combinerò mai niente nella vita, sono un fallito, gli altri riescono a raggiungere i propri obiettivi ed io no”. I pensieri negativi peggiorano ulteriormente il suo umore bloccando ancora di più il suo comportamento.

Daniele squalifica e autodistrugge la sua persona, valorizzando, al contrario, tutti gli altri percepiti come migliore di lui. Daniele è intrappolato in un circolo vizioso.

Ansia, senso di oppressione prima di svolgere un’attività, tendenza a rimandare che determina sollievo e benessere temporaneo. Con il passare del tempo, l’inattività genera ansie, preoccupazioni e conseguenti emozioni negative, che confermano l’idea negativa che ha di se stesso e bloccano ulteriormente il suo comportamento.

L’unico modo per interrompere il circolo che lo intrappola è di passare all’azione nonostante i vari pensieri negativi che assillano la mente. So che è dura, in alcuni casi diventa una lotta interna tra il fare e il non fare, ma solo l’azione e il comportamento rappresentano una soluzione.

Dietro alla tendenza a procrastinare c’è qualcosa di più della semplice pigrizia.

Daniele non si sente capace, all’altezza, la sua insicurezza, la bassa autostima, il forte senso di inadeguatezza e le sue previsioni rigorosamente negative “tanto è inutile”, “sicuramente andrà male”, lo portano a rimandare gli impegni. Così facendo, Daniele non cerca lavoro, non si iscrive nelle liste di collocamento, non risponde agli annunci confermando il suo senso di fallimento: “ho solo svolto lavoretti, le persone della mia età, invece, si sono realizzate a livello professionale”. “Sono un fallito e non combinerò mai niente nella mia vita”.

Daniele è anche bloccato con le ragazze. Anche in questo caso i suoi pensieri negativi bloccano il comportamento: “non interesso, non piaccio a nessuno, chi si fidanza con una persona che non lavora”, L’idea negativa che Daniele ha di se stesso lo condanna alla solitudine e all’inattività. Daniele si percepisce difettoso, non interessante, non piacevole e se lui ha questa idea di se stesso, si domanda perché gli altri dovrebbero avere un’opinione diversa? Sul piano interpersonale, Daniele fatica a telefonare ad un amico per organizzare l’uscita del sabato sera o per invitarlo a casa sua per vedere insieme una partita di pallone. Non si ritiene gradevole, piacevole, non sa cosa dire, come comportarsi, prova ansia quando è in compagnia di altre persone, rimanda gli impegni e tende ad isolarsi nella sua casa. L’umore depresso complica, ancora di più la situazione. La depressione aumenta il flusso dei pensieri negativi che bloccano l’azione. L’inattività peggiora l’umore. Il circolo vizioso continua.

Alessio evita l’iscrizione alle attività sportive e tende a rimandare anche solo la curiosità di vedere l’ambiente, chiedere informazioni, vivendo nella solitudine della sua casa, in attesa che arrivi il lavoro dei suoi sogni. E’ consapevole a livello razionale che fare sport lo aiuterebbe a scaricare le sue emozioni negative, a trascorrere il tempo in compagnia senza dipendere dalla disponibilità dei parenti. Potrebbe piacevolmente stancarsi per poi dormire, invece di trascorrere notti insonne, lamentarsi di ciò e ricorrere ai farmaci, potrebbe conoscere una ragazza realizzando il suo desiderio di avere una compagna con cui condividere le sue giornate, potrebbe curare il suo corpo a cui tiene, conoscere potenziali amici ed appartenere ad un gruppo, invece di vivere distaccato ed isolato dal mondo. Visto tutti i vantaggi che Alessio avrebbe nel fare sport, perché evita o rimanda tale l’attività? Alessio al più fa nuoto libero, sport individuale e solitario.
Alessio è bloccato dai pensieri negativi, “chissà com’è l’ambiente?, “se poi non mi piace”. “Se non mi trovo bene?”, “chissà come sono le persone”, “poi ci vado”, “si ma poi devo comprarmi tutto l’abbigliamento”, ….. Dietro a tutti questi pensieri potrebbe nascondersi il disagio, la propria difficoltà a livello interpersonale al di la di una semplice pigrizia, visto il suo stile di vita solitario. Oppure potrebbero esserci delle pretese nel frequentare solo ambienti e persone di un certo livello per cui diventa esigente e critico rispetto a tutto ciò che è al di sotto delle sue aspettative. Qualunque siano le motivazioni, la realtà è che Alessio è poco integrato nell’ambiente in cui vive.

Dietro alla procrastinazione c’è anche la convinzione che il compito da svolgere sia difficile, noioso o spiacevole. La persona tende ad ingigantire l’impegno e a sottovalutare le proprie abilità. Rimandare è un’abilità di coping non funzionale, in quanto non ci permette di raggiungere l’obiettivo ma, anche in questo caso, da sollievo e regola le emozioni negative che proviamo. Scrivere la relazione di fine anno, terminare la tesi per uno studente, preparare le slide prima di una presentazione, chiarirsi con l’amica dopo un malinteso, affrontare una persona che ci mette a disagio. La persona tende a non confrontarsi con l’impegno da svolgere, evita di affrontarlo facendo passare il tempo con la speranza che le cose prima o poi si aggiustano da sole o che tanto prima o poi le farà. La non voglia, la noia, la paura di non essere capace, il non ritenersi all’altezza della situazione e il ritenere il compito difficile e complesso blocca il comportamento funzionale. Quanti studenti rimandano gli esami o studiano negli ultimi giorni prima della data prevista?

Claudia sostiene di essere una pasticciona disorganizzata. Ha difficoltà nella gestione del suo tempo e dei suoi spazi. La sua scrivania, i suoi cassetti, la sua borsa, il suo modo di lavorare e in generale la sua vita non hanno un ordine nè un metodo. Le sembra di non avere mai tempo o sopravvaluta il tempo a sua disposizione per poi accorgersi che mancano pochissimi giorni o solo poche ore per rispettare scadenze e raggiungere i suoi obiettivi, “ma si lo faccio dopo, c’è tempo”. Dipende dalla sorella che le ricorda in continuazione quello che deve fare e come farlo. Claudia non si sente capace e subisce i rimproveri e le umiliazione del capo e della sorella non contenti della qualità del suo lavoro, confermando, così, l’idea negativa che ha di se stessa. Idea che Claudia ha avuto fin da bambina, per i suoi genitori era la figlia disordinata che combinava sempre guai, sembra un ruolo affidatele e che si mantiene anche da adulta, mentre la sorella maggiore ha avuto il ruolo della figlia grande, giudiziosa e responsabile che si occupava di Claudia. Con la terapia, sta imparando un metodo, pratico e concreto, per mettere ordine ed essere più organizzata e ciò le sta permettendo di rispettare scadenze e di raggiungere i suoi obiettivi. Claudia segna su un foglio tutte le attività che deve svolgere fuori e dentro casa e in ufficio e successivamente le ordina in base alle urgenze. Darsi delle priorità le permette di organizzare la giornata, la sua settimana e a volte anche il mese. Sente di avere il controllo della situazione, ciò le da forza e sicurezza. Ha imparato a fare la lista della spesa per non ritrovarsi al supermercato e non ricordarsi più cosa acquistare e anche il suo tempo viene gestito con metodo.

Claudio prova rabbia e fastidio quando la sua compagna le ricorda di pagare le bollette, di comprarsi le sigarette, …. “è un continuo mi sta sempre a dosso, mi tratta come un bambino, io so cosa devo fare non ho bisogno che mi ricordi le cose. Se finisco le sigarette è un problema mio, perché mi deve ricordare tutto, mi sembra mia madre più che la mia compagna”. Claudio dimostra il suo disappunto temporeggiando, rimandando intenzionalmente ciò che deve fare, creando un circolo vizioso in cui più temporeggia e più la compagna le ricorda gli impegni e più Claudio si sente soffocato e più temporeggia. La compagna deve togliersi da questo ruolo e lasciare la responsabilità a Claudio di svolgere le attività, al più pagherà il costo di rimanere senza sigarette, senza soldi per telefonare e svolgerà con l’affanno e frenesia attività non adeguatamente programmate.

Giuliana tende al perfezionismo per cui o fa tutto e bene oppure rimanda, dimentica, evita e delega. Cura tutti i particolari, i più piccoli dettagli, si perde nella totale precisione e alla fine lascia perdere, quel compito che avrebbe potuto svolgere in un’ora diventa lento, complicato e laborioso. Per la festa di compleanno di suo figlio, ha costruito tutti i personaggi con la pasta di zucchero, ha lavorato fino alle tre di notte. Risultato? Impeccabile e perfetto. Giuliana ha capito che alla base del suo perfezionismo c’è insicurezza e tanta paura del giudizio. Vorrebbe inventare, dipingere, dedicarsi al decoupage, aprire un negozio dove poter vendere tutto ciò che crea, ma non fa nulla di tutto ciò. Produce solo per la sua famiglia, mai e poi mai esporrebbe per il pubblico, “mi piacerebbe tanto, lo farò”, ma quel giorno non arriva mai. Giuliana avverte un peso sul petto, soffre di ansia, sente il fallimento per ciò che avrebbe voluto fare e ciò che non ha fatto. Il suo evitare e rimandare non le da pace, né serenità.

Tiziana dovrebbe telefonare a Maurizio, suo ex marito, sono trascorse due settimane ma tende a rimandare l’impegno. Sa che deve sentirlo per ridiscutere il mantenimento del figlio, ma ogni giorno si ripete “lo farò domani, adesso non mi va”. Dietro alla difficoltà di Tiziana c’è la sua passività, le risulta difficile fare richieste anche se lecite, teme la reazione di Maurizio sa che basta poco e si arrabbia alzando la voce e accusandola di essere l’unica causa della loro separazione. Al termine di ogni loro incontro si sente in colpa, non riesce ad esprimere con forza e sicurezza i suoi pensieri e alla fine si convince di avere torto. Solo l’idea di dover telefonare a Maurizio le crea intensa ansia e disagio per cui tende a rimandare e se potesse eviterebbe. Il corso di assertività le sta insegnando a non subire e a non aggredire

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23.01.12

Disturbo Ossessivo Compulsivo: pensieri pedofili e omosessuali

Mi chiamo Rebecca, ho 24 anni e da parecchi anni soffro di Disturbo Ossessivo Compulsivo.
Nella mia vita mi sono sempre innamorata e preso forti cotte e sbandate per i ragazzi ...oro sto felicemente da 4 anni con un ragazzo meraviglioso e da qualche tempo conviviamo ... però ... c'è un però ... Da tanto tempo ormai questi dubbi mi assillano: “non è che sei lesbica?”, “e se scopri che ti piacciono le ragazze?”, “se non sono solo fantasie?”, “e se fai soffrire il tuo ragazzo perchè un giorno scoprirai di essere omosessuale?” ... Quando vedo una ragazza, mi vengono pensieri e dubbi del tipo: “cosa vorresti fare con lei?”, “le vorresti leccare la vagina?”. “ALLORA VEDI CHE SEI LESBICA!!! Ti piace?”.

Purtroppo questi dubbi arrivano anche durante il rapporto sessuale con il mio ragazzo: “se fosse una donna, ti piacerebbe di più?”, “ma ti piace il pene?”, “sei sicura?”. Ancor prima di fare l'amore mi arrivano questi pensieri, che vorrei non avere e non riesco a lasciarmi andare. Vado in ansia, mi agito e la testa non è rivolta al piacere, ma intenta a capire e a rispondere alle tante domande.

Le ossessioni arrivano anche quando vedo dei bambini ... anche neonati ... pensieri a contenuto pedofilo: “cosa ci vorresti fare con quel bambino?” “Fai veramente schifo ... ma come farai un giorno ad avere dei figli?”, “e se mentre li cambi, ti vengono strane idee in testa?”. Questi pensieri sono assurdi perchè non fare mai del male ad un bambino e mi creano angoscia.

A fine giugno ho preso coraggio e sono andata in terapia. Ho capito di soffrire di disturbo ossessivo compulsivo. Nel momento in cui arrivano i pensieri ossessivi provo emozioni negative: paura, ansia a mille, terrore, senso di colpa, tutto questo mi porta a ricercare immediatamente spiegazioni del perchè ho questi pensieri, rispondo a tutti i dubbi e sento il bisogno di confessare a mia madre tutto quello che mi passa per la mente. Ho capito che così facendo provo sollievo dalle mie paure ma è solo temporaneo, tutto riprende nell'arco di qualche minuto o ore, poi ritorna un altro pensiero, provo ansia, emetto compulsioni e l'emozione negativa diminuisce. Io sono li intrappolata in questo circolo vizioso fin da quando sono bambina.

Ho iniziato ad ascoltare tutti i santi giorni una cassetta in cui sono state registrate le ossessioni che invadono la mia mente. Ho imparato ad essere consapevole della loro presenza, li chiamo per nome e cerco di prenderne distanza.

Ho imparato che per poter allontanare quella bestia malefica bisogna competere, competere a più non posso e non lasciarlo ASSOLUTAMENTE PARLARE.

Vedo una bella ragazza in un video musicale che balla in modo sensuale e provocatorio ... sento arrivare il doc da lontano ...tadann ...eccolo: “ti piace?”, “ti eccita?”, “allora vedi che sei lesbica ...”. Se prima gli lasciavo finire di dire tutta la frase, ora "al ti piace?", dico STOP!!!! NON MI ROMPERE, NON TI ASCOLTO, taglio corto e vado avanti, penso a qualcos'altro e mi concentro su quello che sto facendo. Mi concentro sul presente. Ho capito che questa è la mia forza. TAGLIARE CORTO SUBITO!!!

Un altro esercizio simpatico che mi ha fatto fare la Dott.ssa Narduzzo è stato quello di prendere in giro il DOC. Appena mi arrivano i pensieri ossessivi, li ripeto facendo una vocina da scema tipo quella da babbo Natale o da vecchietta giusto per far sentire il DOC ridicolo, prendere distanza emozionale e non farmi travolgere. Così facendo le ossessioni che prima mi angosciavano, ora perdono di importanza.

Con la terapia cognitivo comportamentale i pensieri si sono affievoliti e sono sempre meno presenti e più deboli. Ho iniziato anche a fare sport e lì mi scarico tantissimo, svagando la mente e rilassando il corpo.

Purtroppo quella bestia malefica ti attacca proprio dove tu ti senti forte, quando stai bene e quando pensi di aver vinto tu, facendoti venire dubbi con le persone più care. Per esempio, ora che ho imparato a gestirlo sul fronte pedofilo e omosessuale, mi sta attaccando sulla mia relazione affettiva. E' un'ossessione per me nuova, ho paura e mi sento in colpa: “e se ti sei presa una cotta per il ragazzo della palestra?”, “ami ancora il tuo fidanzato?", “se l'amore finisce?, lo farai sentire malissimo, lo farai soffrire, dovrete vendere casa, facendo andare tutto a rotoli. Cosa ci faresti con il ragazzo nuovo?”. Ho la testa in fumo e non riesco più a ragionare, non sono lucida. E' proprio ora che non bisogna arrendersi, bisogna tirare fuori gli attributi e fargli vedere sul serio chi comanda.

Ho capito che con il passare del tempo il contenuto del DOC può cambiare, è importante riconoscerlo, chiamarlo per nome e prendere distanza. Se andassi dietro ai pensieri, rinuncerei ad andare in palestra, invece so che devo vivere la stessa situazione con maggior serenità e tranquillità, concentrandomi sull'attività sportiva. Sono consapevole ed accetto che i pensieri arriveranno, ma li lascio andare.

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29.11.11

FOBIA SOCIALE: temo gli sguardi e il giudizio delle persone che mi osservano

13:59:08, Aree di intervento: Ansia, Paure, Fobie, Fobia Sociale  

Scappo dalle situazioni sociali in cui mi sento al centro dell'attenzione

Federico ha 29 anni operaio con la passione della musica, suona la chitarra e si esibiva con il suo gruppo nei vari locali. Ricevere gli applausi del pubblico lo divertiva e lo gratificava.

Da tre anni Federico evita le feste, le cene, non suona, la pausa caffè alle macchinette è diventata fonte di sofferenza. In generale, evita tutte le situazioni in cui potrebbe trovarsi al centro dell'attenzione ed essere osservato e giudicato dagli altri.

Prima di vivere una situazione sociale avverte un'intensa ansia anticipatoria : “e se sto male?”, “se mi viene l'ansia”, “mi blocco, non sono tranquillo, non riesco a ridere”, “gli altri se ne accorgono”, “potrebbero pensare che IO NON SONO A POSTO, IO SONO PAZZO”.

Durante una situazione interpersonale Federico ha paura di star male, di non riuscirsi a controllare, non si sente più se stesso, deve scappare, fuggire dagli sguardi, va in bagno oppure cerca di rimanere nella situazione ma fa finta di telefonare, gioca con il cellulare o risponde in modo veloce alle domande per togliersi dalla scena, dall'attenzione in cui gli altri lo guardano e lo ascoltano.

Federico si considera uno sfigato, la sua timidezza e la sua paura delle persone lo limitano nel cercare una fidanzata e l'essere single aumenta l'idea negativa che ha di se stesso e diminuisce la sua autostima.

Festeggiare il suo compleanno è una situazione da evitare assolutamente, esser al centro della serata, in cui le persone sono li per lui, gli parlano, fanno domande, lo chiamano e lo osservano mentre spacchetta i regali, gli crea un'ansia elevatissima. Anni fa i suoi amici gli fecero una festa a sorpresa e lui rimase serio, freddo, senza parole, in preda al panico. Tutti iniziarono a domandargli cosa avesse e se fosse arrabbiato. In realtà aveva paura e lottava contro la sua ansia. Solo pensieri negativi nella sua testa “o Dio adesso mi agito, non sorrido, non sono rilassato, gli altri se ne accorgono, devo rilassare i muscoli del viso”. Federico si concentra solo sul suo fisico per evidenziare eventuali sintomi per controllarli al fine di evitare un attacco di panico. Così facendo si perde tutto ciò che lo circonda.

L'attenzione selettiva sul proprio corpo viene vissuta erroneamente come un comportamento positivo che permette di tenere sotto controllo i vari parametri psicofisiologici per evitare un attacco d'ansia. In realtà tale atteggiamento genera maggior ansia, rigidità e non permette la distrazione che aiuta, invece, a non dare forza ai pensieri negativi.

Federico nelle situazioni di gruppo cerca di diventare piccolo e trasparente, si colloca in un angolo e rimane silenzioso per fuggire all'attenzione delle persone.

Scappare, fuggire, evitare i rapporti sociali, creano sollievo ma solo momentaneo, a lungo andare rafforzano il disturbo d'ansia, creando non solo un'immagine negativa di se stessi ma generano solitudine ed isolamento.

Ridere di se stessi, sdrammatizzare, prendersi in giro hanno permesso a Federico di vivere le situazioni sociali con minor ansia. Prima Federico lottava per evitare che le persone si accorgessero del suo disturbo, oggi riesce simpaticamente a dire “ragazzi non mi fate queste domande lo sapete che divento rosso sono timido, riuscendo a ridere insieme ai suoi amici”.

Sta imparando che fare domande agli altri, concentrarsi su ciò che lo circonda mostrando interesse, lo aiuta a non rimanere intrappolato nella paura dei sintomi e focalizzato sul suo corpo.

Federico è consapevole ed accetta che i pensieri negativi e le preoccupazioni arrivano così come le sensazioni negative ma non da forza, riesce a lasciarle andare vivendo così più serenamente. Ha imparato a guardare quei pensieri e non a giudicare negativamente se stesso attraverso quei pensieri.

Nel programma di esposizione graduale, Federico ha finalmente capito che può farcela rafforzando l'idea di se stesso. Il nostro "motto" terapeutico è sempre stato:"più faccio e più mi rafforzo".Oggi ha riscoperto il piacere di frequentare le persone diminuendo la solitudine e l'isolamento, frequenta gruppi e si dedica allo sport per distrarsi e scaricare eventuali emozioni negative.

Nella storia di vita di Federico è emersa un'infanzia caratterizzata dalla solitudine e dalla trasparenza (deprivazione emozionale). Ricorda una scena in cui suo padre lo aveva portato a pescare e Federico era contento di questo, ma queste due persone non si parlano, non interagiscono, non c'è scambio di emozioni o di esperienze. Le due persone sono insieme ma è come se di fatto fossero sole. Tutta l'infanzia è caratterizzata da silenzi e non vi sono genitori che dedicano tempo, interessati ad ascoltare e condividere. Federico, così come i suoi fratelli hanno imparato fin da piccoli a fare esperienze da soli.

Tutte queste esperienze ed emozioni sono rimaste dentro di lui senza grandi sofferenze. Ma tre anni fa, in occasione di una cena di lavoro, Federico ha avuto un attacco di ansia spaventandosi tantissimo. Da allora è iniziato il suo calvario

Prima della terapia, Federico era quel bambino non abituato ad essere al centro dell'attenzione.

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27.03.11

Come stoppare i pensieri continui e le mille preoccupazioni?

23:22:45, Aree di intervento: Ansia, Paure, Fobie, Disturbo d'Ansia Generalizzata, Stress  

Consigli per stoppare i pensieri e le preoccupazioni:

1. Arresto del pensiero: prova a dirti con forza e a voce alta STOP. I pensieri sono solo pensieri, più gli vai dietro e più aumentano. Allora STOP.

2. Dilaziona Aspetta 5 minuti di orologio prima di pensare, nel frattempo cerca di distrarti leggendo, facendo una telefonata, cantando a voce alta, .... Al termine dei 5 minuti, chiediti se devi proprio pensare o se resisti altri 5 minuti. Bravo vai avanti così, hai resistito!!!

3. Distraiti con attività piacevoli: doccia, sport, organizza uscita con amici, leggi. Mentre ti dedichi a queste attività, monitorizza, chiediti cioè se sei concentrato sull'attività scelta o se stai pensando. Nel caso tu stessi pensando, allora stoppa tutto e riporta la tua attenzione su ciò che stavi facendo.

4. Rilassati disteso sul letto: l'aria entra nel naso, la pancia si gonfia e lentamente l'aria esce dalla bocca e la pancia si sgonfia. Cencentrati sulla sensazione dell'aria che attraversa le narici e piano piano esce dalla bocca.

5. Fai una lista degli impegni e delle attività che dovresti fare. Riordina il tutto in base all'urgenza e/o all'importanza che hanno. Organizza le tue giornate, settimane e mesi in base alle attività che hai messo nella lista.

La programmazione ti aiuterà a fare ordine nella tua vita e a non sovraccaricarti di mille impegni.

Non essere rigido con te stesso: se non riesci a fare ciò che hai programmato, non è la fine del mondo, ci penserai domani!!!

Ricordati che gli imprevisti possono presentarsi e hanno la precedenza sulla tua programmazione.

Quando rivolgersi ad un terapeuta:

- provi livelli di ansia molto forti
- se le tue preoccupazioni ti assorbono così tanto da interferire con la vita quotidiana
- non riesci da solo a controllare le tue preoccupazioni
- non riesci a dormire

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27.11.10

Vaginismo: un lungo matrimonio in “bianco”

15:10:54, Aree di intervento: Ansia, Paure, Fobie, Disturbi sessuali, vaginismo  

Il mio tormento è il Vaginismo

Sara è una giovane donna di 36 anni, si presenta in studio per un problema di vaginismo.

E' sposata da 13 anni e non ha mai avuto rapporti intimi completi con il marito. Abbracci, baci, stimolazione genitale reciproca, poi il blocco totale. Sara riferisce di aver paura del dolore, quindi si irrigidisce a livello muscolare, inizia a tremare, l'ansia aumenta e ciò non le permette di lasciarsi andare al piacere, al contatto e allo scambio reciproco.

Il marito, dice che “per amore”, ma forse, anche, per passività, sottomissione ed autosacrificio, non si è mai lamentato più di tanto e nel frattempo gli anni sono passati.

Il desiderio di avere un figlio ha spinto Sara a chiedere aiuto.

In generale, dall'osservazione, dal colloquio e dai test somministrati, Sara è trattenuta, bloccata, frenata, composta, le emozioni che prova dentro, fatica fortemente a lasciarle uscire.

Dai ricordi della sua infanzia non emergono manifestazioni di affetto da parte dei suoi genitori. La mamma viene descritta, da Sara, come una persona chiusa, poco loquace, non affettuosa fisicamente, il papà è ancora più introverso della madre, non fa domande, non mostra interesse, anche lui appare come una persona molto controllata a livello emozionale.

Ancor oggi, si parla poco all'interno della famiglia di origine, i discorsi sono superficiali e non si entra in contatto con le emozioni. ( schema della deprivazione emotiva e del controllo emozionale)

Vantaggi dovuti al vaginismo

1) non provo dolore
2) mi ha permesso di gestire e comandare all'interno della relazione coniugale
3) mi permette di non lasciarmi andare

Svantaggi di soffrire di vaginismo

1) Mi impedisce di avere un figlio
2) Rovina il mio matrimonio e mi fa perdere la persona che amo
3) Mi impedisce di verificare se effettivamente provo dolore durante un rapporto intimo
4) Mi impedisce di provare piacere
5) Impedisce al mio compagno di provare piacere
6) Toglie intimità e complicità alla coppia
7) Potrei rimanere da sola
8) Va a rafforzare sempre di più il mio controllo emozionale che non mi permette di lasciarmi andare e di essere spontanea
9) Vivo nella freddezza, nella superficialità che ho imparato fin da bambina nel rapporto con i miei genitori.

In generale, Sara tende a non parlare delle sue cose personali con i colleghi, amici, familiari e marito, solo con una cognata riesce a confidarsi. Non si fida (schema della sfiducia e sospettosità), appare, così, fredda, distaccata, non permette agli altri di entrare nella sua intimità, mantiene una certa distanza, come se ci fosse una barriera tra se e gli altri.

Durante i colloqui, Sara riferisce più volte la frase “TANTO è INUTILE DIRE NON SERVE A NULLA”, sarà importante capire da dove si origina questa convinzione e da chi l'ha imparata, facendo un tuffo nel suo passato.

Ora Sara è motivata a superare il vaginismo, appare collaborante e propositiva.

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Starbene: mente-corpo

Dott.ssa Maria Narduzzo
Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
Terapeuta EMDR
Docente dell'Istituto Watson
P.Iva 09100990010
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