Aree di intervento: Disturbi da Deficit di Attenzione, Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, Disturbo della Condotta, Disturbo Oppositivo Provocatorio

26.05.08

Disturbo di attenzione e iperattività

14:42:11, Aree di intervento: Disturbi da Deficit di Attenzione  

Che cos’è il disturbo da deficit di attenzione/iperattività?

Descrizione dei sintomi

Il DDAI è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo. Per disturbo evolutivo si intende un problema di natura psicologica (o psicobiologica) che interferisce con la normale crescita del bambino e ostacola le normali attività quotidiane (andare a scuola, giocare coi coetanei, convivere serenamente coi genitori e in generale il suo normale inserimento nella società).

Il DDAI riguarda l’autocontrollo perché il bambino molto spesso non riesce ad orientare i propri comportamenti rispetto a quanto atteso dall’ambiente esterno, ovvero non è in grado di utilizzare i comandi interiori per eseguire quelle azioni che l’ambiente si aspetterebbe da lui (stare attento alla maestra che spiega, rimanere seduto durante la lezione o i pasti, svolgere i compiti per casa, aspettare il proprio turno, e così via).

I sintomi principali sono:

difficoltà di attenzione e di concentrazione
incapacità di controllare l’impulsività
difficoltà di regolare il livello di attività motoria

Presi insieme, questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente.

E’ importante sottolineare che questo non è un problema che riguarda una normale fase di sviluppo, non è nemmeno il risultato di una disciplina educativa inefficace, e tanto meno non è un problema dovuto alla cattiveria del bambino.

Il DDAI è un vero problema psicologico che ha conseguenze negative per l’individuo stesso, per la famiglia e per la scuola, e spesso rappresenta un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi personali. E’ un disturbo che genera sconforto e stress tra genitori e insegnanti, i quali si trovano impreparati nella gestione del comportamento del bambino.

Una diagnosi accurata, con strumenti specifici e condotta da un professionista è il prerequisito necessario affinché non si confonda un bambino semplicemente irrequieto con un bambino che presenti i sintomi specifici del DDAI.

Gli elementi che connotano il disturbo, come abbiamo detto, sono il deficit di attenzione, l’iperattività, l’impulsività.

Per quanto riguarda l’attenzione, recenti studi indicano che questi bambini non presentano problemi di risorse attentive, ma difficoltà nel gestire adeguatamente la loro attenzione secondo le richieste dell’ambiente (autocontrollo dell’attenzione). La difficoltà sta nel mantenere l’attenzione per un periodo prolungato di tempo, e per la difficoltà di ignorare gli stimoli esterni interferenti.

Per iperattività si intende un eccessivo e inadeguato livello di attività motoria che si manifesta con continua irrequietezza.

L’impulsività viene definita come un’incapacità ad aspettare o ad inibire risposte o comportamenti che in quel momento risultano inadeguati.

Ciò che rende un comportamento un sintomo del DDAI è l’avverbio “spesso”, cioè la frequenza con cui esso si manifesta quotidianamente.

Il deficit di attenzione

E’ molto frequente sentire i genitori di questi bambini pronunciarsi in questi termini:

“Sembra che mio figlio non ascolti”, “Non completa mai i compiti che gli vengono assegnati”, “Sogna ad occhi aperti”, “Perde sempre le sue cose”, “Si distrae facilmente e non riesce a concentrarsi”.

Difficoltà maggiori nel mantenere l’attenzione:
- l’attività è prolungata nel tempo
- i compiti sono lunghi, noiosi ripetitivi
I bambini con DDAI si annoiano e perdono interesse nei confronti dei lavori scolastici più velocemente rispetto ai coetanei. Questo li induce a cercare continuamente altre attività più divertenti, interessanti e stimolanti, senza curarsi del fatto di aver completato o no il lavoro in corso. Inoltre, i bambini con DDAI sono attratti dagli aspetti più divertenti, motivanti e gratificanti di ogni situazione. In altre parole, vengono attratti verso quelle attività che procurano loro un’immediata gratificazione ed evitano quelle che necessitano di un lungo lavoro prima di ottenere una gratificazione finale.
Questi bambini sanno che un certo compito è importante ed andrebbe portato a termine, ma non riescono ad autoregolare il proprio comportamento per raggiungere l’obiettivo.

Il deficit nel controllo degli impulsi

Abbiamo detto che i bambini con DDAI hanno grosse difficoltà ad aspettare. Oltre all’insofferenza per l’attesa, i bambini con DDAI non riescono ad inibire i comportamenti inadeguati in determinati contesti sociali e non riescono a controllare i proprio impulsi (soprattutto nelle risposte verbali). L’impulsività porta con sé una ridotta capacità di analisi dei rischi e dei pericoli nascosti nelle attività di tutti i giorni. Questi bambini non sanno valutare le conseguenze delle loro azioni, perciò si mettono spesso nei guai.


L’iperattività

I genitori per descrivere l’iperattività usano frasi del tipo: “non riesco a calmarlo”, “è sempre in movimento”, “è come se avesse un motorino che non si ferma mai”, “parla sempre o fa strani rumori con la bocca”. Difficilmente questi comportamenti possono essere delle strategie per attirare l’attenzione. Il problema è ancora una volta l’incapacità di controllare i comportamenti. Recenti studi condotti all’Università di Toronto spiegano l’iperattività come un tentativo da parte del bambino ad autostimolarsi, proprio nei momenti in cui aumenta la fatica a mantenere la concentrazione.

Una caratteristica comune nei bambini con DDAI è di essere incostanti negli impegni. In presenza di un QI nella norma, le loro prestazioni scolastiche risultano sottostimate. Recenti ricerche sulla metacognizione danno ulteriori ed interessanti spiegazioni riguardo a tali problemi. La metacognizione prende in esame il pensiero sul pensiero. Ognuno di noi riflette su se stesso, sul proprio modo di operare, di pensare, di analizzare le informazioni. La conoscenza metacognitiva (sapere come affrontare un compito, quali strategie adottare, quanto tempo serve) è una cosa diversa rispetto ai processi di controllo (verificare come sta procedendo il proprio lavoro, correggere eventuali errori durante l’esecuzione). In base alle ricerche di Cesare Cornoldi è emerso che i bambini con DDAI hanno una buona conoscenza metacognitiva (sanno come si dovrebbe affrontare un compito), ma non sono capaci di tradurre tali conoscenze in azione e non sono in grado di monitorare la loro prestazione.
In conclusione i bambini con DDAI hanno una dissociazione tra la conoscenza metacognitiva (intatta) e i processi di controllo (compromessi). I bambini con DDAI possiedono buone intenzioni e conoscenze sul da farsi, ma non sono in grado di rendere operative tali nozioni, e inoltre non sono in grado di monitorare la loro prestazione.

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30.11.07

I capricci dei bambini

14:11:22, Aree di intervento: Disturbo della Condotta, I capricci  

Il bambino capriccioso

Mattia è un bambino di 4 anni, oggi è andato al supermercato con entrambi i genitori. Chiede di andare sulle giostre e viene accontentato. Al termine del giro, Mattia non è contento, vuole andare ancora. Il padre si lamenta “farai ancora un giro, ma sappi che è l’ultimo”. Mattia non è ancora soddisfatto, non vuole scendere. Il padre deve inventare una scusa: “Mattia ho finito i soldi, dobbiamo andare”. Il bimbo scende dalla giostra, inizia a piangere, tira il padre dalla maglia, urla, batte i piedi per terra. La situazione diventa imbarazzante, la gente nota la scena e il padre concede ancora due giri. Generalmente, i genitori non portano Mattia a fare la spesa perché poi lui pretende patatine, caramelle e soprattutto giocattoli. I genitori non sanno come comportarsi, si sentono costretti ad accontentarlo per evitare scenate.

Padre: mio figlio non si accontenta, vuole tutto quello che vede e se oso dirgli di no, fa scenate. L’altro giorno ha iniziato a tirarmi calci e sberle, perché voleva entrare in un negozio di giocattoli. Ho cercato di resistere, ma piange ancora più forte, diventa rosso in faccia, sembra che gli manchi il respiro e sarebbe capace di andare avanti così per ore. Alla fine ho ceduto, non c’è stato verso di calmarlo.

Madre: con me la situazione è peggiore. Quando Mattia piange e urla io non riesco a dargli una sculacciata. Non riesco, è più forte di me. Urlo anch’io e quando mi sento esasperata esco di casa.

Alcuni genitori faticano a gestire i capricci dei loro figli, cedono alle loro richieste e sono incapaci di dire “no”.

Spesso i bambini dominano i genitori, hanno capito che basta piangere, urlare, buttarsi per terra e tirare i calci per ottenere ciò che desiderano.

Parole, troppe parole: “ Sei sempre il solito testone, non ti accontenti mai, la prossima volta non ti faccio andare, anzi la prossima volta non vieni proprio al supermercato”, “Vuoi sempre tutto, guarda quanti soldi mi fai spendere”. Queste sono solo tante ed inutili lamentele di noi genitori che non riusciamo a far rispettare una regola, con fermezza.

Il padre avrebbe potuto dire “Lo so che è divertente andare sulla giostra, ma eravamo d’accordo che avresti fatto tre giri. Adesso scendi”. Se il bambino insiste, piange e non vuole scendere, il padre lo prende fisicamente e lo porta via.

Accontentare i capricci del bambino vuol dire rinforzare positivamente questi suoi comportamenti disfunzionali. Il bambino non desidera ma pretende, lui vuole e sa come ottenere.

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22.11.07

Come gestire il bambino dispettoso?

23:37:47, Aree di intervento: Disturbo Oppositivo Provocatorio  

Mio figlio fa i dispetti, provoca, non la smette e noi ci sentiamo esasperati

Potrei fare centinaia di esempi concreti per evidenziare il comportamento di mio figlio:

1 Dopo aver apparecchiato, sono andata nella stanza dei miei figli. Io e Luca ci siamo messi a disegnare. Ho invitato diverse volte Alessandro a sedersi vicino a noi per disegnare, ma non mi ha neanche risposto. Dopo pochi minuti Alessandro è andato in cucina, ha preso due piatti ed ha iniziato a batterli uno contro l'altro.

In quel momento ero infastidita dal suo comportamento e più sentivo il rumore dei piatti che si toccavano l'uno contro l'altro e più il mio sangue ribolliva. Ho cercato di ignorare, continuando a disegnare.

Dopo un pò, Alessandro è entrato nella cameretta e mi ha chiesto se avessi sentito il rumore che aveva fatto. Ho cercato di ignorare la domanda e l'ho invitato, prendendolo per la mano, a disegnare con noi.

Siamo stati bene e la mezz'ora prima della cena è trascorsa in modo piacevole.

Cosa sarebbe successo se fossi andata in cucina e lo avessi sgridato? Probabilmente avrei soddisfatto il suo desiderio di irritarmi, anche a costo di essere sgridato.

2. Una sera eravamo tutti nella cameretta dei nostri figli, mio marito stava leggendo un libro per ragazzi. Era un momento bello, tutti insieme. Luca ascoltava con attenzione, Alessandro girovagava per la stanza. Lo abbiamo chiamato per stare con noi, ma lui niente andava avanti e indietro. Ad un certo punto ha aperto il cassetto del fratello ed ha iniziato a buttare per aria i giocattoli. Si girava verso di noi per vedere se lo stessimo guardando ed ogni tanto richiamava l’attenzione del fratello, chiamandolo per nome.

Ho dato un’occhiataccia a Luca come per dire fai finta di niente e stai fermi li dove sei. Abbiamo cercato di non rispondere al dispetto di Alessandro, che alla fine si è arreso all’evidenza.

Non è facile! A volte ci si sente messi alla prova e sfidati. Soprattutto sono dispiaciuta per il fatto che in quei momenti noi siamo per loro. Riesco ad ignorare se ovviamente il suo comportamento non mi sembra pericoloso per lui e per gli altri.

Quando esagera intervengo, cerco di parlare con un tono di voce calmo e tranquillo e se serve lo punisco.

Ho adottato un metodo che mi aiuta: mi parlo, dandomi delle istruzioni: stati calma, stai tranquilla, non urlare, spiega con un tono della voce basso. A volte esco dalla stanza per non intervenire bruscamente.

La cosa che mi da più forza è il pensiero che lui soffre, sta male, ricerca la nostra attenzione, anche se in modo negativo. La nascita della sorellina, la presenza di suo fratello, potrebbe essere vissuto ai suoi occhi come una mancanza di uno spazio tutto suo. Mi da l’idea di un bambino che pur ricevendo 100, voglia 150.

Ogni tanto, il sabato pomeriggio io e mio marito ci separiamo portandoci con noi un bambino, proprio per offrire uno spazio individuale all’interno del quale ridere, parlare e giocare senza la presenza degli altri componenti della famiglia.

3. Ricordo con tanta stanchezza le prime volte che allattavo al seno Claudia. Alessandro arrivava con l'intento di disturbare e portare l'attenzione su di se.

Una volta è andato sotto il lettone cantava a voce alta e con i piedi batteva contro la rete. Un’altra volta è salito in piedi sul letto e saltava a più non posso. Mi sentivo stanca e sfinita: tre bimbi, la casa, il sonno arretrato e il fastidio che in quel momento ho provato per il comportamento di mio figlio. Quasi mi stupissi e pretendessi la sua comprensione e il suo silenzio. Mi stavo per alzare dal letto per rimproverarlo, ma mi ha fermato il pensiero che in quel momento lui provasse gelosia per la sorella, come se lui volesse essere al suo posto. Probabilmente il suo star male lo esternava con la sua irruenza e con il suo disturbo. A quel punto mi è venuto spontaneo prenderlo per la mano, portarlo sul lettone ed abbracciarlo, mentre allattavo la sorella. E’ stato bello stringerli a me.

Ho capito che con mio figlio non servono le sculacciate, le punizioni e le lavate di testa, per eliminare i suoi comportamenti dispettosi e provocatori.

Anzi, la situazione peggiora, degenera: è capace di rispondermi “tanto non mi hai fatto nulla”, “non mi fai male”, “non importa se mi hai tolto il gioco”, anche in questi casi le sue risposte sono finalizzate a sminuire e a provocare ulteriormente. E’ chiaro che le regole le rispetta, non fa quello che vuole.

Ho sperimentato che le coccole, i baci, le attenzioni sulle cose belle che fa, i nostri spazi individuali e l’ignorare le provocazioni sono state utilissime.

A distanza di circa un anno il nostro è ritornato un bellissimo rapporto.

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Il comportamento oppositivo- provocatorio

13:39:06, Aree di intervento: Disturbo Oppositivo Provocatorio  

Quali sono le caratteristiche del Disturbo Oppositivo Provocatorio?

La caratteristica fondamentale del Disturbo Oppositivo Provocatorio è una modalità ricorrente di comportamento negativistico, provocatorio, disobbediente, ed ostile nei confronti delle figure dotate di autorità che persiste per almeno 6 mesi .

Il Disturbo Oppositivo Provocatorio è caratterizzato da frequente insorgenza di almeno uno dei seguenti comportamenti:

1. Perdita di controllo
2. Litigi con gli adulti
3. Tendenza ad opporsi a ciò che viene detto e stabilito
4. Rifiuto di rispettare le richieste o le regole degli adulti
5. Emissione di comportamenti finalizzati a dare fastidio agli altri
6. Tendenza ad accusare gli altri dei propri sbagli o del proprio cattivo comportamento
7. Tendenza ad essere suscettibili o facilmente infastiditi dagli altri
8. Fare dispetti o essere vendicativi

I comportamenti negativistici ed oppositivi sono espressi frequentemente. La persona con Disturbo Oppositivo-Provocatorio tiene testa agli adulti, non accetta compromessi, mette alla prova, cerca di superare i limiti, anche a costo di venir rimproverati e puniti. La tendenza all'opposizione è più forte della paura di venir puniti.

La persona con disturbo Oppositivo-Provocatorio sente ciò che gli viene detto, ma si comporta intenzionalmente all'opposto, ignorando regole, ordini e divieti.

I comportamenti tipici del Disturbo oppositivo-provocatorio sono quasi invariabilmente presenti nell’ambiente familiare, ma possono non essere evidenti a scuola o nella comunità. I sintomi del disturbo sono tipicamente più evidenti nelle interazioni con gli adulti o i coetanei che il soggetto conosce bene e possono quindi non manifestarsi durante l’esame clinico. Di solito i soggetti con questo disturbo non si considerano oppositivi o provocatori, ma giustificano il proprio comportamento come una risposta a richieste o circostanze irragionevoli.

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09.11.07

Disturbo di attenzione ed iperattività

14:48:18, Aree di intervento: Disturbi da Deficit di Attenzione  

La caratteristica fondamentale del Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività è una persistente modalità di disattenzione e/o di iperattività-impulsività che è più frequente e più grave di quanto si osserva tipicamente in soggetti ad un livello di sviluppo paragonabile .

Cosa si intende per disattenzione?

1. I soggetti che presentano il disturbo di disattenzione non riescono a prestare attenzione ai particolari o possono fare errori di distrazione nel lavoro scolastico o in altri compiti. Il lavoro è spesso disordinato e svolto senza cura e senza attenzione.
2. I soggetti spesso hanno difficoltà a mantenere l’attenzione nei compiti o nelle attività di gioco, e trovano difficile portare a termine i compiti.
3. Spesso sembra che la loro mente sia altrove o che essi non ascoltino o non abbiano sentito quanto si è appena detto loro.
4. Spesso la persona con problemi di attenzione, non segue le istruzioni che gli vengono date e non porta a termine i compiti che gli vengono assegnati. La persona può iniziare un’attività, poi si dedica ad altro e poi ad altro ancora senza completarne nessuna. Per parlare di disturbo di attenzione è bene accertarsi che la persona non si dedichi ad un compito perché non ha compreso le istruzioni o per atteggiamenti di sfida/opposizione .
5. Questi soggetti hanno spesso difficoltà nell’organizzarsi per svolgere compiti e attività. Il modo di lavorare è spesso disorganizzato e il materiale necessario per svolgere il compito viene spesso disperso, oppure maneggiato senza cura e danneggiato. E’ significativo osservare il banco dei bambini o la scrivania di lavoro di persone che presentano il disturbo di attenzione: sono tipicamente confusionarie, disorganizzate, cadono oggetti o questi vengono persi.
6. La persona che presenta problemi di attenzione è riluttante o evita di dedicarsi a compiti che richiedono sforzo mentale protratto.
7. Soggetti con questo disturbo sono facilmente distratti da stimoli irrilevanti e frequentemente interrompono compiti in corso di svolgimento per prestare attenzione a rumori senza importanza o ad eventi che di solito sono con tutta probabilità ignorati da altri (per es., il clacson di un’auto, una conversazione di sottofondo).
8. Sono spesso sbadati nelle attività quotidiane (per es., mancano ad appuntamenti, dimenticano di portarsi il pranzo). Nelle situazioni sociali, la disattenzione può essere espressa dal fatto che cambiano spesso d’argomento nella conversazione, non ascoltano gli altri, non prestano attenzione alle conversazioni e non seguono le indicazioni o le regole di giochi o attività.
9. Spesso perde gli oggetti necessari per svolgere i compiti o le attività di lavoro

Che cosa si intende per Iperattività?

1. La persona iperattiva spesso muove mani o piedi con irrequietezza o si dimena sulla sedia. Il bambino iperattivo sembra agitato e si muove in continuazione.
2. Non resta seduto sulla sedia quando dovrebbe. Si alza, si butta per terra, si dondola, si risiede, si dedica ad altre attività quando invece dovrebbe stare fermo. Anche se la persona viene richiamata e la si invita a sedersi e stare ferma, rimane li per pochi secondi ma poi si rialza.
3. Spesso a difficoltà a giocare o a dedicarsi ad attività divertenti in modo tranquillo.
4. Chi conosce una persona con iperattività la definisce “elettrico” e “motorizzato”
5. Spesso parla troppo

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Starbene: mente-corpo

Dott.ssa Maria Narduzzo
Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
Terapeuta EMDR
Docente dell'Istituto Watson
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