Archivi per: 2007

16.12.07

Ansia da separazione

23:35:35, Aree di intervento: Ansia, Paure, Fobie, Fobia Sociale  

Non vuole andare a scuola

Fabio ha tredici anni, la mattina si lamenta spesso di avere mal di testa, mal di pancia e non vuole andare a scuola.

Il medico non riscontra problemi fisici, ma il ragazzo continua a lamentarsi ed esprime il desiderio di rimanere a casa.

I genitori sono confusi: a volte lo accontentano, altre volte gli impongono di lavarsi, vestirsi per andare a scuola.

Quando Fabio rimane a casa, appare sereno, tranquillo, svolge le sue attività e non si lamenta. Se viene accompagnato a scuola piange, non vuole scendere dalla macchina, deve essere preso con la forza ed accompagnato all’interno della classe.

Facciamoci un po’ di domande per capire bene la situazione, al fine di intervenire correttamente.

Da quanto tempo Fabio chiede di non voler andare a scuola?
Ci sono cambiamenti, difficoltà o problemi a scuola?
Fabio ha litigato con i compagni, teme qualche insegnante?
Qual è il suo rendimento scolastico?
Tendenzialmente Fabio ha difficoltà nell’affrontare le situazioni di vita quotidiana, tende ad evitare e preferisce rimanere a casa?
Ci sono cambiamenti a livello familiare, che possono aver creato disagio nel ragazzo?

E’ importante parlare con il ragazzo e con gli insegnanti per avere maggiori informazioni.
Dai colloqui, non emergono importanti difficoltà scolastiche, Fabio è un ragazzo intelligente, studia ed ottiene discreti risultati, ha, inoltre, un buon rapporto con i compagni e con gli insegnanti. Emerge un po’ di disagio quando entra in classe: per circa mezz’ora è taciturno, ha gli occhi arrossati per il pianto, preferisce rimanere da solo, dopo di che ritorna sereno e svolge le sue attività senza problemi.

Dal colloquio con i genitori emerge che durante l’inserimento alla scuola materna e alle elementari, Fabio piangeva, preferiva rimanere a casa e spesso veniva accontentato. Solitamente ha difficoltà quando deve iniziare un’attività nuova, teme di non essere capace, all’altezza della situazione e piange. I genitori lo accompagnano, lo aiutano, se possono si sostituiscono a lui, invece di incoraggiarlo a provare. Quando insistono affinché Fabio affronti una situazione nuova, il ragazzo prova disagio iniziale, ma poi riesce bene. Fabio ama rimanere a casa, gioca con la play station, si collega ad internet. Si sente tranquillo e protetto quando è a casa con i suoi genitori.

Come intervenire?

Fabio e i suoi genitori devono capire che non affrontare le difficoltà temute non sarà sicuramente di aiuto, ma peggiorerà la situazione.

Evitare permette al ragazzo di stare bene al momento, ma a lungo andare rischia di evitare sempre più situazioni e si convincerà di non essere in grado di cavarsela da solo senza i genitori. Fabio deve andare a scuola tutte le mattine. Anche se i genitori faticano e devono imporsi con fermezza, sanno che il figlio superato l’impatto iniziale appare sereno e contento di andare a scuola e in generale svolge bene le varie attività.

Gioca un ruolo importante la coerenza e la continuità dell’intervento genitoriale: tutte le mattine il figlio andrà a scuola. L’incoerenza confonde il ragazzo stesso il quale riceve messaggi diversi ed ambivalenti ad una stessa richiesta fatta in giorni diversi.

In generale, Fabio dovrebbe essere incoraggiato e subito premiato per aver affrontato una situazione temuta, che avrebbe evitato. Le sue preoccupazioni e dubbi devono essere vissute non come verità assolute, ma come ipotesi da verificare personalmente e direttamente.

Fabio tende ad anticipare negativamente le situazioni:
“Ce la farò?,
Sarò capace?
Cosa mi chiederanno?
Ingigantisce gli eventi e tende a vedere sempre risultati negativi: “Sicuramente andrà male, non ricorderò nulla, ...”.

Tutte le volte che Fabio riuscirà ad affrontare una situazione sarà per lui una vittoria importante che andrà a rinforzare la stima di se stesso e smantellare la convinzione di non essere abbastanza capace.

Quando è importante richiedere l'intervento di uno psicologo?

- quando il ragazzo prova intensi livelli di ansia: dovrà, infatti, imparare tecniche per la gestione dell'ansia, tecniche cognitive e comportamentali per gestire i pensieri negativi e le preoccupazioni.

- quando i genitori desiderano non gestire da soli tale situazione.

- quando il ragazzo evita le situazioni: imparerà ad affrontare gradualmente le situazioni vissute con disagio o completamente evitate.

- quando il ragazzo ha poca autostima e considerazione di se

- quando il ragazzo presenta paure e fobie.

Permalink 695 parole da admin Email , 12723 visite • 20 feedbacks

Libera dalla depressione: la via della positività

22:49:36, Aree di intervento: Depressione Maggiore  

Mi sono liberata dai pensieri negativi con la terapia cognitivo comportamentale

I pensieri negativi hanno dominato la mia vita per molto tempo e senza che io me ne rendessi conto, questo ha influito sul mio umore.

Ogni sbaglio era ingigantito e ogni successo minimizzato. Ogni lode era filtrata dal pensiero: “mi lodano perché non sanno come sono veramente, se lo scoprissero non avrebbero nessuna stima di me”.

Pur non facendo nulla di male, mi sentivo profondamente indegna. Non riuscivo a vedere le cose buone che facevo, ma solo quelle che non riuscivo a fare, così che mi sentivo sempre più inetta e oppressa da un grave peso.

Ero convinta di avere questi pensieri a causa della depressione e non capivo che erano questi pensieri a farmi sentire depressa.

Ero attratta da film, libri e canzoni tristi, mi crogiolavo in questi sentimenti senza capire il male che mi stavo facendo.

Ora mi sento come se avessi gettato un grande fardello, sono felice, serena, allegra, accetto con gioia le lodi che mi vengono fatte, ho imparato a ridere dei miei errori, ho imparato che per essere forti non è necessario fare sempre tutto giusto perché tutti sbagliano.

Non lascio più soffermare la mente su cose tristi o negative, ma penso alle molte cose belle che ho, alle persone che mi vogliono bene e che mi apprezzano.

Scaccio il pensiero negativo che ogni tanto si affaccia nella mia mente e che mi dice: “chissà quali avvenimenti brutti mi aspettano”.

Cerco di godere delle cose belle che ho oggi e di pensare che dietro l’angolo potrebbero esserci cose ancora più belle.

Giuliana A.

Permalink 269 parole da admin Email , 4865 visite • 4 feedbacks

15.12.07

Diario alimentare per chi soffre di bulimia e/o anoressia

16:31:10, Aree di intervento: Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa  

Il diario alimentare

Il diario alimentare è uno strumento utile per diventare consapevole del proprio comportamento. Il diario alimentare serve a fornire importanti informazioni sul tuo problema alimentare e aiutarti a cambiare.

Il diario a colonne permette di segnare l’ora in cui mangi, il cibo e le bevande consumate, il luogo dove sono stati consumati i cibi, le eventuali abbuffate, uso di vomito, lassativi e/o diuretici, durata dell’attività fisica e l’ultima colonna è utile per scrivere ciò che può aver influenzato l’alimentazione eccessiva, i pensieri e le emozioni provate.

Al termine della settimana indica il peso. Pesati una volta a settimana.

Esempio di diario alimentare compilato da una ragazza bulimica

Giorno/ora: Ore 12,00 Lunedì
Cibo–bevande consumate: Insalata
Luogo: Bar
Abbuffate: No
V/L/AF: No
Antecedenti, pensieri, comportamenti: Se mangio l’insalata mi sento in forma. Sono contenta perché sono riuscita a trattenermi.


Giorno/ora: Ore 15,00
Cibo–bevande consumate: Gelato
Luogo: Bar
Abbuffate: No
V/L/AF: No
Antecedenti, pensieri, comportamenti:
Mi sento Nervosa (70), “i miei colleghi hanno insistito affinché mangiassi il gelato”.
Disagio (70) “La gente mi guarda cosa sta pensando?”, “Noteranno le mie cosce?”, “Diranno, guarda quella invece di fare la dieta, mangia il gelato”

Giorno/ora: Ore 20,00
Cibo–bevande consumate: Pizza, 2 gelati, yogurt, 1 banana, yogurt
Luogo: Mia stanza
Abbuffate: Si
V/L/AF: 2 ore di attività fisica
Antecedenti: Litigata con il mio fidanzato
Emozione provata: Rabbia (80), Delusione (70)
Pensieri: “Perché non la smette di impormi di andare al suo paese?”
Comportamento: Mi abbuffo

Giorno/ora: Ore 20,00 martedì
Cibo–bevande consumate: 1 piatto di pasta al forno, 2 cosce di pollo, insalata, patate al forno, 1 gelato, 1 tazza di macedonia, 1 gelato, 1 ovetto Kinder
Luogo: Mia stanza
Abbuffate: Si
V/L/AF: 2 ore di attività fisica
Antecedenti: Noia (80)
Emozione provata: Noia, solitudine
Pensieri: “Sono sola, non ho programmi, non so cosa fare e con chi parlare”
Comportamento: Mi abbuffo

Giorno/ora: 8,00 mercoledì
Cibo–bevande consumate: Salto la colazione
Luogo: Cucina
Abbuffate: No
V/L/AF: No
Antecedenti:
Emozione provata: Disgusto per ciò che ho mangiato ieri
Pensieri: “Mi sento ancora gonfia ed appesantita”
Comportamento: Vado a lavorare

Giorno/ora: 12,00 mercoledì
Cibo–bevande consumate: Una mela
Luogo: Cucina
Abbuffate: No
V/L/AF: No
Emozione provata: Gioia 100
Pensieri: “Sono riuscita a trattenermi ed a togliermi di dosso tutte le porcate che ho mangiato ieri”

Giorno/ora: 20,00 mercoledì
Cibo–bevande consumate: 1 piatto di pasta al ragù, 2 platesse, carote lesse, insalata mista, 1 Kinder bueno, 2 barrette di cioccolato, 3 merendine
Luogo: In cucina da sola
Abbuffate: Si
V/L/AF: Vomito
Antecedenti: “Ho una fame incredibile”
Emozione provata: Rabbia 100
Pensieri: “Mi faccio schifo ho perso il controllo, non ce l’ho fatta”, “Mi sento la pancia scoppiare”
Comportamento: Piango, vomito, piango

Analisi e Commenti: cosa emerge dal diario:

1) I pensieri ruotano intorno al cibo, al proprio corpo e alle proprie forme : "Se riesco a mangiare poco sono contenta perchè riesco a mantenermi in forma". "Mangio, non mangio?", "Quanto mangio?", "Sto mangiando poco o tanto?"

2) Anche le emozioni e l'umore sono strettamenti collegati al fatto di riuscire o meno a trattenersi nel mangiare: Se mangio poco sono contenta, se mangio tanto sono triste e mi faccio "schifo".

3)Paura del Giudizio: emerge la preoccupazione di ciò che potrebbero pensare gli altri di noi: "Come mi vedono, come mi giudicano?"

4)E' importante capire quali sono le situazioni che possono attivare l'abbuffata: litigata con il fidanzato, la noia, la solitudine, la dieta ferrea, al fine di prevenirle o imparare a gestirle.

Permalink 572 parole da admin Email , 71998 visite • 146 feedbacks

10.12.07

In quali momenti si può verificare un attacco di panico?

23:54:42, Aree di intervento: Disturbo di Panico, Attacco di panico  

In quali momenti si può verificare un attacco di panico?

Gli attacchi, soprattutto i primi, si verificano tipicamente in modo improvviso, “A CIEL SERENO”. Nella maggior parte dei casi la persona sta svolgendo normali attività quotidiane o addirittura è in un momento di relax. Tali attacchi di panico vengono definiti SPONTANEI e sono i più tipici.

Spesso, la persona che ha avuto i primi attacchi di panico teme che l’esperienza si possa ripetere, soprattutto nelle situazioni in cui ha sperimentato i primi attacchi. Pertanto trovarsi in una situazione in cui in precedenza si è avuto un attacco di panico può scatenare un nuovo attacco di panico. In questo caso si parla di attacchi di panico SENSIBILI alla SITUAZIONE.

Gli attacchi di panico, in alcuni casi, si verificano esclusivamente in determinate situazioni: luoghi chiusi o affollati. Tali attacchi di panico vengono definiti SITUAZIONALI.

Si possono verificare attacchi di panico NOTTURNI, cioè di notte quando la persona sta dormendo. In questi casi, ci si sveglia di soprassalto avvertendo gli stessi sintomi che caratterizzano gli attacchi di panico diurni.

Alcune condizioni possono facilitare il panico. Tra le più comuni si ricorda l’assunzione elevata di caffeina, abuso di sostanze con effetto psicostimolante (cocaina, amfetamine, cannabinoidi, etc,…), uso di farmaci. In questi casi, si parla di panico INDOTTO DA SOSTANZE.

Permalink 215 parole da admin Email , 9723 visite • 3 feedbacks

Soffro veramente di panico?

23:51:08, Aree di intervento: Disturbo di Panico, Attacco di panico  

L'importanza di una corretta diagnosi

Prima di parlare di panico è opportuno escludere la presenza di patologie organiche, in grado di indurre sintomi simili al panico.

Una visita medica e semplici esami da laboratorio sono in molti casi indispensabili, prima di procedere ad un trattamento.

E’ importante, quindi, capire se la persona soffre di patologie dell’apparato cardiovascolare, gastrointestinale, respiratorio, del sistema nervoso centrale-periferico e del sistema endocrino. Ad esempio, nell’ipertiroidismo, l’eccesso di ormone tiroideo induce sintomi quali: tachicardia, ansia, insonnia, irritabilità, iperattività e disagio. Tali sintomi sono assai simili a quelli di un attacco di panico. Se il disturbo organico non viene, però, diagnosticato si rischia di intraprende solo un trattamento specifico per l’ansia, quando, invece, la persona necessita di terapie mirate per curare l’ipertiroidismo. E’ anche vero che se la persona si spaventa per i sintomi che avverte può avere attacchi di panico. In questi casi, oltre curare il problema organico, può essere utile anche un trattamento per l’ansia.

In fase di assessment è importante sapere se la persona fa uso di cocaina, amfetamina, allucinogeni, derivati della cannabis. Tali sostanze inducono tachicardia e stati di eccitazione, sintomi che possono essere confusi per ansia. In questi casi, è importante intraprendere trattamenti specifici che siano di aiuto affinchè la persona interrompa l’uso di tali sostanze. Queste ultime possono anche indurre nella persona attacchi di panico. Può essere, così, utile anche un trattamento per l’ansia.

L’eccesso di sigarette e di caffeina e l’abuso di alcol giocano un ruolo assai importante nel favorire, aggravare e mantenere nel tempo gli attacchi di panico. In questi casi è consigliato ridurre al minimo o evitare completamente tali sostanze.

Numerosi farmaci sono in grado di indurre sintomi facilmente associabili con il panico: ansiolitici, antidiabetici, diuretici, broncodilatatori.

Permalink 295 parole da admin Email , 5170 visite • 1 feedback

07.12.07

Ansia costante, il Disturbo di Ansia Generalizzata: pensieri, emozioni e comportamenti

15:01:56, Aree di intervento: Disturbo d'Ansia Generalizzata  

Ansia generalizzata: pensieri, emozioni e comportamenti

Situazione (A) Pensieri (B) Emozioni (C) Comportamento (C)

Situazione: Mia figlia è in ritardo di 1 ora
Pensieri: “E’successo una disgrazia”, “Avrà avuto un incidente”
Emozione: Paura (90)Ansia (90)
Comportamento: La chiamo al cellulare, Mi arrabbio e le riattacco il telefono senza salutarla

Situazione: Mia figlia esce la sera con gli amici
Pensieri: “Non devo addormentarmi”, “Devo essere sicura e vedere se mia figlia ritorna a casa”
Emozione: Ansia (60)Preoccupazione(60)
Comportamento: Rimango seduta sulla sedia con il cellulare in mano

Situazione: E se mio marito mi chiede intimità
Pensieri: “Non ho voglia”, “Non mi va”
Emozione: Ansia (70)
Comportamento: Mi invento il mal di testa, Vado a dormire anche se non ho sonno

Situazione: Termino di cenare
Pensieri: “Devo sistemare in fretta la cucina”, “Devo pulire e riordinare”, “E se arriva mia madre in questo momento e trova tutto in disordine?”
Emozione: Agitata e nervosa (80)
Comportamento: Inizio a sparecchiare anche se gli altri mangiano, Pulisco tutto anche se non ho voglia

Situazione: Mia madre mi chiede di fare la spesa insieme
Pensieri: “Non ho voglia di portarmela”, “Voglio uscire da sola”, “Che palle, è lenta”
Emozione: Agitata e nervosa (80)
Comportamento: La porto con me ma sono nervosa

Situazione: Mio marito mi chiede di uscire in macchina
Pensieri: “E se succede un incidente?”
Emozione: Paura (80)
Comportamento: Dico che sono stanca e rimango a casa

Permalink 225 parole da admin Email , 43250 visite • 5 feedbacks

Che cos'è lo stress?

13:33:57, Aree di intervento: Stress  

Cosa si intende per stress?

Lo stress è una tensione interna che la persona prova quando deve adattarsi alle pressioni interne e/o esterne che agisco su di lei.

Si può parlare di stress quando la tensione raggiunge livelli molto intensi e critici.

E' importante sottolineare che le persone non sono vittime passive dello stress. Cosa vuol dire questa frase? Immaginiamo due persone che vivono la stessa identica situazione. Perchè la prima va in stress e la seconda no?

Questo succede perchè non sono le situazioni o le persone con cui interagiamo a causare in noi emozioni negative. Tra le situazioni che viviamo e le nostre emozioni (come mi sento) vi sono i nostri pensieri, il nostro modo di parlarci e di vivere gli eventi stessi.

Il modo in cui valutiamo gli eventi e le nostre risorse/capacità di fronteggiarli, sono due elementi importanti per determinare la natura dello stress individuale.

Quali sono i sintomi che la persona stressata avverte

REAZIONI EMOTIVE / PSICOLOGICHE:

1 Ansia
2 Debolezza, vertigini
3 Calo di attenzione, concentrazione, memoria
4 Voglia di abbandonare tutto
5 Senso di urgenza
6 Disturbo del sonno
7 Depressione
8 Perdita della gioia di vivere

REAZIONI COMPORTAMENTALI

1 Diffidenza
2 Peggiori rapporti sociali
3 Irritabilità, suscettibilità
4 Uso di alcool o psicofarmaci
5 Uso o aumento di sigarette

REAZIONI FISICHE

1 Tensione muscolare
2 Cefalea da tensione
3 Palpitazioni cardiache
4 Stanchezza
5 Minor interesse sessuale
6 Secchezza delle fauci
7 Digestione difficile

Permalink 222 parole da admin Email , 10798 visite • Invia feedback

04.12.07

Il mio Disturbo Ossessivo Compulsivo: conto, addiziono, sottraggo e faccio patti con il diavolo

14:38:57, Aree di intervento: Disturbo Ossessivo Compulsivo  

Il mio Disturbo Ossessivo Compulsivo: conto, addiziono, sottraggo e faccio patti con il diavolo
Mi chiamo Sara ho trenta anni.

Mi capita di fare delle stranezze:

1) Quando sono ferma al semaforo, addiziono i numeri della targa della macchina che ho di fronte. Il numero finale lo trasformo in una lettera dell’alfabeto. Es: 364, la somma è 13, la lettera corrispondente è O. Se non faccio la somma ho paura che mi capiti qualche disgrazia.

2) Prima di salire i gradini, li devo contare e poi trovare la lettera dell’alfabeto corrispondente.

3) Mi vengono in mente continui ed assillanti pensieri che ho venduto l’anima al diavolo, ho fatto patti con il diavolo. Per cui non sono contenta quando le cose mi vanno bene: trovo un lavoro, vado d’accordo con il fidanzato, …, perché il mio Disturbo Ossessivo Compulsivo mi manda continui pensieri che se le cose mi vanno bene è dovuto al fatto che ho fatto un patto di sangue con il diavolo.

Terapia cognitivo comportamentale

Fase psicoeducazionale: in una prima fase, Sara imparerà a conoscere il Disturbo Ossessivo Compulsivo, sintomi tipici, caratteristiche e potrà leggere libri specifici sul suo disturbo;

Rilassamento e respirazione diaframmatica: tali tecniche sono importanti per gestire l'ansia che Sara potrà provare.

Lavoro sulla motivazione: Sara farà un elenco dei vantaggi che potrà ottenere se sarà libera dal Disturbo Ossessivo Compulsivo. Immaginare la realizzazione dei vantaggi aiuterà Sara a superare i momenti di maggior sconforto e la renderanno più ostinata a seguire la terapia.

Elenco degli obiettivi: verranno elencati gli obiettivi concreti, specifici e realizzabili che Sarà vorrà raggiungere.

Esposizione e prevenzione della risposta: Sara avrà il compito di salire e scendere le scale senza contare i gradini. Se avrà dubbi e pensieri ossessivi sulle possibili disgrazie a cui andrà incontro, dovrà dirsi con forza "non mi interessa, sono solo pensieri ossessivi, non sono la realtà".
Si dovrà esporre a tutte le situazioni senza emettere le compulsioni.

Esposizione ai pensieri ossessivi terapeuta e Sara registrano sul nastro tutti i pensieri ossessivi, le paure, i dubbi. Sara avrà il compito di riascoltare il nastro più volte nell'arco della giornata, monitorare il livello di ansia provato. Alla fine per un processo di assuefazione, Sara si sarà abituata e l'ansia inizierà a diminuire di intensità fino a scomparire.

Permalink 374 parole da admin Email , 10802 visite • Invia feedback

L'importanza delle regole

12:16:20, Aree di intervento: I capricci  

Perché le regole sono importanti?

Se gli adulti non stabiliscono e non comunicano le regole, come fa il ragazzo a sapere cosa si aspettano da lui, come si deve comportare?

Le regole come dice il termine stesso regolano il comportamento di una persona e prevengono molti problemi.

Quando rincasiamo togliamo le scarpe e le riponiamo in un luogo adatto e non per terra o sotto il tavolo, quando indossiamo il pigiamo, gli indumenti usati li riponiamo dentro l’armadio se puliti o nel cesto della biancheria sporca. I giocattoli vengono usati, ma poi riposti. A tavola si mangia rimanendo seduti e non ci si alza continuamente, per fare un giro, una capriola sul divano per poi tornare a tavola mettere in bocca un altro pezzo di carne e ripetere il giro nella stanza.

Le regole non servono per togliere spontaneità al bambino e nessuno vuole modificare la sua personalità.

Le regole sono utili e necessarie per emettere il comportamento più adeguato nelle diverse circostanze. Dopo di che è giusto che il bambino giochi, si diverta dando spazio alla propria fantasia e creatività.

Chiediamo al bambino di comportarsi in un determinato modo e poi non ci ricordiamo di premiarlo per aver rispettato la regola, lo diamo per scontato. Probabilmente perché pensiamo che sia un suo dovere. Ma non è così. Siamo pronti a sottolineare i suoi sbagli, ma non comunichiamo al bambino che ha rispettato la regola, non rinforziamo positivamente i suoi comportamenti ed i suoi sforzi.

Ecco che è importante comunicare al bambino cosa deve e non deve fare, in modo chiaro e semplice. Dopo di chè, ricordiamoci di premiare il bambino nel momento in cui ha emesso il comportamento atteso "bravo, sono contenta", "hai fatto un bel lavoro", "hai sistemato i tuoi giochi, bravo". Il bambino si sentirà gratificato ed aumenteremo la probabilità che nel futuro emetta di nuovo il comportamento positivo.

Permalink 310 parole da admin Email , 18117 visite • 1 feedback

La paura di contaminarmi

11:54:02, Aree di intervento: Disturbo Ossessivo Compulsivo  

Disturbo Ossessivo Compulsivo: la paura di contaminarmi

Ho vissuto per 8 anni con la paura di sporcarmi, di toccare qualcosa di non pulito e di contaminarmi.

Mi lavavo le mani almeno cinquanta volte al giorno tanto che la pelle era tutta rossa e bruciata dal sapone. Usavo grandi quantità di detersivi e non potevo lavare le mani come volevo, tutto seguiva un preciso e rigido schema. Se i vari passaggi erano fatti bene potevo smettere di lavarmi, altrimenti mi sentivo invasa da una forte ansia ed ero costretta a ripetere 2, 4, 6, 8 e anche 10 volte tutti i passaggi. Non potevo lavarmi le mani per un numero dispari di volte altrimenti sarebbe successo qualcosa di brutto a mio marito.

Versavo grandi quantità di sapone sulla mano sinistra, sfregavo dall’alto in basso il palmo della mano destra per 6 volte. Prendevo altro sapone nella mano destra e ripetevo lo stesso lavaggio per la mano sinistra. Alla fine incrociavo le dita di entrambe le mani e le sollevavo fino ad una certa altezza. Quando mi sentivo soddisfatta per aver raggiunto il punto preciso, potevo sciacquare le mani sotto l’acqua. Mi asciugavo nel mio asciugamano, che nessuno dei miei familiari avrebbe dovuto usare.

Tutta la mia vita era invasa dal Disturbo Ossessivo Compulsivo: non potevo toccare il denaro perché ero convinta che fosse sporco. Disinfettavo monete, portafoglio e strofinavo i soldi di carta.

Quando andavo a fare la spesa, ero continuamente tesa: avevo paura che qualcuno mi toccasse i miei vestiti. In questi casi sarebbe partito il Disturbo Ossessivo Compulsivo: “e se passando, quel signore ti ha toccato la maglia?”, “adesso è sporca!”, “quando rincasi la lavi subito, altrimenti sporchi la casa e poi lo sai che non puoi vivere in una casa sporca, devi disinfettare tutto”.

La merce acquistata non potevo metterla direttamente negli armadi, dovevo disinfettare tutto per ore ed ore. E così tutto il resto, lavavo armadi, pavimenti, oggetti, indumenti, le scarpe. In un armadio avevo sistemato la roba pulita ed in un altro gli indumenti messi una volta.

A casa mia non entrava nessuno: animali, amici, parenti, vicini di casa, perché il mio Disturbo Ossessivo Compulsivo mi costringeva a disinfettare tutto.

Ero perfettamente consapevole che le mie mani non erano sporche, così come ero consapevole che ciò che toccavo non poteva essere contaminato. Ma non riuscivo a togliermi dalla testa la sensazione ed i pensieri ossessivi che le mie mani erano sporche.

Provavo un ansia terribile e non potevo non effettuare tutti i lavaggi. Non riuscivo a smettere. Mille dubbi nella testa: “le ho lavate bene?”, “sono pulite?”, “cosa ho toccato?”.

Un terribile segreto, che cercavo di tenere nascosto sul lavoro. Quante strategie che mi sono inventata per sopravvivere: salviettine umidificate, non stringevo la mano a nessuno, mangiavo da sola…...

Oggi non è più così, posso dire di essere libera dall’inferno che crea il Disturbo Ossessivo Compulsivo.

Ho capito che ho un disturbo di ansia che si chiama Disturbo Ossessivo Compulsivo ed è a causa sua che ho continui pensieri ossessivi di contaminazione. Con la terapia comportamentale sono riuscita a non emettere più i rituali. Mi è costato, ho provato ansia ma per nessun motivo al mondo avrei ceduto, era troppo forte il desiderio di guarire.

I pensieri ossessivi si presentano ancora oggi, anche se con una frequenza ed intensità minore, ma riesco ad ignorarli e faccio esattamente il contrario di ciò che il mio doc mi ordina di fare.

E’ scattato in me un atteggiamento di sfida nei confronti del doc. Sono nel supermercato e mi avvicino alle persone, con una scusa tocco intenzionalmente i loro vestiti e con le mani tocco i miei abiti.

Mentalmente mi sono rappresentata il mio doc come un mostro che si nutre di compulsioni. Oggi quel mostro è molto piccolo, cerca di darmi fastidio, ma io riesco a farmi una risata e vado avanti nella mia vita.

Permalink 638 parole da admin Email , 18646 visite • 3 feedbacks

02.12.07

Le regole e il comportamento dei genitori

00:47:25, Aree di intervento: I capricci  

Come si deve comportare un genitore?

Sicuramente è importante un certo equilibrio tra l’essere eccessivamente indulgenti e la eccessiva rigidità.

E’ importante distinguere il capriccio dai bisogni, desideri, gusti del bambino e rispettarli, in quanto anche lui è una persona.

E' importante comunicare con i nostri figli ed ascoltarli attentamente.

Stabilire ache poche regole, ma farle rispettare con fermezza ed in modo costante. Se è "no", è "no" e non deve diventare un "si" per stare tranquilli. La coerenza è fondamentale.

Non dobbiamo avere paura di perdere l'amore dei nostri figli se li rimproveriamo o gli impediamo di fare qualcosa che reputiamo sia giusto che lui non faccia. Lo stiamo aiutando a crescere!!

Premiamo i nostri figli quando rispettano le regole, non diamo tutto per scontato. I premi non devono essere necessariamente tangibili: soldi, gormiti, figurine, ... A volte un abbraccio, un bacio, dire "bravo", sono premi importanti.

Dedichiamo tempo ai nostri figli per parlare e giocare.

Permalink 152 parole da admin Email , 15069 visite • Invia feedback

Far rispettare le regole

00:35:40, Aree di intervento: I capricci  

Perché per alcuni genitori è difficile imporsi con fermezza, porre dei limiti e far rispettare le regole?

1 Genitori passivi

A volte, per alcuni genitori il non riuscire a dire di no rappresenta la caratteristica tipica di uno stile educativo passivo, una loro difficoltà nella vita di tutti i giorni, nei diversi contesti e con le persone con cui interagiscono.

Sono dispiaciuti nel vedere il loro figlio piangere, temono di farlo soffrire e il dire no li fa stare fare, gli fa provare sensi di colpa. Provano imbarazzo, disagio di fronte alle altre persone che assistono alle scenate del figlio, per cui alla fine cedono ed accontentano.

I no, in realtà sono dei "ni" che nel giro di pochi minuti si trasformano in "si"

2 I bambini tanto attesi

Michele, figlio unico, è nato dopo 10 anni di matrimonio. I genitori sostengono che non c’è nulla di male accontentare il loro piccolo quando esprime un desiderio. Michele piange in continuazione per ogni minima cosa. I compagni non lo fanno andare sull’altalena, lui piange e chiede alla mamma di andare subito a casa. La madre lo abbraccia, lo bacia e lo accontenta. Michele piange quando vuole il gelato, piange se qualcuno tocca i suoi giochi, piange perché vuole giocare al calcetto e piange se non vince. Insomma un pianto continuo e penetrante. A scuola e ai giardinetti non è più un piacere giocare con Michele, i bambini tendono ad allontanarlo e spesso lo prendono in giro, chiamandolo frignone.

I bambini molto cercati e desiderati che arrivano dopo tanti anni di matrimonio, magari dopo esperienze dolorose di aborto, cure ormonali, spesso sono iperaccontentati ed iperviziati.

Voler bene ad un figlio, vuol dire dirgli sempre di si, accontentandolo continuamente?

Michele crescendo sbatterà la faccia contro la vita reale e imparerà a sue spese che vi sono persone disponibili, tolleranti e pronte ad aiutarlo, ma altre che pretendono un comportamento più adeguato e il giusto rispetto delle regole. Bambini come Michele crescendo, rischiano di tollerare molto poco le insoddisfazioni e le frustrazioni che la vita può riservare.

Come si sarebbe potuta comportare la madre?

Uno dei compiti dei genitori riguarda l’insegnare le regole ai propri figli. Far vincere le partite di calcetto, può andar bene quando il figlio è piccolo, ma crescendo è importante che lui capisca che nel gioco, così come nella vita di tutti i giorni, esistono delle regole da rispettare. La madre avrebbe potuto dire “E’ bello vincere, ma non sempre è possibile. A volte si vince, ma si può anche perdere. Perdere non è la fine del mondo”. Quando Michele piange perché non vuole fare la coda per salire sull’altalena, la madre lo abbraccia, lo coccola e lo porta a casa, sembra quasi che voglia trasmettere il messaggio “Povero piccolo mio, andiamo a casa perché qui sono tutti cattivi”. La madre avrebbe potuto, invece, dire: “I bambini sono in coda perché anche loro desiderano andare sull’altalena, aspetta il tuo turno. Non serve piangere e non andremo a casa”.

Spesso il pianto del figlio rappresenta una fonte di disagio per il genitore, per cui alla fine cede ed accontenta per eliminarlo, anche se in realtà rafforza il pianto.

Tutte le volte che Michele vuole qualcosa, si mette a piangere così la madre lo accontenta e subito. Per eliminare il pianto, la madre potrebbe dire “otterrai ciò che desideri, quando smetterai di piangere”. L’obiettivo è di ridurre il pianto, incoraggiando altre modalità nel fare richieste. E’ importante rinforzare/premiare il bambino tutte le volte che chiede qualcosa senza piangere.

3 Ti educo in modo diverso da come sono stato educato io

Ci sono genitori che avendo ricevuto un’educazione piuttosto rigida e severa, tendono ad essere molto permissivi e concedono tutto ai loro figli. Sono tipiche le frasi: “mio figlio avrà tutto quello che io non ho avuto”.

Chiediamoci cosa significa essere troppo permissivi ed iperaccontentare? Quali bisogni vengono soddisfatti? Probabilmente quelli dei genitori e non dei figli. I bambini per crescere bene hanno bisogno di regole e limiti, proprio perché essendo piccoli non sanno cosa è giusto e cosa è sbagliato, non hanno una propria morale e propri principi, non riconoscono ciò che può essere pericoloso, da ciò che non lo è. La morale, le regole, inizialmente sono esterne al bambino, provengono dagli adulti che si occupano della sua educazione. Solo in un secondo momento, crescendo il bambino le interiorizza e le mette in pratica regolando il proprio comportamento. E’ importante capire che le regole ed i limiti danno sicurezza ed aiutano a crescere in modo forte. Un bambino che desidera giocare, quando è ora di mangiare, imparerà a capire che ci sono dei tempi da rispettare. La fermezza dei genitori aiuterà il bambino a capire che le attività hanno un inizio, uno svolgimento ed una fine.

Come comunicare?

Si potrebbe partire dai bisogni del bambino “Lo so che vorresti giocare in questo momento, ma adesso è ora di mangiare. Quando avrai terminato potrai giocare e divertirti”.

4 Genitori rigidi

Al contrario, ci sono genitori eccessivamente rigidi, rigorosi e severi, che pretendono l’assoluto rispetto delle regole. “Si fa così punto e basta, non discuto”. Questi genitori, probabilmente, hanno ricevuto un’educazione severa e rigida, possono essere piuttosto severi con se stessi e con i figli. Tollerano molto poco i capricci, rimproverano, puniscono i bambini, pretendendo un loro adeguato comportamento.

Matteo adora i power ranger, imita i loro movimenti, la voce ed in particolare si identifica con il personaggio vestito con la tuta rossa. A scuola Matteo ed i suoi compagni giocano e combattono come i power. Se, però, non indossa almeno un indumento rosso non può partecipare ai giochi. La mattina Matteo piange e non vuole indossare gli indumenti che il padre gli ha preparato. Il padre si infastidisce perché pensa che Matteo faccia i capricci. “Smettila, vestiti e basta”.

5 Genitori poco presenti perchè lavorano

Nella nostra società moderna, di solito entrambi i genitori lavorano e spesso rimangono fuori casa dalla mattina fino alla sera. I bambini vengono cresciuti dai nonni, tate e/o inseriti nelle scuole di vario ordine e grado.

Alcuni genitori si sentono in colpa per aver trascorso la giornata lontani dai figli. Per alleviare tale emozione negativa cercano di compensare la loro assenza comprando giocattoli, caramelle e tendono ad essere indulgenti.

Negare qualcosa ai figli o rimproverarli quando sbagliano, li fa sentire ancora più in colpa; e come se si dicessero:”Sono tutto il giorno fuori casa e non mi occupo di lui, se poi lo sgrido e non lo accontento quando mi chiede qualcosa, che razza di genitore sono?”

6 Genitori separati

I genitori che hanno deciso di separarsi spesso hanno sensi di colpa per non aver dato la possibilità al figlio di crescere in una famiglia. In particolare il genitore a cui non sono stati affidati i figli, cerca di compensare la sua assenza cedendo alle mille richieste che riceve, tende ad essere particolarmente permissimo, fa regali.

Permalink 1139 parole da admin Email , 14651 visite • 1 feedback

30.11.07

I capricci dei bambini

14:11:22, Aree di intervento: Disturbo della Condotta, I capricci  

Il bambino capriccioso

Mattia è un bambino di 4 anni, oggi è andato al supermercato con entrambi i genitori. Chiede di andare sulle giostre e viene accontentato. Al termine del giro, Mattia non è contento, vuole andare ancora. Il padre si lamenta “farai ancora un giro, ma sappi che è l’ultimo”. Mattia non è ancora soddisfatto, non vuole scendere. Il padre deve inventare una scusa: “Mattia ho finito i soldi, dobbiamo andare”. Il bimbo scende dalla giostra, inizia a piangere, tira il padre dalla maglia, urla, batte i piedi per terra. La situazione diventa imbarazzante, la gente nota la scena e il padre concede ancora due giri. Generalmente, i genitori non portano Mattia a fare la spesa perché poi lui pretende patatine, caramelle e soprattutto giocattoli. I genitori non sanno come comportarsi, si sentono costretti ad accontentarlo per evitare scenate.

Padre: mio figlio non si accontenta, vuole tutto quello che vede e se oso dirgli di no, fa scenate. L’altro giorno ha iniziato a tirarmi calci e sberle, perché voleva entrare in un negozio di giocattoli. Ho cercato di resistere, ma piange ancora più forte, diventa rosso in faccia, sembra che gli manchi il respiro e sarebbe capace di andare avanti così per ore. Alla fine ho ceduto, non c’è stato verso di calmarlo.

Madre: con me la situazione è peggiore. Quando Mattia piange e urla io non riesco a dargli una sculacciata. Non riesco, è più forte di me. Urlo anch’io e quando mi sento esasperata esco di casa.

Alcuni genitori faticano a gestire i capricci dei loro figli, cedono alle loro richieste e sono incapaci di dire “no”.

Spesso i bambini dominano i genitori, hanno capito che basta piangere, urlare, buttarsi per terra e tirare i calci per ottenere ciò che desiderano.

Parole, troppe parole: “ Sei sempre il solito testone, non ti accontenti mai, la prossima volta non ti faccio andare, anzi la prossima volta non vieni proprio al supermercato”, “Vuoi sempre tutto, guarda quanti soldi mi fai spendere”. Queste sono solo tante ed inutili lamentele di noi genitori che non riusciamo a far rispettare una regola, con fermezza.

Il padre avrebbe potuto dire “Lo so che è divertente andare sulla giostra, ma eravamo d’accordo che avresti fatto tre giri. Adesso scendi”. Se il bambino insiste, piange e non vuole scendere, il padre lo prende fisicamente e lo porta via.

Accontentare i capricci del bambino vuol dire rinforzare positivamente questi suoi comportamenti disfunzionali. Il bambino non desidera ma pretende, lui vuole e sa come ottenere.

Permalink 412 parole da admin Email , 6942 visite • 10 feedbacks

22.11.07

Come gestire il bambino dispettoso?

23:37:47, Aree di intervento: Disturbo Oppositivo Provocatorio  

Mio figlio fa i dispetti, provoca, non la smette e noi ci sentiamo esasperati

Potrei fare centinaia di esempi concreti per evidenziare il comportamento di mio figlio:

1 Dopo aver apparecchiato, sono andata nella stanza dei miei figli. Io e Luca ci siamo messi a disegnare. Ho invitato diverse volte Alessandro a sedersi vicino a noi per disegnare, ma non mi ha neanche risposto. Dopo pochi minuti Alessandro è andato in cucina, ha preso due piatti ed ha iniziato a batterli uno contro l'altro.

In quel momento ero infastidita dal suo comportamento e più sentivo il rumore dei piatti che si toccavano l'uno contro l'altro e più il mio sangue ribolliva. Ho cercato di ignorare, continuando a disegnare.

Dopo un pò, Alessandro è entrato nella cameretta e mi ha chiesto se avessi sentito il rumore che aveva fatto. Ho cercato di ignorare la domanda e l'ho invitato, prendendolo per la mano, a disegnare con noi.

Siamo stati bene e la mezz'ora prima della cena è trascorsa in modo piacevole.

Cosa sarebbe successo se fossi andata in cucina e lo avessi sgridato? Probabilmente avrei soddisfatto il suo desiderio di irritarmi, anche a costo di essere sgridato.

2. Una sera eravamo tutti nella cameretta dei nostri figli, mio marito stava leggendo un libro per ragazzi. Era un momento bello, tutti insieme. Luca ascoltava con attenzione, Alessandro girovagava per la stanza. Lo abbiamo chiamato per stare con noi, ma lui niente andava avanti e indietro. Ad un certo punto ha aperto il cassetto del fratello ed ha iniziato a buttare per aria i giocattoli. Si girava verso di noi per vedere se lo stessimo guardando ed ogni tanto richiamava l’attenzione del fratello, chiamandolo per nome.

Ho dato un’occhiataccia a Luca come per dire fai finta di niente e stai fermi li dove sei. Abbiamo cercato di non rispondere al dispetto di Alessandro, che alla fine si è arreso all’evidenza.

Non è facile! A volte ci si sente messi alla prova e sfidati. Soprattutto sono dispiaciuta per il fatto che in quei momenti noi siamo per loro. Riesco ad ignorare se ovviamente il suo comportamento non mi sembra pericoloso per lui e per gli altri.

Quando esagera intervengo, cerco di parlare con un tono di voce calmo e tranquillo e se serve lo punisco.

Ho adottato un metodo che mi aiuta: mi parlo, dandomi delle istruzioni: stati calma, stai tranquilla, non urlare, spiega con un tono della voce basso. A volte esco dalla stanza per non intervenire bruscamente.

La cosa che mi da più forza è il pensiero che lui soffre, sta male, ricerca la nostra attenzione, anche se in modo negativo. La nascita della sorellina, la presenza di suo fratello, potrebbe essere vissuto ai suoi occhi come una mancanza di uno spazio tutto suo. Mi da l’idea di un bambino che pur ricevendo 100, voglia 150.

Ogni tanto, il sabato pomeriggio io e mio marito ci separiamo portandoci con noi un bambino, proprio per offrire uno spazio individuale all’interno del quale ridere, parlare e giocare senza la presenza degli altri componenti della famiglia.

3. Ricordo con tanta stanchezza le prime volte che allattavo al seno Claudia. Alessandro arrivava con l'intento di disturbare e portare l'attenzione su di se.

Una volta è andato sotto il lettone cantava a voce alta e con i piedi batteva contro la rete. Un’altra volta è salito in piedi sul letto e saltava a più non posso. Mi sentivo stanca e sfinita: tre bimbi, la casa, il sonno arretrato e il fastidio che in quel momento ho provato per il comportamento di mio figlio. Quasi mi stupissi e pretendessi la sua comprensione e il suo silenzio. Mi stavo per alzare dal letto per rimproverarlo, ma mi ha fermato il pensiero che in quel momento lui provasse gelosia per la sorella, come se lui volesse essere al suo posto. Probabilmente il suo star male lo esternava con la sua irruenza e con il suo disturbo. A quel punto mi è venuto spontaneo prenderlo per la mano, portarlo sul lettone ed abbracciarlo, mentre allattavo la sorella. E’ stato bello stringerli a me.

Ho capito che con mio figlio non servono le sculacciate, le punizioni e le lavate di testa, per eliminare i suoi comportamenti dispettosi e provocatori.

Anzi, la situazione peggiora, degenera: è capace di rispondermi “tanto non mi hai fatto nulla”, “non mi fai male”, “non importa se mi hai tolto il gioco”, anche in questi casi le sue risposte sono finalizzate a sminuire e a provocare ulteriormente. E’ chiaro che le regole le rispetta, non fa quello che vuole.

Ho sperimentato che le coccole, i baci, le attenzioni sulle cose belle che fa, i nostri spazi individuali e l’ignorare le provocazioni sono state utilissime.

A distanza di circa un anno il nostro è ritornato un bellissimo rapporto.

Permalink 789 parole da admin Email , 8968 visite • 3 feedbacks

Il comportamento oppositivo- provocatorio

13:39:06, Aree di intervento: Disturbo Oppositivo Provocatorio  

Quali sono le caratteristiche del Disturbo Oppositivo Provocatorio?

La caratteristica fondamentale del Disturbo Oppositivo Provocatorio è una modalità ricorrente di comportamento negativistico, provocatorio, disobbediente, ed ostile nei confronti delle figure dotate di autorità che persiste per almeno 6 mesi .

Il Disturbo Oppositivo Provocatorio è caratterizzato da frequente insorgenza di almeno uno dei seguenti comportamenti:

1. Perdita di controllo
2. Litigi con gli adulti
3. Tendenza ad opporsi a ciò che viene detto e stabilito
4. Rifiuto di rispettare le richieste o le regole degli adulti
5. Emissione di comportamenti finalizzati a dare fastidio agli altri
6. Tendenza ad accusare gli altri dei propri sbagli o del proprio cattivo comportamento
7. Tendenza ad essere suscettibili o facilmente infastiditi dagli altri
8. Fare dispetti o essere vendicativi

I comportamenti negativistici ed oppositivi sono espressi frequentemente. La persona con Disturbo Oppositivo-Provocatorio tiene testa agli adulti, non accetta compromessi, mette alla prova, cerca di superare i limiti, anche a costo di venir rimproverati e puniti. La tendenza all'opposizione è più forte della paura di venir puniti.

La persona con disturbo Oppositivo-Provocatorio sente ciò che gli viene detto, ma si comporta intenzionalmente all'opposto, ignorando regole, ordini e divieti.

I comportamenti tipici del Disturbo oppositivo-provocatorio sono quasi invariabilmente presenti nell’ambiente familiare, ma possono non essere evidenti a scuola o nella comunità. I sintomi del disturbo sono tipicamente più evidenti nelle interazioni con gli adulti o i coetanei che il soggetto conosce bene e possono quindi non manifestarsi durante l’esame clinico. Di solito i soggetti con questo disturbo non si considerano oppositivi o provocatori, ma giustificano il proprio comportamento come una risposta a richieste o circostanze irragionevoli.

Permalink 260 parole da admin Email , 7376 visite • 10 feedbacks

Trattamento dell'enuresi

00:55:42, Aree di intervento: Enuresi  

Modello del controllo corticale

Il bambino possiede alla nascita il riflesso di svuotamento della vescica che si manifesta quando la pressione all’interno della vescica causata dall’accumularsi dell’urina, oltrepassa un valore critico.

Man mano che il bambino cresce, non usa più tale riflesso di svuotamento, ma riesce intenzionalmente a trattenere l’urina e a saper svuotare la vescica nel luogo appropriato. Ciò viene permesso grazie alla maturazione dell’apparato urinario e al controllo inibitorio della corteccia cerebrale.

Nel caso di un mancato sviluppo del sistema interno di controllo come avviene nell’enuresi primaria (il bambino, dalla nascita, ha bagnato il letto quasi ogni notte), il trattamento psicoterapico tenderà a favorire l’acquisizione del controllo corticale.

La tecnica usata è quella del “campanello”: che si basa sull’uso di un allarme acustico che suona immediatamente quando il bambino nel sonno emette le prime gocce di urina. Il risveglio deve essere immediato, il bambino dovrà alzarsi, andare in bagno e svuotare completamente la vescica. Qualora il bambino avesse troppo sonno e non volesse alzarsi, i genitori devono farlo comunque alzare dal letto, per andare in bagno. E’ importante spiegare al bambino l’importanza della sua collaborazione.

Dopo un numero relativamente ridotto di risvegli, il bambino impara a percepire le contrazioni vescicali che precedono la minzione e a svegliarsi prima dell’emissione dell’urina.

I risultati si ottengono già dopo 15-20 giorni, ma la terapia deve essere protratta per almeno due mesi per consolidare tale controllo.

Tale trattamento deve essere attuato non prima dei 6 anni, per permettere al bambino di raggiungere una certa maturazione cognitiva e fisiologica, che permette la remissione spontanea del problema enuretico.

Modello della mancata maturazione

Secondo le ricerche sperimentali, i bambini enuretici hanno una ridotta capacità di contenimento della vescica, che può essere particolarmente piccola. Questi bambini appena avvertono lo stimolo sembra che non riescono a trattenere e devono subito urinare (sindrome dell’urgenza), inoltre urinano frequentemente nel corso della giornata (10-12 volte).

E’ consigliabile effettuare una ecografia della vescica per verificare le dimensioni della stessa.

A livello psicoterapico si insegnerà al bambino a trattenere poco per volta l’urina per tempi progressivamente più lunghi, finchè riuscirà a controllare livelli massimi di pressione della vescica. All’inizio il bambino aspetterà pochi minuti prima di urinare, poi 5, poi 10,…

Tendenzialmente i bambini urinano dalle 3 alle 7 volte durante il giorno e saltuariamente si svegliano durante la notte per urinare. I bambini enuretici, urinano spesso anche 10-12 volte. Il terapeuta chiederà ai genitori di monitorare per una settimana il numero delle volte e a che ora il bambino urina.

Permalink 424 parole da admin Email , 9378 visite • 2 feedbacks

19.11.07

Consigli per i genitori di bambini che soffrono di enuresi

14:17:52, Aree di intervento: Enuresi  

Cosa può fare un genitore per aiutare il proprio figlio che soffre di enuresi?

1.Il bambino non va mai sgridato: è dimostrato che il rimprovero aggrava la situazione.

2. Nel caso che anche i genitori abbiano sofferto di enuresi, comunicarlo al bambino può avere per lui un effetto rassicurante. Infatti il sapere che anche il papà o la mamma hanno avuto lo stesso problema e lo hanno superato è per lui di conforto e aiuta la guarigione

3. Abituare il bambino a bere poco la sera per non aumentare il volume di urina nella vescica.

4. Far svuotare completamente la vescica al bambino prima di andare a letto.

5. Correggete l’eventuale stitichezza

Permalink 107 parole da admin Email , 8133 visite • 5 feedbacks

16.11.07

Domande sulla terapia cognitivo comportamentale del Disturbo di Panico

Per chi è indicata la terapia cognitiva comportamentale?

1. Per pazienti che hanno risposto parzialmente o non hanno risposto alla terapia farmacologica,
2. Per chi desidera sospendere i farmaci,
3. Per coloro che soffrono di panico con o senza agorafobia e non hanno iniziato nessun trattamento,
4. Per chi desidera capire quali fattori hanno determinato o mantengono il panico e predispongono a eventuali ricadute,
5. Per coloro che desiderano acquisire tecniche utili per gestire i sintomi dell’ansia.

QUANTO DURA IL TRATTAMENTO?

Il trattamento cognitivo comportamentale specifico per il panico offre benefici dopo un breve periodo di tempo, di 12 –15 incontri.

E’ EFFICACE?

In accordo con il National Institute of Mental Health (1993), numerose ricerche hanno dimostrato l’efficacia della terapia cognitiva comportamentale per il trattamento del disturbo di panico con o senza agorafobia. Inoltre, i risultati ottenuti vengono mantenuti nel tempo.

Perché prestare attenzione alle sensazioni corporee è un atteggiamento negativo che va eliminato?

Una volta che l’attacco di panico è avvenuto, la persona presta attenzione in modo “selettivo” al proprio corpo al fine di cogliere i primi segnali di ansia.

La persona è convinta che tale atteggiamento sia utile al fine di mettere in atto strategie che possono evitare il panico. Ad esempio: la persona si concentra sulla respirazione per verificare se respira bene e se ha abbastanza aria. Questi pazienti interpretano l’affanno e la mancanza di aria come segni di soffocamento. Per evitare di morire soffocati respirano profondamente e controllano il proprio respiro per prevenire le conseguenze temute. In realtà, facilitano così i sintomi dell’iperventilazione, quali capogiri, fenomeni dissociativi, aumento della mancanza di respiro, …

Se l’idea era quella di prevenire un attacco di panico, in realtà attiva egli stesso i sintomi dell’ansia.

Le conseguenze negative dell’attenzione selettiva al proprio corpo sono:

1. la persona vive in uno stato di continua tensione ed allerta
2. è spesso concentrato sul suo corpo
3. non è attento a ciò che lo circonda
4. percepisce sensazioni che in realtà non avvertirebbe se si concentrasse sul mondo esterno
5. ha paura dei sintomi che avverte e tende a pensare alle cose peggiori
6. attiva e mantiene i circoli del panico

“… SO CHE NON è RAZIONALE, MA è Più FORTE DI ME. MI BASTA PENSARE DI TROVARMI IN CERTE SITUAZIONI O DI AVERE CERTE SENSAZIONI: COME LA TACHICARDIA, IL SUDORE O IL SENSO DI SOFFOCAMENTO, PER ENTRARE IN CRISI. MI SEMBRA NORMALE EVITARE PER NON STARE MALE. COME è POSSIBILE AFFRONTARE LE SITUAZIONI CHE EVITO?”

E’ comprensibile che la persona che soffre di panico eviti le situazioni perché ha paura di stare male. Ma l’evitamento non è la soluzione al problema. La persona sta bene nell’immediato. Ma poi? Si costruisce una gabbia che lo intrappola: inizialmente evita una situazione, poi un’altra, poi un’altra ancora, fino a limitare la sua vita.

Il problema non sono le situazioni ma è la paura dei sintomi. Durante la terapia la persona comprende, verifica e prova che di fatto non succede nulla: l’ansia non è pericolosa, non è dannosa, e può essere gestita. La persona acquista sicurezza e si sentirà gradualmente pronta di affrontare le situazioni temute. Sono previste esposizioni in cui inizialmente terapeuta e paziente affrontano insieme varie situazioni.

AL TERMINE DELLA TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE, SI POSSONO VERIFICARE DELLE RICADUTE?

Partiamo dal presupposto che nessuno è esente dall’ansia. L’ansia fa parte della nostra vita. Quindi, l’obiettivo che ci poniamo in terapia non è quello di non provare più ansia. Al contrario, possono essere previste delle possibili ricadute a distanza di tempo, ma qualora e se si dovessero verificare, la persona non reagirà con intensa paura perché ha acquisito tecniche cognitive e comportamentali per il controllo e la gestione del panico.

Permalink 599 parole da admin Email , 18760 visite • 30 feedbacks

12.11.07

Ho troppi pensieri e non riesco a dormire

13:44:05, Aree di intervento: Disturbo d'Ansia Generalizzata, Disturbo del Sonno  

L'esperienza di Carmela

Sono una persona che mi agito per nulla. Basta veramente poco: i miei figli devono andare in gita e penso e ripenso a tutto ciò che può servire; devo organizzare una cena e anche qui penso per ore a cosa cucinare, in che modo, a ciò che potrebbe piacere o non piacere ai miei ospiti. Ci tengo che tutto sia fatto bene.
Se litigo con una persona, mi capita di rimuginare su ciò che ho detto, alle risposte che ho ricevuto, a ciò che avrei potuto dire e fare e non ho fatto.
Faccio un esame del sangue ed anche qui mi capita si sentirmi in ansia e preoccupata per la risposta che mi diranno.

Il mio sentirmi tesa, agitata, contratta quasi come se avessi una morsa che mi stringe, dura per ore.

Prima di addormentarmi, non riesco a stoppare i miei pensieri, vado avanti anche per un'ora pensando e ripensando prima di addormentarmi.

Se durante la notte mi sveglio alle 3 di notte per andare in bagno, non riesco ad riaddormentarmi. Cosa faccio? Penso per ore. Alle 6 del mattino quando dovrei alzarmi, sono stanca ed ho sonno.

Non ce la faccio più!!! Mi sento a pezzi.

Permalink 199 parole da admin Email , 12856 visite • 7 feedbacks

09.11.07

Disturbo di attenzione ed iperattività

14:48:18, Aree di intervento: Disturbi da Deficit di Attenzione  

La caratteristica fondamentale del Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività è una persistente modalità di disattenzione e/o di iperattività-impulsività che è più frequente e più grave di quanto si osserva tipicamente in soggetti ad un livello di sviluppo paragonabile .

Cosa si intende per disattenzione?

1. I soggetti che presentano il disturbo di disattenzione non riescono a prestare attenzione ai particolari o possono fare errori di distrazione nel lavoro scolastico o in altri compiti. Il lavoro è spesso disordinato e svolto senza cura e senza attenzione.
2. I soggetti spesso hanno difficoltà a mantenere l’attenzione nei compiti o nelle attività di gioco, e trovano difficile portare a termine i compiti.
3. Spesso sembra che la loro mente sia altrove o che essi non ascoltino o non abbiano sentito quanto si è appena detto loro.
4. Spesso la persona con problemi di attenzione, non segue le istruzioni che gli vengono date e non porta a termine i compiti che gli vengono assegnati. La persona può iniziare un’attività, poi si dedica ad altro e poi ad altro ancora senza completarne nessuna. Per parlare di disturbo di attenzione è bene accertarsi che la persona non si dedichi ad un compito perché non ha compreso le istruzioni o per atteggiamenti di sfida/opposizione .
5. Questi soggetti hanno spesso difficoltà nell’organizzarsi per svolgere compiti e attività. Il modo di lavorare è spesso disorganizzato e il materiale necessario per svolgere il compito viene spesso disperso, oppure maneggiato senza cura e danneggiato. E’ significativo osservare il banco dei bambini o la scrivania di lavoro di persone che presentano il disturbo di attenzione: sono tipicamente confusionarie, disorganizzate, cadono oggetti o questi vengono persi.
6. La persona che presenta problemi di attenzione è riluttante o evita di dedicarsi a compiti che richiedono sforzo mentale protratto.
7. Soggetti con questo disturbo sono facilmente distratti da stimoli irrilevanti e frequentemente interrompono compiti in corso di svolgimento per prestare attenzione a rumori senza importanza o ad eventi che di solito sono con tutta probabilità ignorati da altri (per es., il clacson di un’auto, una conversazione di sottofondo).
8. Sono spesso sbadati nelle attività quotidiane (per es., mancano ad appuntamenti, dimenticano di portarsi il pranzo). Nelle situazioni sociali, la disattenzione può essere espressa dal fatto che cambiano spesso d’argomento nella conversazione, non ascoltano gli altri, non prestano attenzione alle conversazioni e non seguono le indicazioni o le regole di giochi o attività.
9. Spesso perde gli oggetti necessari per svolgere i compiti o le attività di lavoro

Che cosa si intende per Iperattività?

1. La persona iperattiva spesso muove mani o piedi con irrequietezza o si dimena sulla sedia. Il bambino iperattivo sembra agitato e si muove in continuazione.
2. Non resta seduto sulla sedia quando dovrebbe. Si alza, si butta per terra, si dondola, si risiede, si dedica ad altre attività quando invece dovrebbe stare fermo. Anche se la persona viene richiamata e la si invita a sedersi e stare ferma, rimane li per pochi secondi ma poi si rialza.
3. Spesso a difficoltà a giocare o a dedicarsi ad attività divertenti in modo tranquillo.
4. Chi conosce una persona con iperattività la definisce “elettrico” e “motorizzato”
5. Spesso parla troppo

Permalink 514 parole da admin Email , 8048 visite • 1 feedback

Consigli per dormire bene

14:24:27, Aree di intervento: Disturbo del Sonno  

Dormire bene è importantissimo e per migliorare la qualità del sonno ecco una serie di regole da seguire:

Andate a dormire ogni sera e alzatevi ogni mattina alla stessa ora, anche durante il fine settimana, indipendentemente da quanto avete dormito di notte. Tale consiglio è importante per regolarizzare il ritmo sonno/veglia.

Se vi svegliate prima che suoni la sveglia, alzatevi dal letto e iniziate la vostra giornata.

Non dormite di più la mattina, se avete dormito poco di notte. Si rischia altrimenti di sfasare il ritmo sonno/veglia. Inoltre la sera sarete stanchi e riuscirete ad addormentarvi più facilmente se non avete recuperato il sonno durante le ore della mattina.

Non fate "pisolini" durante il giorno. Se siete riposati, avrete difficoltà nell'addormentamento.

Andate a letto solo quando avete sonno.

Se non si riuscite a dormire, è preferibile non rimanere a letto: meglio alzarsi e dedicarsi ad attività rilassanti. C'è una regola molto importante: il letto è fatto per dormire.

Cercate di rilassarvi il più possibile prima di andare a letto. Provate a respirare in modo calmo e tranquillo. L'aria entra nel naso, la pancia si gonfia e lentamente l'aria esce dalla bocca e la pancia si sgonfia.

Se avete fame all'ora di andare a dormire, mangiate qualcosa di leggero, per evitare problemi di digestione.

Dormite in un letto comodo, in una camera da letto protetta quanto più possibile dai rumori, ad una temperatura ambiente corretta.

Mangiate ad orari regolari, evitando pasti abbondanti in prossimità dell'ora di andare a letto.

Non bevete bibite contenenti caffeina o alcolici prima di coricarvi e non fumate.

Fate con regolarità un'attività fisica durante il giorno, soprattutto di pomeriggio.

Se non dormite evitate di arrabbiarvi: "devo dormire", "ancora non dormo". Rilassatevi, questi pensieri non vi aiutano.

Permalink 287 parole da admin Email , 7164 visite • 2 feedbacks

Sono ipercontrollata e non riesco a dormire

13:58:04, Aree di intervento: Disturbo del Sonno  

L'esperienza di Luisa

Vorrei raccontarvi la mia esperienza personale. Da circa un anno è mancata mia madre a cui io ero particolarmente legata. Ad oggi non riesco ad accettare la sua morte, provo rabbia perchè non sarebbe dovuta morire. Mi sento sola. Mi sembra che sia partita per un viaggio e quasi mi aspetto il suo ritorno. Evito di parlare di lei, evito i ricordi della sua sofferenza e quando vado al cimitero rimango solo pochi minuti e scappo via. E' chiaro che la morte di mia madre e la non accettazione di quanto è avvenuto è un problema che devo affrontare con la mia psicologa.
Mi sento triste, ho pochi interessi, lotto per non lasciarmi andare. Sono stanca, terribilmente stanca perchè di notte non dormo.
Mi sono resa conto che di fatto non voglio addormentarmi, rimango in uno stato di dormiveglia, non mi lascio andare, sono un fascio di nervi, mi sveglio ogni ora nell'arco della notte.
Perchè? Perchè ho paura di sognare. Mi è capitato di sognare mia madre che sta male ed io sono bloccata nelle sabbie mobili e non riesco a salvarla.

I miei sogni incubo, così li ho definiti mi terrorizzano.

Luisa

Permalink 193 parole da admin Email , 8305 visite • 1 feedback

Tipi di Insonnia

13:31:31, Aree di intervento: Disturbo del Sonno  

Esistono vari tipi di insonnia:

I Disturbi Primari del Sonno sono quelli non attribuibili ad un disturbo mentale, ad una condizione medica generale o all'uso di sostanze. Si presume che i Disturbi Primari del Sonno insorgano da anomalie del sistema di regolazione del ritmo sonno-veglia. Comunque, la persona è sana e non ci sono cause apparenti che giustifichino l’insonnia.

Dissonnie ,caratterizzate da anomalie della quantità, della qualità o del ritmo del sonno.

Un altro gruppo di disturbi del sonno è quello delle parasonnie caratterizzate dalla presenza di un evento anomalo e indesiderato nel corso del sonno, o nelle fasi di passaggio tra la veglia ed il sonno. Sono parasonnie il sonnambulismo, il sonniloquio (parlare durante il sonno), gli incubi, l’enuresi (minzione involontaria), il bruxismo (digrignare i denti), la sindrome delle gambe senza riposo (movimenti involontari e prolungati delle gambe, che impediscono l'addormentamento).

Il Disturbo del Sonno Correlato ad Altro Disturbo Mentale implica un vissuto intenso di disturbo del sonno conseguente ad un disturbo mentale, spesso un Disturbo dell’Umore o un Disturbo d’Ansia, sufficientemente grave da richiedere un trattamento clinico specifico.
Immaginate la persona che soffre di attacchi di panico notturni, tende a svegliarsi di soprassalto nel cuore della notte, in preda all'ansia. Sta male per i sintomi che avverte, si sente stanco perchè non riesce a dormire bene. In alcuni casi, fatica ad addormentarsi per la paura di vivere altri attacchi di panico. In questi casi è importante un trattamento specifico per la cura del panico.

Il Disturbo del Sonno Dovuto ad una Condizione Medica Generale implica un vissuto intenso di disturbo del sonno conseguente agli effetti fisiopatologici diretti di una condizione medica generale sul sistema sonno-veglia.

Il Disturbo del Sonno Indotto da Sostanze implica rilevanti vissuti di disturbo del sonno conseguenti all’uso concomitante, o alla recente interruzione dell’uso, di una sostanza (farmaci inclusi).

Permalink 307 parole da admin Email , 6594 visite • Invia feedback

L'insonnia

13:11:18, Aree di intervento: Disturbo del Sonno  

Cosa si intende per insonnia?

Si parla di insonnia quando la persona percepisce il proprio sonno come insufficiente o insoddisfacente; in altre parole quando non riesce a trarre beneficio dal riposo perché dorme troppo poco oppure dorme male.

Nella fase di valutazione è importante considerare vari aspetti:

1. Da quanto tempo la personna ha problemi di insonnia. Può esserci insonnia occasionale, transitoria o cronica.

2. Capire se ci sono stati cambiamenti importanti nella vita della persona, che possono essere fonte di disagio e preoccupazioni: malattie, lutti, difficoltà economiche, nascita di figli, difficoltà nei rapporti con altre persone, ...

3. Capire effettivamente quante ore dorme per notte, per sapere se oggettivamente dorme poco. Esiste anche un'insonnia soggettiva, ovvero la percezione di dormire poco e male, nonostante i dati oggettivi dimostrino il contrario e la persona dorma più o meno regolarmente.

4. E' importante sapere a che ora la persona va a dormire, quando si sveglia e se ha l'abitudine di fare sonnellini pomeridiani. Immaginate la persona che si addormenta alle 21, è comprensibile che alle 5/6 del mattino si sveglierà.

5. Individuare quali sono le difficoltà della persona: distinguiamo l'insonnia iniziale (quando il paziente fatica ad addormentarsi), centrale (caratterizzata da frequenti e sostenuti risvegli durante la notte) e tardiva (caratterizzata da risveglio mattutino precoce.

Permalink 203 parole da admin Email , 7199 visite • 2 feedbacks

07.11.07

Cosa pensa la persona che soffre di Bulimia Nervosa?

14:33:14, Aree di intervento: Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa  

Esempi di pensieri ricorrenti

“Mi sento la pancia gonfia”
“Sono grassa”
“Sono terrorizzata all’idea di ingrassare”
“Non mi piaccio”
"Anche se mangio so come fare per perdere peso"
"Devo vomitare"
"Mi faccio schifo, non ne posso più di vomitare"
"Ho fame, dove vado a mangiare così nessuno mi vede?"
"Se ingrasso non valgo nulla"
"Se mangio un cioccolatino, posso mangiarmi tutta la scatola"
"Non ho resistito, ho mangiato un gelato, non dovevo"
"Mi sento sola"
"Nessuno deve vedermi mentre mi abbuffo e vomito"
"Quando mi abbuffo, mi sembra di perdere il controllo"
"Penso e ripenso alla dieta e al mio peso"
"Cosa pensano di me gli altri?"

Permalink 108 parole da admin Email , 7593 visite • 20 feedbacks

Cosa pensa la persona che soffre di Anoressia?

14:25:05, Aree di intervento: Anoressia Nervosa  

Esempi di pensieri ricorrenti

“Mi sento la pancia gonfia”
“Sono grassa”
“Sono terrorizzata all’idea di ingrassare”
“Non mi piaccio”
“Se non mangio e riesco a fare tutte le mie attività vuol dire che sono brava”
“Sento che devo fare le cose in modo perfetto”
“Penso sempre alle mie cosce perché sono troppo grosse”
“Ho mangiato troppo, come ho potuto, mi sento una fallita”
“Non devo ingrassare”

Permalink 67 parole da admin Email , 3942 visite • 8 feedbacks

Assertività: come filosofia di vita

13:47:13, Aree di intervento: Corsi di assertività  

Secondo livello: L’assetività come filosofia di vita: oltre le tecniche

Durata: 5 incontri di 2 ore ciascuno

Numero di partecipanti: minimo 3 massimo 10 partecipanti

Programma:

PRIMO INCONTRO

Le Aspettative:

- Crearsi delle aspettative: individuazione dei vantaggi e degli svantaggi che si potranno ottenere nel crearsi grosse aspettative
- Creare false aspettative: vantaggi e svantaggi
- Le aspettative nei rapporti di coppia, nell’amicizia, con i figli e nel mondo del lavoro

SECONDO INCONTRO

- L’aspettativa nella vita quotidiana

Il Giudizio:

- Giudicare gli altri e la paura del giudizio
- La perfezione. Voler fare bene e l'impegno sono caratteristiche importanti per ottenere buoni risultati. La perfezione può invece creare ansia e bloccarci
- La paura di perdere
- La paura di deludere
- Doveri e Piaceri

TERZO INCONTRO

Il Possesso:

- Il possesso, la gelosia e l’amore
- Essere posseduti

L’egoismo:

- I nostri bisogni ed interessi
- Usare gli altri
- Così non mi piaci, devi cambiare

QUARTO INCONTRO

L’invidia:

- Il confronto

- Invidia ed ammirazione
- L’invidia nel lavoro, nell’amicizia, in famiglia
- Cosa pensa e come si comporta la persona invidiosa?

L’orgoglio

QUINTO INCONTRO

Il sacrificio

- I nostri bisogni
- I bisogni dell’altro

Permalink 184 parole da admin Email , 11800 visite • 23 feedbacks

Assertività: per non subire e per non aggredire

13:45:33, Aree di intervento: Corsi di assertività  

Primo livello: L’assetività: l'equilibrio tra noi e gli altri

Durata: 5 incontri di 2 ore ciascuno

Numero di partecipanti: minimo 3 massimo 10 partecipanti

Programma:


PRIMO INCONTRO

Presentazione di ciascun partecipante al gruppo
Breve introduzione degli stili di comportamento: passivo, assertivo, aggressivo
Lavoro di gruppo per individuare le caratteristiche tipiche di ogni stile di comportamento
Identificazione e riconoscimento dello stile di comportamento di ciascun partecipante

SECONDO INCONTRO

La comunicazione assertiva:

- La comunicazione non verbale
- La comunicazione verbale :la comunicazione circolare, le domande aperte, l’ autoapertura

Acquisizione e potenziamento di abilità sociali per migliorare la comunicazione con gli altri, attraverso esercitazioni pratiche:

- Fare richieste

- Rifiutare richieste: “saper dire no, senza sentirsi in colpa”
- L’autogiustificazione

TERZO INCONTRO

- Esprimere i propri punti di vista ed opinioni
- Esprimere sentimenti ed emozioni
- L’attenzione ai bisogni, desideri e gusti dell’altro
- Fare i complimenti ed accettare i complimenti

QUARTO INCONTRO

- Le critiche: tipi di critiche
- La gestione delle critiche
- Introduzione alle aspettative

QUINTO INCONTRO

- Identificazione e soluzione dei problemi
- Lavorare per obiettivi a breve, a medio e a lungo termine
- Gli evitamenti

- Applicazione di tutte le abilità assertive attraverso simulate e giochi di ruolo

Permalink 187 parole da admin Email , 8875 visite • 6 feedbacks

Saper dire "no"

13:41:26, Aree di intervento: Assertività  

Quali vantaggi potremmo ottenere nel rifiutare le richieste?

- Ci sentiremo più liberi di pensare e di agire
- Ci sentiremo partecipi nelle decisioni
- Non ci sentiremo costretti a fare ciò che in realtà non abbiamo voglia di fare
- Non proveremo rabbia verso noi stessi
- Non proveremo rabbia e rancore verso gli altri
- Saremo noi a gestire la nostra vita
- Non dovremmo fare di più di quel che ci spetta
- Avremo dei collaboratori
- Avremo maggiore stima da parte degli altri
- Avremo più stima e considerazione di noi stessi
- Impareremo ad esprimere sentimenti, emozioni e fare ciò che veramente desideriamo fare.
- Ci poniamo allo stesso livello degli altri: anche noi siamo persone e valiamo quanto gli altri
- Aumenta la nostra sicurezza e saremo più propensi a fare richieste

Permalink 125 parole da admin Email , 12884 visite • 4 feedbacks

Gestire la rabbia

13:39:44, Aree di intervento: Assertività  

La rabbia è una reazione tipica delle persone. Tutti possiamo provare rabbia. Ma se tale emozione arriva a livelli troppo alti diventa disfunzionale.

E’ importante riconoscere i sintomi tipici della rabbia: il cuore inizia a battere più velocemente, la pressione arteriosa aumenta, i muscoli si irrigidiscono, aumenta la sudorazione, avverti la paura di perdere il controllo, ti senti irrequieto, la voce si fa più intensa, il tono é minaccioso. L'organismo si prepara all'azione, all'attacco e all'aggressione.

La rabbia è un segnale che ti indica cosa devi fare. Concentrati per darti istruzioni chiari, forti e convincenti.
Nel momento in cui provi rabbia e senti i muscoli rigidi, dovresti:

· respirare profondamente e lentamente: l’aria entra nel naso e la pancia si gonfia, l’aria esce dalla bocca e la pancia si sgonfia.
· Prendi tempo. Allontanati dalla situazione che stai vivendo.
· Conta alla rovescia: è una strategia per prendere distacco emotivo e far diminuire la rabbia.
· Pensa a qualcosa di piacevole.
· Impara a parlare a te stesso, dicendoti delle frasi che ti aiutino a vivere la persona e la situazione in un’ottica diversa.
· Sforzati di sdrammatizzare: l’umorismo aiuta.
· Rifletti prima di agire: considera tutte le conseguenze a cui potrai andare incontro se agissi la tua rabbia

Permalink 202 parole da admin Email , 13011 visite • Invia feedback

01.11.07

Principali complicazioni dell'anoressia nervosa

00:12:52, Aree di intervento: Anoressia Nervosa  

Quali sono le principali complicazioni a cui può andare incontro una persona che soffre di anoressia nervosa?

Sintomi fisici

Eccessiva sensibilità al freddo: la persona che soffre di anoressia sente tendenzialmente freddo, in particolare nelle mani e nei piedi;
Sintomi gastrointestinali (digestione lunga e difficile, pienezza dopo aver mangiato, stitichezza;
Capogiri;
Sonno disturbato e risvegli precoci mattutini.

Segni fisici

Pelle secca;
Peluria sulla schiena, avambracci, lati del viso;
Colore arancione dei palmi delle mani e dei piedi;
Erosione nella parte posteriore dei denti, ciò è presente in chi vomita frequentemente;
Ingrossamento delle ghiandole salivari , ciò è presente in chi vomita frequentemente;
Debolezza muscolare.

Disfunzioni a livello endocrino

Bassa concentrazione degli ormoni LH, FSH ed estradiolo;
Bassi livelli di T3 e T4 con TSH;

Problemi cardiovascolari

Anomalie all’elettrocardiogramma.

Difficoltà gastrointestinali

Ritardato svuotamento gastrico;
Diminuita motilità del colon;
Dilatazione gastrica acuta.

Anomalie ematologiche

Anemia.

Permalink 141 parole da admin Email , 6754 visite • 2 feedbacks

31.10.07

Trattamento dell'Anoressia Nervosa

23:34:36, Aree di intervento: Anoressia Nervosa  

La terapia cognitivo comportamentale per la cura dell'Anoressia Nervosa

In generale, il trattamento è finalizzato al raggiungimento di quattro obiettivi:

1. Inizialmente è importante sviluppare e mantenere la motivazione al trattamento: le persone che soffrono di anoressia nervosa tendono a vedere la perdita di peso come un obiettivo positivo raggiunto e non come un sintomo di una grave malattia, per questo motivo hanno una bassa motivazione a cambiare.

2. Normalizzare il peso corporeo. Inizialmente viene calcolato il BMI della persona che soffre di anoressia nervosa, che si ottiene dividendo il peso corporeo in chilogrammi per l'altezza al quadrato in metri (kg/m2). Se all'inizio del trattamento il BMI è infeiore a 20 Kg/m2, l'obiettivo sarà quello di arrivare alla soglia minima di 20 Kg/m2; questo è il livello che si associa al ripristino delle mestruazioni.
Normalizzare il peso corporeo comporta l'eliminazione dei sintomi della sindrome da digiuno, ma anche di facilitare lo sviluppo di uno schema di valutazione meno dipendente dal peso.

3. Ridurre l'eccessiva importanza attribuita al peso, alle forme corporee e al controllo dell'alimentazione

4. Eliminare i fattori che possono mantenere l'anoressia nervosa e prevenire le eventuali ricadute

Permalink 182 parole da admin Email , 5688 visite • 1 feedback

27.10.07

Gli errori cognitivi che determinano il modo di pensare di una persona depressa

Quali sono gli errori cognitivi di una persona depressa, che condizionano i suoi pensieri ed i suoi modi di ragionare?

DEDUZIONE ARBITRARIA

La persona depressa giunge ad una determinata conclusione in asseza di prove che la sostengono. "Non mi ha telefonato perchè non gli interesso più"

ASTRAZIONE SELETTIVA

Tale errore consiste nel concentrarsi su un particolare, ignorando aspetti più importanti della stessa situazione. Filtri la realtà quando pensi solo ai tuoi punti deboli e trascuri i tuoi punti di forza.

GENERALIZZAZIONE ECCESSIVA

La persona depressa giunge ad una conclusione sulla base di uno o più episodi isolati ed applica poi tale concetto ad altre situazioni. "Sono stato bocciato una volta, mi bocceranno sempre". Fai attenzione a quanto spesso usi parole come sempre, mai, tutti, tutto, nessuno, niente. Chiediti se la situazione è davvero così estrema.

INGIGANTIRE, CATASTROFIZZARE

Vi è la tendenza ad enfatizzare i propri sbagli e gli errori commessi, in modo esagerato. "Non potrebbe andare peggio di così", "E' terribile, insopportabile, irrimediabile", "E' una catastrofe".

MINIMIZZARE

La persona depressa tende a non considerare o a svalutare le proprie abilità e capacità ed in generale se stesso."Questo compito era facile, ci sarebbe riuscito anche un bambino".

PERSONALIZZAZIONE

Tale errore cognitivo si riferisce alla tendenza della persona depressa a porre gli eventi esterni in relazione a se stesso. Soprattutto egli si ritiene la causa degli eventi negativi. "E' colpa mia se il nostro matrimonio è finito", "Sono io che gli ho rovinato la vita", "E' arrabbiato per colpa mia".

PENSIERO ASSOLUTISTICO, DICOTOMICO

La persona depressa, a causa di tale errore cognitivo, tende a collocare tutte le sue esperienze in due categorie opposte: perfetto-difettoso, capace-incapace, santo-peccattore, bianco-nero. Chi ragiona così, se subisce un furto, può concludere che il mondo è un posto sempre insicuro o che non ci si può fidare.

LEGGERE LA MENTE, INTERPRETARE

La persona depressa tende a dare per scontato cosa pensa un altro senza chiederlo a lui direttamente. "Sono sicura che pensa che sono noioso e non vuole invitarmi più".

PENSARE CHE ORMAI è TROPPO TARDI PER CAMBIARE

Pensa a quante volte ti sei detto questa frase in passato, mentre ora ti rendi conto che allora eri ampiamente in tempo per cambiare. Andare dietro a questa frase comporta sfiducia e rende alla fine difficile il cambiamnto, ma nella vita è importante mettersi in discussione, darsi delle opportunità, rimettersi in gioco. Non è maai troppo tardi.

Permalink 391 parole da admin Email , 6503 visite • 5 feedbacks

26.10.07

Il modello cognitivo della depressione

06:09:35, Aree di intervento: Disturbo dell'umore  

Per capire il modo di pensare di una persona depressa e successivamente per intervenire possiamo tenere in considerazione il concetto di triade cognitiva:

1 Visione negativa che la persona ha di se stesso

La persona che soffre di depressione si vede difettoso, inadeguato, malato. Si crede indesiderabile ed inutile a causa dei suoi presunti difetti. Tende a sottovalutarsi o a criticare tutto ciò che fa. Quando riceve complimenti, la persona che soffre di depressione non ci crede, non li accetta o tende a sminuirli: "ma figurati!", "ci riescono tutti", "ci sono riuscito perchè è un compito facile, tutti sarebbero stati in grado di eseguirlo". Tutto ciò parte da una bassa considerazione di se stesso.

2 Visione negativa della vita

La persona che soffre di depressione pensa che il mondo gli faccia richieste esorbitanti. Egli vive la realtà come un mondo pieno di difficoltà ed ostacoli insuperabili.
"tanto è inutile!", "andrà male", "mi sembra tutto così difficile ed insuperabile".

3 Visione negativa del futuro

Quando la persona depressa pensa al suo futuro, egli prevede che le sue sofferenze non avranno fine e che i problemi e le difficoltà attuali continueranno. Si vede senza speranza e senza una via di uscita.

E' chiaro che se la persona si considera incapace e si aspetta sempre risultati negativi, egli tenderà a fare sempre meno. L'inattività è la conseguenza del suo pessimismo. Ma è anche vero che meno si attiva e più aumenteranno i pensieri negativi e l'idea negativa di se stesso e della vita.

Permalink 243 parole da admin Email , 45113 visite • 68 feedbacks

19.10.07

Anoressia Nervosa

14:01:32, Aree di intervento: Anoressia Nervosa  

Caratteristiche e sintomi dell'Anoressia Nervosa

La persona che soffre di anoressia nervosa è terrorizzata dall'idea di poter acquistare peso.

Ha immagine del suo corpo distorta: si vede grassa o vede parti del suo corpo troppo grosse, in genere l’addome, i glutei, le cosce. Possono adottare le tecniche più disparate per valutare dimensioni e peso corporei, come pesarsi di continuo, misurarsi ossessivamente con il metro, o controllare allo specchio le parti percepite come “grasse”.

Il suo peso corporeo viene mantenuto al di sotto del peso minimo normale. Alla domanda: "qual'è il tuo peso ideale che vorresti raggiungere?", la persona con anoressia indica un peso piuttosto basso, ma anche se lo raggiungesse non sarebbe comunque contenta e soddisfatta. Si vedrebbe sempre grassa.

La persona viene considerata sottopeso se il suo peso corporeo scende al di sotto dell’85% del peso normale per età ed altezza (e questo viene calcolato in riferimento alle tabelle utilizzate dalle Compagnie di Assicurazione per le polizze sulla vita o ai diagrammi di crescita pediatrici). In alternativa è possibile fare riferimento (come peraltro nei Criteri diagnostici ICD-10 per la ricerca) all’Indice di Massa Corporea (Body Mass Index, BMI, calcolato come rapporto tra peso in chilogrammi e quadrato dell’altezza espressa in metri), ponendo come limite minimo un BMI minore od uguale a 17,5 Kg/m2.

La persona con anoressia tende a ridurre il suo peso con diete drastiche. Alcune eliminano dalla propria alimentazione cibi ipercalorici o cibi ritenuti pericolosi: pasta, carne, olio, ...

In aggiunta possono essere messe in atto condotte di eliminazione (es. vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi e diuretici) o la pratica eccessiva di attività fisica, allo scopo di perdere peso.

Nei soggetti con Anoressia Nervosa i livelli di autostima sono fortemente influenzati dalla forma fisica e dal peso corporeo. La perdita di peso viene considerata come una straordinaria conquista ed un segno di ferrea autodisciplina, mentre l’incremento ponderale viene esperito come una inaccettabile perdita delle capacità di controllo.

Permalink 322 parole da admin Email , 6013 visite • Invia feedback

18.10.07

Cura dell'ipocondria: la terapia cognitivo comportamentale

23:56:07, Aree di intervento: Disturbi Somatoformi  

Non sono spaventata ma terrorizzata dai sintomi fisici che provo. Ho paura delle peggiori malattie o di morire.

Al primo sintomo mi irrigidisco e nella mia testa frullano mille dubbi e preoccupazioni: “come mai mi sento così?”, “perché non passa?”, “cosa sarà?”. Più mi preoccupo e più il mio livello di ansia cresce.

Inizio a tempestare di domande i miei genitori, i miei amici e i miei colleghi. Ho bisogno di sentirmi rassicurata. Ho bisogno di sentire: “non ti preoccupare, non è nulla”, “anch’io ho avuto gli stessi sintomi”, “tutto passa vedrai”. Sul momento sto bene, mi sento tranquilla. La serenità è momentanea. Poco dopo ripartono i dubbi.

Mi accorgo che sono sempre concentrata sul mio corpo per controllare ogni pezzettino voglio captare eventuali sintomi. Tutto è sotto controllo, non mi sfugge nulla: nuove macchie, peli, rigonfiamenti, rughe. Conosco ogni minima parte del mio corpo. Ormai sono diventata esperta, riesco a parlare con gli altri e fare i miei controlli.

Sono capace di misurarmi la pressione anche 10 volte al giorno, leggo riviste medico-scientifico, so tutto sulle malattie che penso di avere, mi collego ad internet per cercare informazioni.

A volte mi sembra di impazzire. Anche se razionalmente che tutto è assurdo, pazzesco, ma io non riesco a pensare e a comportarmi in maniera diversa. Analisi del sangue, ecografie, medici, specializzati, controlli, controlli e ancora controlli. Non penso ai soldi e al tempo che spendo vince l’ansia, la paura. La cosa pazzesca che dopo una visita medica inizio a dubitare sulla serietà e sulla professionalità di chi mi ha visitato: “avrà fatto i giusti controlli?”, “ e se ha sbagliato a leggere i dati?”, “sarà esperto?”, mi agito fino ad arrivare al panico.

Mi dicono che sono ipocondriaco e che tutti i miei pensieri e comportamenti sono determinati da tale malattia. Tutto chiaro, ma razionalmente. “e se questa volta fosse diverso?”, “se non fosse ansia, ma i sintomi di una malattia”. Chi mi da la sicurezza al cento per cento che è ansia. Voglio essere sicuro di non morire.

La Terapia Cognitivo Comportamentale risulta efficace e di grande aiuto per le persone che soffrono di ipocondria.

Dopo aver escluso problemi a livello fisico, la terapia procede con le seguenti tecniche:

-Fase psicoeducazionale in cui vengono fornite alla persone corrette informazioni sul suo disturbo ipocondriaco
-Rilassamento e respirazione lenta diaframmatica, attraverso cui la persona impara a gestire l’ansia
-Esposizione interocettiva, la persona con ipocondria impara ad attivare i sintomi dell’ansia con tecniche specifiche per poi rimanere calma e rilassata
-Acquisizione delle tecniche distrattive utili per interrompere il circolo dell’ansia, per stoppare le continue rimuginazioni e per interrompere l'attenzione selettiva sul corpo
-Identificazioni dei pensieri negativi e delle preoccupazioni. Tali pensieri vengono registrati su un nastro per essere riascoltati più volte nel corso della giornata. All’inizio dell’esposizione alla cassetta, la persona proverà ansia che tenderà a scomparire per un processo di abitazione.
-Sostituzione dei pensieri negativi con pensieri positivi e razionali: “mi trema il polpaccio e allora?”
-Eliminazione dei comportamenti rassicuranti, che mantengono il problema stesso. La persona con ipocondria dovrà astenersi dal fare controlli e visite
-Presa di distacco dal problema stesso: la persona impara a riconoscere e in un secondo momento ad ignorare eventuali sintomi, pensieri negativi perché dovuti dal suo disturbo.
-Praticare attività sportiva spesso evitata per la paura di fare sforzi che possono causare danni al fisico
-Alimentazione equilibrata
-Esposizione alle situazioni vissute con disagio o evitate per la paura di star male

Permalink 575 parole da admin Email , 9223 visite • Invia feedback

14.10.07

Trattamento del Disturbo Post Traumatico da Stress: la terapia cognitivo comportamentale

23:28:40, Aree di intervento: Disturbo Post Traumatico da Stress  

Trattamento

L’intervento cognitivo-comportamentale porta ad una progressiva riduzione dell’ansia e degli altri sintomi correlati all’evento traumatico, e nello specifico prevede l’applicazione delle seguenti tecniche:


- l’esposizione in immaginazione, questa tecnica è basata sull’esposizione del soggetto al ricordo del trauma attraverso resoconti verbali e immaginativi;

- l’esposizione in vivo, ossia il confronto graduale e controllato con quelle situazioni ansiogene precedentemente evitate dal soggetto;

- la terapia cognitiva, che si concentra sulle credenze e assunzioni del soggetto circa se stesso, gli altri e il mondo, procedendo ad una ristrutturazione cognitiva dei pensieri distorti dopo aver effettuato un assessment specifico e accurato.


Permalink 102 parole da admin Email , 7757 visite • 1 feedback

Situazioni evitate o temute da chi soffre di fobia sociale

23:22:44, Aree di intervento: Fobia Sociale  

Le situazioni sociali in cui le persone affette da questa patologia mostrano maggiormente i propri sintomi sono le seguenti, anche se comunque esse possono variare anche notevolmente da soggetto a soggetto:

Parlare in pubblico
Mangiare o bere in pubblico
Andare alle feste
Scrivere o firmare in pubblico
Guardare negli occhi la gente
Iniziare e poi mantenere una conversazione
Essere presentati ad altre persone
Effettuare chiamate telefoniche
Dare o difendere le proprie opinioni
Incontrarsi con persone sconosciute, del sesso opposto o da cui sono attratte
Essere in spazi chiusi dove c'è gente
Parlare in un gruppo piccolo
Parlare con persone di autorità
Fare o accettare complimenti

La fobia sociale può essere definita generalizzata se le paure vengono sperimentate nella quasi totalità delle situazioni sociali, mentre può essere definita specifica se l'ansietà viene sperimentata solo in determinate situazioni sociali, che possono variare da soggetto a soggetto

Permalink 144 parole da admin Email , 10816 visite • 4 feedbacks

Sintomi della fobia sociale

23:16:51, Aree di intervento: Fobia Sociale  

sintomi della fobia sociale, sperimentati dai soggetti nelle varie situazioni sociali, sono per lo più i seguenti:

Ansia, talvolta associata anche ad attacchi di panico
Ansietà intensa di fronte a gruppi di persone
Ansia anticipatoria, che cioè viene provata prima di trovarsi nella situazione temuta
Arrossimenti
Tremori di mani, piedi o voce
Sudorazione eccessiva (specialmente nelle mani)
Palpitazioni e brividi
Timore di arrossire o balbettare
Timore di essere osservati e valutati negativamente dagli altri
Timore di essere visti come deboli, ansiosi, pazzi o stupidi
Timore che le proprie opinioni possano non interessare agli altri
Timore di non essere in grado di comportarsi in modo adeguato nelle situazioni sociali
Tendenza ad evitare le situazioni sociali che metterebbero in imbarazzo (tendenza all'isolamento)
È importante notare che gli individui affetti da fobia sociale riconoscono comunque che le loro paure sono esagerate, eccessive e irrazionali.

Permalink 140 parole da admin Email , 9067 visite • 4 feedbacks

Quando è giusto intervenire per curare le difficoltà di lettura

22:53:24, Aree di intervento: Difficoltà nella lettura - Dislessia  

Sebbene i sintomi di difficoltà di lettura possano insorgere anche all’asilo, il Disturbo della Lettura è di rado diagnosticato prima della fine dell’asilo o dell’inizio delle scuole elementari perché l’insegnamento formale della lettura di solito non inizia prima di questo livello nella maggior parte degli ambienti scolastici.

Specie quando il Disturbo della Lettura è associato con un QI alto, il bambino può funzionare al livello della classe o quasi nelle prime classi e il Disturbo della Lettura può non essere pienamente evidente fino alla quarta elementare o oltre.

Spesso troviamo ragazzi delle scuole medie le cui difficoltà scolastiche non sono state diagnosticate precocemente per cui hanno accumulato anni di fatiche e di insuccessi.

Con la diagnosi e l’intervento precoce, la prognosi è buona in una percentuale significativa di casi. Il Disturbo della Lettura può persistere nell’età adulta.

Permalink 140 parole da admin Email , 2171 visite • 2 feedbacks

Cause della DISLESSIA

22:34:49, Aree di intervento: Difficoltà nella lettura - Dislessia  

Quali sono le cause della dislessia?

La dislessia è dovuto a disabilità cognitive di base che sono frequentemente di origine costituzionale, quindi di origine genetica.

Permalink 24 parole da admin Email , 15729 visite • 7 feedbacks

DISLESSIA: difficoltà nella lettura

22:32:46, Aree di intervento: Difficoltà nella lettura - Dislessia  

Che cos'è la dislessia?

La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento e consiste nella difficoltà da parte del bambino di leggere e scrivere in modo corretto e fluente, nonostante un’istruzione adeguata. La dislessia non è causata da un deficit di intelligenza, né da problemi ambientali o psicologici o da deficit sensoriali o neurologici. Il bambino dislessico può leggere e scrivere, ma riesce a farlo solo impegnando al massimo le sue capacità ed energie, perché non può farlo in maniera automatica, perciò si stanca velocemente, commette errori e rimane indietro. La difficoltà nella lettura spesso si accompagna a problemi nella scrittura, nel calcolo e anche in altre attività mentali. I bambini con dislessia sono intelligenti, di solito vivaci e creativi. E’ ancora diffusa la tendenza a considerare queste difficoltà come caratteristiche tipiche di un bambino svogliato, che potrebbe fare di più, ma non si applica abbastanza nelle attività.

Permalink 147 parole da admin Email , 9400 visite • 2 feedbacks

Richiesta di consulenza per i Disturbi Specifici dell'Apprendimento

22:24:57, Aree di intervento: Disturbi Specifici dell'Apprendimento  

Tendenzialmente i genitori si rivolgono ad uno psicologo, perchè hanno notato personalmente delle difficoltà che il figlio presenta a livello scolastico. In altre situazioni, gli insegnanti evidenziano difficoltà di apprendimento, per cui sensibilizzano i genitori affinchè si rivolgano ad uno psicologo.

Nel primo colloquio CON I GENITORI, lo psicologo raccoglie informazioni sul minore e sul disturbo.

Nel secondo colloquio lo psicologo vede IL BAMBINO/RAGAZZO. All'inizio sarà importante dedicare tempo per creare una buona relazione con il minore. In seguito verrà effettuata una raccolta di informazoni per valutare:

1. LE FUNZIONI COGNITIVE PRIMARIE:

PERCEZIONE
ABILITA’ VISUO SPAZIALI
PRASSIE
MEMORIA
LINGUAGGIO
ATTENZIONE

Tale valutazione viene effettuata tramite la somministrazione di PROVE STANDARDIZZATE ES. WISH

2. I PROCESSI DI APPRENDIMENTO SCOLASTICO:

LETTURA
SCRITTURA
CALCOLO
COMPRENSIONE E PROBLEM SOLVING

Tale valutazione viene effettuata tramite la somministrazione di PROVE STANDARDIZZATE

3. GLI ASPETTI EMOTIVO RELAZIONALI

AUTOSTIMA
MOTIVAZIONE
INDAGINE DELLE RELAZIONI INTERPERSONALI

Tale valutazione viene effettuata tramite COLLOQUIO, OSSERVAZIONE, PROVE STANDARDIZZATE,
GIOCHI

Permalink 154 parole da admin Email , 7674 visite • 17 feedbacks

13.10.07

Stile di comportamento ASSERTIVO

00:09:42, Aree di intervento: Assertività  

CARATTERISTICHE DEL COMPORTAMENTO ASSERTIVO

La persona assertiva si colloca tra il passivo e l’aggressivo. Egli è capace di esprimere le proprie emozioni e sentimenti: “Sono contenta” “Ti voglio bene”, “Non ho voglia”, senza provare disagio.

Fa proposte sulla base dei propri desideri ed interessi e allo stesso tempo, tiene in considerazione le emozioni, i bisogni e le richieste degli altri. E’ capace di rinunciare o rimandare la soddisfazione di un proprio desiderio per il piacere di accontentare l’altra persona o per aver ricevuto una proposta più interessante. Tale scelta non rappresenta un peso o un dovere, ma puro piacere.

Prima di prendere una decisione, tende a confrontarsi con gli altri, ascolta il loro parere, per poi arrivare ad una conclusione.

Durante una discussione, esprime il proprio punto di vista, ma è anche pronto a modificarlo se ritiene che gli altri dicano delle cose sensate. Sa mettersi in discussione, consapevole del fatto che non esiste solo il suo modo di vedere e vivere le situazioni. E’ anche capace di esprime il proprio disaccordo con gli altri, pur mantenendo la loro amicizia ed il loro rispetto.

Fa richieste, ed è in grado di accettare un eventuale rifiuto, senza insistere, arrabbiarsi e pretendere di essere accontentato a tutti i costi.

E’ in grado di rifiutare un invito, una proposta con serenità, senza provare sensi di colpa. Non tende, quindi a giustificarsi, inventare scuse e bugie.

Fa i complimenti e tende a far risaltare le qualità personali, l’impegno ed i risultati ottenuti dai collaboratori, parenti ed amici. In generale, più le persone si sentono gratificate e più sono motivate a lavorare.

Accetta i complimenti, senza provare disagio.

La persona assertiva sa comunicare: parla, racconta di sé ed è anche capace di ascoltare con attenzione.

Nelle situazioni difficili ed emotivamente forti sa controllare i sentimenti e le emozioni, riesce, quindi a parlare e far valere i propri diritti senza perdere le staffe.

Non valuta, non giudica e non critica le persone, ma al più esprime disaccordo sul comportamento emesso, che reputa non corretto. Sa rispettare le persone e non pretende che gli altri dicano o facciano come fa piacere a lui.

Esprime desideri “mi piacerebbe …”, “sarebbe bello …”, senza crearsi aspettative.

Esprime, inoltre, critiche costruttive che aiutino le persone a migliorare ed a produrre di più. Sa gestire le critiche e non permette agli altri di essere aggressivi, non li subisce.

La persona assertiva è sicura, ha un’adeguata stima di se stessa, individua eventuali problemi e cerca di porvi rimedio con soluzioni concrete, si pone obiettivi da raggiungere nella vita.

Permalink 423 parole da admin Email , 28918 visite • 33 feedbacks

Stile di comportamento AGGRESSIVO

00:06:06, Aree di intervento: Assertività  

CARATTERISTICHE DEL COMPORTAMENTO AGGRESSIVO

“Aggressivi! Assolutamente no! Gli altri esagerano. E’ normale che se le cose non ci vanno a genio ci arrabbiamo, alziamo il tono della voce. Caspita se ci arrabbiamo! Non siamo mica delle pecore! Chiariamo subito e sicuramente non ci teniamo tutto dentro. Non ci facciamo prendere in giro da nessuno. Se l’altro si offende o ci rimane male, pazienza”.

Discutiamo frequentemente con gli altri, esprimiamo in modo chiaro e con forza il nostro punto di vista, non abbiamo difficoltà a protestare quando riceviamo prodotti o servizi di scarsa qualità. Non ci preoccupa il fatto di fare una brutta figura.

Usiamo frasi del tipo: “Ma cosa stai dicendo?”, “Non è giusto quello che dici!”, “Come si fa a ragionare così?”. Ci arrabbiamo, non accettiamo il punto di vista dell’altro, anzi imponiamo il nostro che riteniamo sicuramente più corretto e sensato. Non ci interessano le ragioni dell’altro quando riteniamo che stia sbagliando. Imponiamo le nostre idee e ci aspettiamo che lui faccia esattamente quello che gli abbiamo detto di fare.

Esprimiamo giudizi e critichiamo le persone: se non ci piace il nuovo taglio di capelli o il vestito indossato da qualcuno, non ci pensiamo due volte ad esprimere il nostro parere, non curanti di come si possa sentire l’altro. Anzi, se si dovesse offendere, lo accusiamo di essere permaloso. Quando, però, riceviamo delle critiche, non le accettiamo e siamo subito pronti a contro-attaccare.

Tendiamo a sminuire le persone con cui interagiamo. A volte usiamo termini offensivi: “sei uno stupido!”, “come fai a non capire cose così semplici?”, “ci riescono tutti!”, “sei uguale a tuo padre!”.

Invece di sottolineare le capacità, gli sforzi e gli obiettivi raggiunti, ribadiamo quanto sia facile ottenere buoni risultati, impegnandosi.

Insegnare agli altri è per noi una perdita di tempo! Piuttosto facciamo tutto noi oppure ordiniamo senza dare precise indicazioni. Alla fine, ci arrabbiamo tantissimo, perché il lavoro non ci è piaciuto.

Non chiediamo consigli ed opinioni, andiamo avanti per la nostra strada. Facciamo, disfiamo e rifacciamo di nuovo. Prendiamo decisioni senza tenere in considerazione i bisogni, i desideri e le richieste degli altri.

Ci siamo noi!

Ordiniamo, pretendiamo, esprimiamo desideri e bisogni e ci aspettiamo che gli altri li soddisfino immediatamente.

Siamo convinti di non sbagliare mai, per cui non chiediamo scusa. Al contrario tendiamo a colpevolizzare ed accusare gli altri se le cose non vanno per il verso giusto. Quando ci rivolgiamo agli altri usiamo il “Tu”: “tu sei la causa del nostro divorzio”, “sei sempre tu che rovini tutto, anche le cose più belle”, “tu non cambierai mai”.

Abbiamo un’alta stima di noi stessi: siamo convinti di essere i più bravi e consideriamo alcune persone: deboli, poco capaci, senza carattere e li collochiamo in un gradino più in basso del nostro. Con altri entriamo in competizione e ci arrabbiamo se non otteniamo il successo desiderato.

Siamo spesso arrabbiati e nervosi. I nostri rapporti interpersonali possono essere difficili. Se rivestiamo un ruolo di responsabilità sul lavoro, riusciamo a creare un ambiente teso ed ostile. Non ci fidiamo abbastanza, diamo poca responsabilità, siamo pronti a vigilare per scoprire scorrettezze, non trasferiamo abilità, ordiniamo e siamo troppo diretti nel dire le cose. Siamo, inoltre, convinti che sgridare i nostri dipendenti, li porti a produrre di più, in realtà otteniamo l’effetto opposto: assenteismo, continui licenziamenti, malcontento e scarsa produttività. Come tutti i circoli viziosi, meno rendono e più ci arrabbiamo.

Amici, parenti e colleghi, si possono allontanare da noi. Sono stanchi e stufi di subire il nostro modo di fare: rimproveriamo, critichiamo, insistiamo, decidiamo ed ordiniamo.

Ma l’altro come si sente? Sminuito, attaccato, colpevolizzato, confrontato con altri, intimorito, giudicato, impaurito, ... Più siamo passivi e più proviamo ansia e disagio quando interagiamo con una persona aggressiva, perché non riusciamo a gestire i suoi attacchi.

Noi aggressivi, però, in fondo non siamo cattivi. Siamo generosi, affettuosi e desideriamo il meglio per noi e per gli altri, ma a volte non ci rendiamo conto di esagerare.

Permalink 662 parole da admin Email , 5768 visite • Invia feedback

Stile di comportamento PASSIVO

00:00:39, Aree di intervento: Assertività  

CARATTERISTICHE DEL COMPORTAMENTO PASSIVO

Un collega ci fa una richiesta, vorremmo rifiutare, ma accettiamo lo stesso. Proviamo disagio nel rifiutare e non sappiamo dire di “no”. Abbiamo paura di offendere o che l’altro ci rimanga male. In alcuni casi, abbiamo paura di deludere, di perdere la stima e la considerazione di amici, colleghi, parenti ed estranei.
Viviamo, così, situazioni che in realtà non vorremmo vivere, per poi arrabbiarci con noi stessi perché non siamo stati in grado di rifiutare.
Possiamo inventare scuse, bugie e tentiamo di giustificarci, accettiamo un invito per poi telefonare e scusarci mille volte per un malore improvviso, che ci impedisce di rispettare l’impegno preso.

Non facciamo richieste, perché viviamo con la paura costante di disturbare gli altri o temiamo di ricevere un “no”.

Facciamo fatica nel gestire le insistenze di un abile venditore, alla fine acquistiamo oggetti che non ci piacciono o che non ci interessano. Altre volte ci sentiamo in dovere di acquistare perché la commessa è stata particolarmente gentile e disponibile. Sarebbe non educato uscire dal negozio senza aver comprato nulla.

Ci fanno un complimento, proviamo disagio e non siamo in grado di rispondere oppure iniziamo a sminuire il complimento ricevuto.

“Che bella maglia” “Si, ma punge un po’”.

Allo stesso modo non facciamo complimenti alle persone, perché non ci osiamo e non sappiamo cosa dire.

Siamo nel bel mezzo di una discussione, vorremmo esprimere il nostro punto di vista, ma stiamo zitti. Abbiamo probabilmente paura di non dire cose sensate e consideriamo gli altri più bravi e più capaci di noi. Se ci sforziamo di parlare, non riusciamo fino in fondo a difendere il nostro punto di vista. Allora non resta che tacere!

Facciamo fatica a fare proposte. A noi va sempre bene tutto!

“Andiamo al cinema?” “Va bene”
“Cosa vuoi fare questa sera? “ “Ma, non so. Per me va qualsiasi cosa”

Probabilmente non vogliamo metterci in gioco più di tanto, non vogliamo assumerci delle responsabilità. Cosa succede se proponiamo ed insistiamo per andare al mare ed inizia a piovere arrivati a destinazione?
Gli amici potrebbero lamentarsi e sottolineare che sarebbe stato meglio andare da un’altra parte? Proviamo a riflettere un attimo: ma se la stessa proposta l’avesse fatta la nostra amica, avremmo brontolato, ci saremmo lamentati, o avremmo espresso giudizi negativi?

“No, può succedere. Pazienza! Non si può sapere in anticipo come andranno le cose”.

Bene! Ma allora, perché non riusciamo a dire le stesse belle frasi anche a noi stessi?

Riceviamo delle critiche, veniamo accusati, ma non riusciamo ad avere la battuta pronta, le parole giuste da dire. Dopo pensiamo e ripensiamo a tutte le frasi che avremmo potuto dire, ma che non abbiamo detto. La rabbia cresce sempre di più. Ancora una volta non siamo stati in grado di ribattere.
A volte può succedere che emettiamo comportamenti aggressivi, per sentirci subito dopo in colpa e dispiaciuti. Chiediamo scusa e ritorniamo ai nostri soliti comportamenti passivi.

Siamo molto propensi al sacrificio, siamo disponibili ad aiutare gli altri, a soddisfare le loro esigenze e richieste. Alla fine gli altri vengono prima di noi. Così, i nostri bisogni e i desideri non espressi, non vengono soddisfatti.
Subire le situazioni e gli altri è per noi una fonte di sofferenza: proviamo frustrazione, rabbia, ci sentiamo impotenti, tendiamo a svalutarci e la nostra insicurezza e la bassa autostima diminuiscono ancora di più.

Certo, gli altri ci considerano delle persone gentili e cordiali, i colleghi che tutti vorrebbero avere, l’amico disponibile su cui contare. La persona che ama il quieto vivere, non litigiosa, educata e molto rispettosa degli altri.

A quale prezzo? Consideriamo, anche gli svantaggi ed i costi che la persona passiva deve pagare.

Spesso ci sentiamo “sfruttati” e non stiamo bene con noi stessi!

Permalink 623 parole da admin Email , 7464 visite • Invia feedback

12.10.07

Disturbo specifico dell’Apprendimento Scolastico: DAS

13:04:15, Aree di intervento: Disturbi Specifici dell'Apprendimento  

Casa si intende per disturbo specifico dell’apprendimento?

Caratteristiche tipiche

Il disturbo specifico dell’apprendimento scolastico non è causato da disabilità neurologica o sensoriale. I bambini, infatti, sono intelligenti, il loro Q.I. è nella norma e presentano adeguate capacità cognitive, visive ed uditive. Occorre, quindi, sottoporre il bambino ad una visita medica per escludere problemi oculistici ed uditivi.

Le difficoltà dell’apprendimento scolastico non sono causate dalle normali variazioni del rendimento scolastico che possono essere presenti in qualsiasi bambino.

Il bambino ha ricevuto un’adeguata istruzione scolastica.

IL bambino non presenta disagi emotivi primari che possono causare difficoltà nell’apprendimento. Se il bambino vive esperienze soggetivamente negative: nascita di un fratellino, cambio di residenza, separazione tra i genitori, malattia o morte di un familiare, può provare disagi che distolgono la sua attenzione e concentrazione dallo studio. In questi casi, lo scarso rendimento scolastico non è attribuibile a difficoltà dell’apprendimento scolastico.

Il disagio, la frustrazione, la scarsa fiducia in se stesso, la demotivazione e i problemi della condotta sono una conseguenza delle difficoltà di apprendimento, perché il bambino si rende conto di quanto sia faticoso per lui apprendere, nonostante, l’impegno. Spesso sono bambini rimproverati e puniti dai genitori e dall’insegnante, che sono soliti dire:
"è un bambino intelligente, ma non studia abbastanza"
"pensa solo a giocare"
"se si impegnasse più ..."

I tempi di attenzione sono diversi da quelli dei bambini senza disturbo; i bambini con DAS sono facilmente distraibili: non riescono a concentrarsi su un singolo stimolo, ma sono attratti da tante altre cose contemporaneamente.

Percezione visiva: il bambino con DAS ha difficoltà a percepire correttamente uno stimolo; vede, ma non dà il giusto significato a ciò che osserva.

Permalink 278 parole da admin Email , 7342 visite • Invia feedback

11.10.07

Disturbi specifici dell'apprendimento

13:14:01, Aree di intervento: Disturbi Specifici dell'Apprendimento  

PERCHE’ E’ IMPORTANTE FARE UNA DIAGNOSI PRECOCE dei disturbi specifici dell'apprendimento?

Più passa il tempo e più il bambino accumula DIFFICOLTA’ ED INSUCCESSI SCOLASTICI

Il bambino si sente DEMOTIVATO

Si ABBASSA l'AUTOSTIMA

Il bambino prova ANSIA DA PRESTAZIONE

La FAMIGLIA non COMPRENDE le difficoltà del figlio, inizia a preoccuparsi e va in ansia

Il bambino riceve RIMPROVERI E PUNIZIONI: spesso le sue difficoltà vengono vissute come scarso impegno

Anche gli insegnanti possono non comprendere le difficoltà dell'alunno con disturbo specifico dell'apprendimento: "è intelligente ma non si impegna abbastanza"

Il bambino viene DERISO ED ESCLUSO dai compagni

Tutto ciò può determinare ABBANDONO SCOLASTICO

Permalink 101 parole da admin Email , 9114 visite • Invia feedback

10.10.07

TCC: percentuali di guarigione

23:26:24, Aree di intervento: Terapia cognitivo comportamentale  

EFFICACIA DELLA TERAPIA COMPORTAMENTALE E COGNITIVA

DISTURBO PERCENTUALE DI GUARIGIONE

ATTACCHI DI PANICO 80%
FOBIA SOCIALE 81%
DIST. D’ANSIA GENERALIZZATO 50%
DIST. OSSESSIVO COMPULSIVO dal 50% all’ 80%
DISTURBI ALIMENTARI 75-80%
DEPRESSIONE 75%
ENURESI ED ENCOPRESI 80%

Tratto da:
http://www.italmed.com/approfondimenti/news
www.nimh.gov
Dalle Grave, G., Alle mie pazienti dico, Verona, Positive Press,1998
http://www.sospsiche.it/pubblicazioni/det/enuresi.htm
http://benessere.com/psicologia/arg00/depr_gin.htm

Permalink 67 parole da admin Email , 10078 visite • 1 feedback

Per quali disturbi risulta efficace la Terapia cognitivo comportamentale?

23:15:59, Aree di intervento: Terapia cognitivo comportamentale  

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il National Institute of Mental Health del Governo degli Stati Uniti, il National Insitute for Health and Clinical Excellence della Gran Bretagna, la Public Health Agency of Canada e altri ancora, hanno dimostrato l'efficacia della terapia cognitivo comportamentale e l'hanno dichiarata "trattamento d'elezione" per la maggior parte dei disturbi.

La terapia cognitiva comportamentale permette di ottenere buoni risultati che vengono mantenuti nel tempo.

Nel 2001 in occasione della Giornata Mondiale della Salute dedicata alla salute mentale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha proposto con il patrocinio del Ministero della Sanità, un elenco delle psicoterapie la cui efficacia è documentata dalla ricerca.

Riportiamo di seguito un elenco dei disturbi per cui la terapia cognitivo comportamentale è risultata essere "trattamento ben consolidato"

Disturbo di panico
Agorafobia
Fobia sociale
Fobia specifica
Ansia generalizzata
Disturbo ossessivo-compulsivo
Disturbo post-traumatico da stress
Anoressia
Bulimia
Disturbi somatoformi
Insonnia
Depressione
Disturbo di personalità evitante
Disturbo di personalità borderline
Disturbi di personalità misti
Schizofrenia
Tabagismo
Alcolismo
Disturbi sessuali (Impotenza, Eiaculazione precoce, Vaginismo)
Demenze

Permalink 166 parole da admin Email , 6615 visite • 5 feedbacks

Studi aperti

14:23:16, Aree di intervento: Terapia cognitivo comportamentale  

A novembre tra il 12 e il 17 parteciperò alla Settimana del Benessere Psicologico indetta dall'Ordine degli Psicologi del Piemonte. In questa occasione verrà fornito un primo colloquio di consulenza psicologica gratuito.

benessere

Permalink 30 parole da admin Email , 7092 visite • 1 feedback

05.10.07

Ipocondria: sintomi e caratteristiche tipiche

13:24:21, Aree di intervento: Disturbi Somatoformi  

La caratteristica essenziale della ipocondria è la preoccupazione legata alla paura oppure alla convinzione di avere, una grave malattia.

La persona che soffre di ipocondria interpreta in modo errato i sintomi fisici che avverte: il mal di testa non viene vissuto con serenità come un dolore che tutti potremmo avere in seguito a stanchezza o ad un colpo d'aria. Tale sintomo viene vissuto in modo catastrofico come indicatore di una grave malattia.

La persona che soffre di ipocondria tende ad interpretare in modo catastrofico i sintomi che avverte. Egli tende, infatti, a pensare alla cosa peggiore che gli possa capitare.

Perché si possa parlare di ipocondria, ovviamente, è importante che venga esclusa qualunque condizione medica generale che possa spiegare pienamente i suoi segni o sintomi fisici (per quanto possa talora essere presente una condizione medica generale concomitante).

La persona con ipocondria è attenta in modo selettivo al suo corpo per captare eventuali sintomi, indicatori di malattie temute. La sua testa è invasa da continui dubbi e preoccupazioni: "come mai avverto questo tremore alla gamba?". "e se fosse qualcosa di grave?", "e se mi capita qualcosa di terribile da un momento all'altro?", "e se muoio di morte improvvisa?". In conseguenza di tali pensieri negativi, la persona con ipocondria si sente agitato, ansioso e preoccupato.

Vi è la tendenza ad effettuare controlli medici, consultate diversi medici, per un bisogno di rassicurazione, ma tale effetto dura poco. Ritornano i dubbi: "sarà bravo questo medico, forse sarà meglio consultarne un altro", .... Nonostante i medici dicano che non vi sono disturbi, la persona che soffre di ipocondria continua ad essere convinta di avere qualche malattia.

Nella ipocondria la preoccupazione può riguardare le funzioni corporee (per es. il battito cardiaco, la traspirazione o la peristalsi); alterazioni fisiche di lieve entità (per es. una piccola ferita o un occasionale raffreddore); oppure sensazioni fisiche vaghe o ambigue (per es. "cuore affaticato", "vene doloranti").

La persona tende ad effettuare controlli sul proprio corpo: misura la pressione più volte al giorno, conta i battiti del cuore, si tocca a livello del cuore. Chi è convinto di avere un tumore al seno continua a tastare tale parte, con il rischio di creare infiammazioni.

I soggetti con l'ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato, o a causa di osservazioni, sensazioni, o eventi che riguardano il loro corpo.
La preoccupazione riguardante le malattie temute spesso diviene per il soggetto un elemento centrale della immagine di sé, un argomento abituale di conversazione, e un modo di rispondere agli stress della vita.

Permalink 423 parole da admin Email , 6404 visite • 3 feedbacks

Quando è giusto iniziare a curare l'enuresi?

12:53:14, Aree di intervento: Enuresi  

E'importante considerare che nella maggior parte dei casi, l’enuresi si risolve in modo spontaneo.

L’enuresi diventa un problema dopo i cinque - sei anni (per la precisione 5 nella femmina e 6 nel maschio), ma l’età più giusta per iniziare un trattamento è dopo i 7 anni.

Può essere opportuno ricorrere alla terapia anche nei casi in cui l'enuresi pur non presentandosi in maniera frequente, rappresenta per il bambino causa di sofferenza, vergogna e disagio.

Permalink 73 parole da admin Email , 7039 visite • 66 feedbacks

Sesso ed enuresi: esistono bambini più predisposti?

12:35:05, Aree di intervento: Enuresi  


In età pediatrica vi è una prevalenza di bambini che soffrono di enuresi, rispetto alle bambine. Tale differenza scompare in età adulta.

La caratteristica di avere un sonno molto profondo è comune ai bimbi enuretici, a prescindere dal sesso.

Permalink 37 parole da admin Email , 14137 visite • 9 feedbacks

L'enuresi è ereditario?

12:30:29, Aree di intervento: Enuresi  

Circa il 75% di tutti i bambini con Enuresi ha un parente biologico di primo grado che ha sofferto del disturbo.
Il rischio di Enuresi è da 5 a 7 volte maggiore nei figli di un genitore con una storia di Enuresi.
Diversi studi in letteratura evidenziano che la concordanza per il disturbo è maggiore nei gemelli monizigoti che nei dizigoti.
Nell'enuresi secondaria è importante considerare gli aspetti emozionali, affettivi e relazionali, per la genesi e il mantenimento di tale disturbo.

Permalink 75 parole da admin Email , 15420 visite • 2 feedbacks

01.10.07

Cause dell'enuresi

23:54:00, Aree di intervento: Enuresi  

Quali sono le cause dell'enuresi?

Per rispondere a questa domanda occorre distinguere l'enuresi primaria da quella secondaria e sintomatica.

L'enuresi primaria viene attribuita a:
• un ritardo di maturazione della vescica: in particolare viene imputata la ritardata maturazione dello sfintere vescicale, un piccolo muscolo che funziona da valvola della vescica e che impedisce alla pipì di fuoriuscire verso l’esterno. Questo controllo si acquisisce normalmente verso il quarto anno di vita.
• un insufficiente controllo ormonale: nel cervello esiste una ghiandola, l’ipofisi, che produce diversi ormoni. Uno di questi è l’ADH, che fa sì che la notte venga prodotta circa la metà della quantità di urina che viene prodotta di giorno. Alcuni studi mettono in evidenza che alcuni bambini enuretici hanno inizialmente bassi livelli di questo ormone, e che questi tendono a normalizzarsi in ritardo rispetto agli altri bambini.

L'enuresi secondaria può dipendere da particolari situazioni emotive e stressanti (ad esempio la nascita di un fratellino, l’inserimento a scuola, tensioni familiari…).

L'enuresi sintomatica compare come conseguenza di una malattia ad esempio un’infezione urinaria o in casi molto più rari diabete mellito, epilessia ecc.

Permalink 184 parole da admin Email , 10964 visite • 8 feedbacks

Decorso dell'enuresi

23:42:17, Aree di intervento: Enuresi  

Enuresi "primaria"

Si parla di enuresi primaria, quando il soggetto non ha mai raggiunto la continenza urinaria.

Enuresi “secondaria”

Si parla di enuresi secondario quando il soggetto che aveva raggiunto la continenza urinaria, tende ad avere perdita di urina.

L’Enuresi primaria comincia all’età di 5 anni. Il momento in cui più comunemente esordisce l’Enuresi secondaria è tra i 5 e gli 8 anni, ma ciò può avvenire in qualsiasi momento. Dopo i 5 anni di età, la percentuale di remissioni spontanee è tra il 5 e il 10% per anno. La maggior parte dei bambini con questo disturbo raggiungono la continenza entro l’adolescenza, ma nell’1% circa dei casi il disturbo continua nell’età adulta.

Permalink 110 parole da admin Email , 12601 visite • 9 feedbacks

Tipi di enuresi

23:33:12, Aree di intervento: Enuresi  

Sottotipi di enuresi


Solo Notturna

Questo è il sottotipo più comune e viene definito come perdita di urine solo durante il sonno notturno. L’evento enuretico tipicamente si manifesta durante il primo terzo della notte.

Solo Diurna

Questo sottotipo viene definito come perdita di urine durante le ore di veglia. L’Enuresi diurna è più comune nelle femmine che nei maschi ed è rara dopo i 9 anni.

Notturna e Diurna

Il sottotipo viene definito come una combinazione dei due sottotipi precedenti.

Permalink 78 parole da admin Email , 9492 visite • 1 feedback

19.09.07

Encopresi: caratteristiche tipiche

13:41:26, Aree di intervento: Encopresi  

L’Encopresi è la ripetuta evacuazione di feci in luoghi inappropriati (per es., nei vestiti o sul pavimento).

La maggior parte delle volte ciò è involontario, ma occasionalmente può essere intenzionale. Consideriamo tutte le attenzioni (vantaggi secondari) che il bambino potrà ricevere subito dopo: verrà lavato e cambiato. In alcuni casi l'encopresi potrebbe essere l'occasione per ricevere le attenzioni dei genitori.

Si parla di encopresi se ciò si verifica almeno 1 volta al mese per almeno 3 mesi, e l’età cronologica del bambino deve essere di almeno 4 anni (o per bambini con ritardi di sviluppo, un’età mentale di almeno 4 anni).

Non si parla di encopresi se l'evacuazione delle feci è dovuta agli effetti fisiologici diretti di una sostanza (per es., lassativi) o di una condizione medica generale.

Quando l’evacuazione di feci è involontaria piuttosto che intenzionale, è spesso connessa a costipazione, intasamento e ritenzione, con successiva incontinenza da sovrariempimento. La costipazione può svilupparsi per motivi psicologici (per es., ansia riguardante il defecare in un posto particolare, o una modalità più generale di comportamento ansioso o oppositivo), che portano ad evitare la defecazione.

Permalink 178 parole da admin Email , 13996 visite • 4 feedbacks

Enuresi: caratteristiche tipiche

13:37:25, Aree di intervento: Enuresi  

L’Enuresi è una ripetuta emissione di urine durante il giorno o di notte, nel letto o nei vestiti.

La maggior parte delle volte ciò è involontario, ma, occasionalmente può essere intenzionale. Basti pensare a tutti i vantaggi secondari che il bambino potrà ottenere subito dopo essersi bagnato: viene cambiato, lavato e potrà dormire nel lettone con mamma e papà, se ciò capita di notte. Quindi, il bambino riceve attenzione che può rinforzare e mantenere l'enuresi. Nei casi in cui il bambino venga riproverato, riceve comunque attenzione, anche se in negativo.

Perché sia autorizzata una diagnosi di Enuresi, l’emissione di urine deve avvenire almeno due volte alla settimana per almeno 3 mesi, o altrimenti deve causare disagio clinicamente significativo o interferire negativamente dell’area sociale, scolastica (lavorativa), o di altre aree importanti del funzionamento. Il bambino evita di dormire a casa di amici per la paura di bagnare il letto o teme che la situazione spiacevole si possa verificare a scuola, per cui potrebbe voler rimanere a casa.

Per parlare di enuresi, la persona interessata deve aver raggiunto un’età in cui è previsto il controllo della minzione (cioè, l’età cronologica del bambino deve essere di almeno 5 anni o, per i bambini con ritardi di sviluppo, deve esservi un’età mentale di almeno 5 anni).

Un altro criterio molto importante da tenere in considerazione riguarda l'esclusione di sostanze o farmaci che possano indurre l’incontinenza urinaria (per es., diuretici) o di una condizione medica generale (per es., diabete, spina bifida).

Permalink 247 parole da admin Email , 2899 visite • Invia feedback

18.09.07

Cura della Bulimia Nervosa: il trattamento cognitivo comportamentale

23:49:46, Aree di intervento: Bulimia Nervosa  

La terapia cognitivo-comportamentale della bulimia nervosa punta a cercare di modificare l’idea che il peso e le forme corporee costituiscono l’unico o il principale fattore in base al quale calcolare il proprio valore personale.

Il trattamento prevede tre fasi:

1 La prima fase si propone di fornire informazioni sul disturbo: sintomi, caratteristiche tipiche e complicazioni delle abbuffate e delle condotte utilizzate per perdere peso.

Nell'ottica di acquisire informazioni, per arrivare ad una maggiore consapevolezza del proprio comportamento alimentare, la persona che soffre di bulimia compila il diario alimentare .

Il diario è costruito a colonne in cui viene segnata l’ora in cui si mangia, il cibo e le bevande consumate, il luogo dove sono stati consumati i cibi, le eventuali abbuffate, uso di vomiti, lassativi e/o diuretici, durata dell’attività fisica e l’ultima colonna è utile per scrivere ciò che può aver influenzato l’alimentazione eccessiva, i pensieri e le emozioni provate.

In questa fase si cercherà di ridurre le abbuffate regolarizzando la frequenza dei pasti e utilizzando attività alternative.

2 La seconda fase mira a rendere stabile il comportamento alimentare attraverso la normalizzazione delle porzioni e la scelta della qualità degli alimenti, e a ridurre l’eccessiva preoccupazione per il peso e le forme corporee.

Pianificare l’alimentazione

Quanto mangiare:

• 3 pasti al giorno più 1 spuntino
• non lasciare passare più di 4/5 ore tra un pasto e l’altro
• non saltare i pasti e gli spuntini
• non mangiare tra un pasto e l’altro
• se la persona sente di aver perso il controllo, ciò non deve essere vissuta come una catastrofica

Quanto:

• fare giuste porzioni, all’inizio facendoti aiutare da qualcuno

Che cosa mangiare:

• Seguire il Menù più indicato per la persona dove sono indicate le quantità e i gruppi alimentari.

Dove mangiare:

• Seduta a tavola con altre persone

In quanto tempo:

• Consumare il pasto in 45-60 minuti.

Alimentazione meccanica

MANGIARE MECCANICAMENTE significa cercare di attribuire il proprio comportamento alimentare non ai propri pensieri problematici sul peso, aspetto fisico ecc., ma al fatto che si sta seguendo un programma terapeutico. Mangiare meccanicamente serve a non perdere il controllo sul cibo e non ingrassare. Il cibo deve essere considerato come una medicina che va assunta indipendentemente da ciò che si pensa o si sente.

“Sapere che tutto è programmato all’inizio della settimana, per cui la persona con bulimia sa cosa comprare e cosa mangiare, tranquillizza tantissimo”.

3 La terza fase prevede l’applicazione di procedure finalizzate a prevenire le ricadute, a mantenere i risultati raggiunti durante il trattamento e alla preparazione della fine della terapia.

Permalink 421 parole da admin Email , 3549 visite • 1 feedback

Trattamento cognitivo comportamentale della fobia sociale

01:03:34, Aree di intervento: Fobia Sociale  

Di seguito verranno riportati esempi di esposizioni in vivo effettuate con un paziente, il cui nome è di pura fantasia.

Esposizioni in vivo, all’interno della stanza

• Parlare davanti ad una telecamera, vedendo la propria immagina nello schermo del televisore.

Alessio aveva il compito di presentare se stesso e di parlare dei suoi hobby e del suo lavoro per 5 minuti. Il primo pensiero negativo era “e se mi blocco e non so cosa dire?” Tale pensiero era associato ad uno stato d’ansia iniziale caratterizzato da sintomi fisici di tremore e nodo in gola. Alessio cercava di rimanere calmo, tenendo le proprie mani strette. Il rivedere la registrazione ha portato alla conclusione che la prova era andata bene, Alessio, infatti, era riuscito a parlare e il suo disagio interno non era così visibile dall’esterno, come lui temeva. La paura del giudizio degli altri si origina dal timore che le proprie sensazioni fisiche possano essere notate dagli altri e da come gli altri osservano e giudicano le sue prestazioni.

• Parlare per 5 minuti in presenza di due e poi quattro persone

• Leggere un testo davanti a quattro persone, prima seduto e poi in piedi, per 5 minuti

• Esagerare i propri errori davanti alla telecamera.

Questa esposizione è stata particolarmente divertente, in quanto Alessio ha intenzionalmente esagerato gli errori per imparare a ridere di se stesso e per sdrammatizzare le situazioni.
Abbiamo simulato un importante colloquio di lavoro, in cui lui era il candidato. Alessio ha inciampato tra la sedia e il tavolo, ha sbagliato i verbi ed improvvisamente aveva dei vuoti di memoria per cui non riusciva più a parlare.

In un’altra simulata, io ero la mamma della fidanzata
In primo momento, Alessio si è comportato come solitamente fa nella realtà: composto, gentile, sorridente, molto interessato a tutti gli acciacchi della signora e molto preoccupato di fare una bella impressione di sé.
In un secondo momento, Alessio faceva la parte della persona tranquilla: si era seduto comodamente sulla poltrona, rifiutava in modo assertivo di mangiare, nonostante le mie insistenze e sdrammatizzava in modo umoristico i suoi sintomi, piuttosto che controllarli e gestirli.

Nel rivedere le riprese, Alessio era risultato molto più simpatico e piacevole nella seconda versione.

Esposizioni all’esterno con terapeuta

1. Bere un caffè al bar

Durante le esposizioni viene monitorato costantemente il livello di ansia prima, durante e dopo aver affrontato la situazione. Vengono, inoltre, individuate le preoccupazioni. Nel caso specifico, Alessio aveva i seguenti pensieri negativi: “e se tremo?”, "e se non riesco a bere?”,“non riesco a bere, che figura”, “gli altri mi guardano”, “chi sà cosa ha pensato il cameriere?”. Si osservano i comportamenti, le strategie e gli evitamenti del paziente: Stringe la tazzina, Sorseggia il caffè, Lascia del caffè, Si guarda intorno.

Alla fine del trattamento, Alessio aveva imparato a parlarsi in modo più positivo e competitivo: "pazienza, vada come vada” “non m’importa, vado tranquillo", “ho capito, che finora mi sono complicato la vita”. E' cambiato anche il comportamento: Alessio si concentra sulla conversazione, parla, ride e racconta di sè.

2. Mangiare al ristorante, in presenza di poche e poi tante persone.

• Nelle prime esposizioni era presente un’intensa ansia anticipatoria, con pensieri negativi: “ e se sto male, e se non mangio, e se il cameriere mi fa domande” e sintomi fisici. Con la terapia, Alessio aveva imparato a respirava in modo lento e tranquillo e si ripeteva, prima di arrivare al ristorante, risposte razionali per contrastare il suo dialogo interno negativo: “Se sto male pazienza, mi alzo e vado a prendere una boccata d’aria”, “non sono obbligato a mangiare”, “al cameriere dirò: non ho più fame, grazie”.

• Durante l’esposizione, Alessio aveva imparato a concentrarsi sulla chiacchierata e sugli oggetti presenti nel locale.

• Al termine delle esposizioni venivano discusse le eventuali difficoltà, ma soprattutto sono state sottolineate e rafforzate le abilità acquisite e i successi raggiunti.

Alessio ha compreso l’importanza dell’esposizione costante per abituarsi all’ansia e per sentirla sempre meno intensa.

3. Provare abiti.

Alessio era inizialmente spaventato dall’idea di poter stare male, proprio mentre provava i pantaloni, per cui non sarebbe riuscito ad uscire immediatamente dal negozio. In realtà l’esposizione è andata bene con livelli d’ansia molto bassi, ciò ha portato alla comprensione che l’ansia anticipatoria fa vivere le situazioni con molta ansia, ma una volta affrontate l’ansia diminuisce e ci si sente gratificati dal successo ottenuto.

4. Andare in un’agenzia di viaggi per richiedere un preventivo.

L’idea di rimanere troppo tempo all’interno del locale, la paura di non saper cosa dire e di balbettare, spaventava Alessio che è, invece, riuscito ad affrontare la situazione.

5. Prendere il pullman.

Alessio aveva il compito di diminuire l’attenzione su se stesso, prestando maggiore attenzione ai particolari dell’ambiente circostante, alle persone e parlando con me. Questa tecnica è stata utile per capire che l’attenzione focalizzata su se stessi e quindi sui sintomi e gli evitamenti attivano e mantengono il problema.

Esercizi antivergogna

Per contrastare gli schemi rigidi di comportamento e per superare la paura del giudizio, in accordo con Alessio, abbiamo effettuato alcuni esercizi antivergogna:

• Chiedere l’ora ad un passante
• Chiedere un’informazione: dov’è Via Roma?
• Chiedere un’informazione: dov’è c.so Vinzaglio, trovandosi già nella via
• Chiedere una sigaretta
• Andare in un negozio, guardare la merce e non comprare
• Saltellare su un piede davanti alle persone che passeggiavano
• Chiedere ad una persona per strada dove ha comprato qualcosa che indossa
• Entrare in un bar, chiedere un bicchiere d’acqua del rubinetto ed uscire
• Entrare in un bar, chiedere di usare la toilette ed uscire senza ordinare nulla

L’esposizione non solo è stata divertente, ma ha soprattutto permesso di capire personalmente che le brutte figure non sono poi così drammatiche, se vengono vissute con ironia. E’ stato discusso con Alessio quanto il dialogo interno negativo, il modo di vivere, interpretare e dare significato agli eventi, condiziona e spesso permette di costruire dei muri tra noi e le persone. Alessio all’inizio diceva tra le lacrime che le persone gli facevano paura. Adesso ha capito che non deve evitare le persone, ma deve evitare di dare troppa importanza al giudizio, se vuole vivere sereno e in modo spontaneo .

Permalink 1028 parole da admin Email , 2056 visite • 4 feedbacks

Cura della fobia sociale

00:29:57, Aree di intervento: Fobia Sociale  

La terapia cognitiva comportamentale risulta essere un trattamento efficace per la cura della fobia sociale.

Gli obiettivi dell’intervento sono i seguenti:

Ridurre l’ansia anticipatoria che la persona prova prima di affrontare una situazione sociale

Eliminare la paura delle proprie risposte fisiologiche

Abituarsi e/o gestire i sintomi dell’ansia attraverso il rilassamento e la respirazione lenta diaframmatica

Cambiare il proprio dialogo interno negativo: la persona con fobia sociale ha mille dubbi e preoccupazioni legate alla paura di fare una brutta figura e di poter stare male. Tali pensieri negativi verrano inizialmente identificati e successivamente sostituiti con pensieri positivi, razionali e competitivi

Esporsi gradualmente a tutte le situazioni sociali evitate o vissute con disagio

Migliorare le abilità sociali: il trattamento prevede di insegnare nuove abilità assertive, utili per non subire passivamente e non aggredire gli altri. La persona con fobia sociale potrà, così, acquisire o potenziare le sue abilità sociali utili per migliorare la comunicazione con gli altri

Aumentare l’autostima. Se la persona si espone costantemente alle situazioni sociali acquisterà maggiore sicurezza ed aumenterà il proprio livello di autostima

Imparare ad ironizzare, sdrammatizzare le situazioni, non dando eccessiva importanza al giudizio degli altri.

Permalink 195 parole da admin Email , 12184 visite • 1 feedback

17.09.07

Cura del Disturbo Ossessivo Compulsivo: la terapia comportamentale

00:08:09, Aree di intervento: Disturbo Ossessivo Compulsivo  

La terapia comportamentale risulta il trattamento elettivo per la cura del Disturbo Ossessivo Compulsivo.

La terapia prevede l'utilizzo di diverse tecniche:

ESPOSIZIONE

Inizialmente paziente e terapeuta individuano le situazioni ansiogene che vengono evitate o vissute con particolare disagio. Queste situazione vengono, successivamente, ordinate in modo gerarchico da quelle meno a quelle progressivamente più ansiogene, su una scala che va da o a 100 (panico).

In seguito, si espone gradualmente la persona che soffre di Disturbo Ossessivo Compulsivo alle situazioni temute e solitamente evitate, partendo da quelle meno ansiogene. Il principio generale su cui si basa la tecnica dell’esposizione graduale in vivo è quello dell’abituazione della risposta ansiosa. In pratica il paziente viene istruito ad esporsi allo stimolo ansiogeno e a tollerare l’ansia senza mettere in atto evitamenti o fughe fino a che l’ansia si riduca spontaneamente. Alla fine la persona si abitua all'ansia e questa verrà provata sempre meno.

PREVENZIONE DELLA RISPOSTA

Tale tecnica consiste nel fatto che la persona con Disturbo Ossessivo Compulsivo impara a non emettere i rituali ossessivi. E' vero che i rituali diminuiscono il livello di ansia, ma tale effetto è solo temporaneo. Il paziente prova ansia perché pensa di essersi contaminato, effettua i rituali di lavaggio per ridurre l'ansia. Eviterà di toccare oggetti soggettivamente contaminanti per prevenire l'ansia. Poco dopo avrà altri pensieri ossessivi di contaminazione, proverà nuovamente ansia e si sentirà costretto ad emettere le compulsioni. E così via fino all'infinito e senza tregua. Capite ora che le compulsioni non rappresentano la vostra guarigione, al contrario vi intrappolano in un circolo che attivate e mantenete e da cui è difficile uscirne.

La progressiva constatazione da parte del paziente di riuscire a tollerare l’ansia scatenata dall’ossessione, senza l’obbligo di attuare strategie compulsive, ne diminuisce l’utilità con conseguente progressiva scomparsa dell’attuazione dei rituali stessi. Certo all'inizio non sarà facile, la persona può provare ansia e sarà più forte il desiderio di cedere alle indicazioni del DOC. Ma questa è la via giusta!! Gradualità e l'aiuto di un tecnico specializzato in psicoterapia cognitivo comportamentale saranno di grande aiuto.

Occorre considerare il tempo impiegato dal paziente nella messa in atto dei rituali. Alcuni strutturano la loro intera giornata intorno ai rituali e quando gli si chiede di ridurre il tempo che essi vi dedicano, si sentono svuotati, privi di uno scopo. In questi casi il terapeuta deve lavorare insieme al paziente per “ristrutturare la quotidianità, tramite l’uso di tecniche di programmazione delle attività giornaliere.

Esposizione in vivo con prevenzione della risposta

Il trattamento più comune per i disturbi ossessivo – compulsivo è l’esposizione in vivo con prevenzione della risposta (Steketee, 1993). E’ stato riscontrato un tasso di esiti positivi del 65/80% quando il paziente viene esposto per un tempo prolungato (da 45 minuti a 2 ore) agli stimoli ansiogeni che elicitano il comportamento ossessivo, mentre gli vengono date istruzioni per non intraprendere rituali compulsivi, nonostante la forte spinta a farlo (Kozak e Foa, 1996).

DILAZIONE DELLA RISPOSTA

Tale tecnica riguarda una forma graduale di prevenzione della risposta in cui si aumenta il tempo che intercorre fra lo stimolo e l’emissione del comportamento compulsivo. In pratica, tale tecnica consiste nell'aspettare 2 minuti, poi 5, poi 10, poi 15,... prima di emettere la compulsione. Nel frattempo la persona si rilassa o si distrae.

TECNICA DEI RITUALI OBBLIGATI

Si stabiliscono momenti in cui il paziente deve emettere i rituali e momenti in cui non deve emettere i rituali (prevenzione della risposta). La tecnica tende ad eliminare la connessione fra stimoli e rituali.

SATURAZIONE

Si espone la persona, per periodi prolungati, ai pensieri e alle immagini ansiogene. La caratteristica di tale procedura è la monotona reiterazione mentale e non tanto l’induzione di elevati livelli di ansia.

Le tecniche di saturazione sono adeguate solo alla riduzione delle ossessioni e non delle compulsioni mentali.
I pensieri disfunzionali vengono registrati su nastro e il paziente ascolta (esposizione covert ai pensieri intrusivi, Headland e MacDonald, 1987; Salkovskis, 1983; Salkovskis e Westbrook, 1989) la registrazione più volte (più di un’ora al giorno, tutti i giorni) fino a quando la consueta sensazione di angoscia si trasformerà in noia. Sembra che, la saturazione mediante frasi ascoltate da audioregistrazioni presenti maggiore efficacia rispetto alle frasi semplicemente verbalizzate dal soggetto (versione originale).

Il terapeuta può impersonificare la voce del D.O.C.; si espone anche in questo caso, il paziente ai pensieri ossessivi che creano dubbi, incertezze, consigliano ed ordinano al paziente come comportarsi per evitare situazioni di rischio. La persona impara a difendersi dai continui attacchi del D.O.C., rispondendo in modo competitivo.

TECNICHE DISTRATTIVE

Leggere, telefonare, guardare la televisione, incontrare persone, dedicarsi ad attività sportive e socializzanti,…, con lo scopo di “prevenire la risposta”, cioè ridurre i rituali. Il paziente, con il terapeuta, dovrebbe stilare un programma giornaliero delle attività distrattive a cui dedicarsi.

USO DI PROMPT (Touchette e Howard 1984)

Stimoli supplementari che controllano il comportamento desiderato. Es.: prompt ambientali in cui viene modificato l’ambiente per suscitare il comportamento desiderato (es.. con il paziente che lava le mani per ore e non riesce a fermarsi prima, si può utilizzare un timer che funge da “stop” esterno; uso di cartelli e di cassette in cui viene registrata la sequenza del lavaggio e il momento dello “stop”.

TECNICA PER LA LUNGAGGINE OSSESSIVA

I pazienti che impiegano un tempo eccessivo quando svolgono azioni di vita quotidiana (lavarsi, pettinarsi,…), si possono trattare con la seguente tecnica: si dà un orario limite entro il quale terminare un dato compito e se esso non viene completato in tempo, per quel giorno viene lasciato non finito. Inizialmente si può consentire un tempo maggiore che poi viene gradualmente ridotto, fino a una durata ritenuta adeguata. Con il ripetersi del processo, l’ansia ingenerata dal limite di tempo dovrebbe attenuarsi e il paziente dovrebbe riuscire a terminare il suo compito.

Per i pazienti estremamente ordinati, precisi, meticolosi, che impiegano molto tempo a sistemare, Veale (1993) propone di esporli ripetutamente al disordine, all’inesattezza e alla mancanza di meticolosità.

TECNICA PER LE COMPULSIONI DI ACCUMULO

Stilare un contratto col paziente in base al quale egli accetta di buttare via gli oggetti accumulati secondo una gerarchia graduata: da quelli meno importanti a quelli più importanti. In alcuni casi, se risulta troppo difficile per il paziente gettare via gli oggetti, un passo intermedio può essere quello di consegnarli al terapeuta perché li custodisca per un certo tempo, finchè il paziente non si abitui alla loro mancanza.

Permalink 1060 parole da admin Email , 5078 visite • Invia feedback

11.09.07

Terapia cognitivo comportamentale

23:27:50, Aree di intervento: Terapia cognitivo comportamentale  

Terapia Cognitivo Comportamentale: i concetti fondamentali

La Terapia Cognitivo-Comportamentale e' finalizzata a modificare i pensieri distorti: cosa mi dico?, cosa penso?, come vivo le situazioni?, le emozioni disfunzionali: come mi sento?, cosa provo? e i comportamenti disadattivi dell'individuo: come mi comporto?, come reagisco?, producendo la riduzione e l'eliminazione del sintomo e apportando miglioramenti duraturi nel tempo.

Si basa sul modello cognitivo, che ipotizza che le emozioni e i comportamenti delle persone vengono influenzati dalla loro percezione degli eventi, quindi dal proprio dialogo interno, da ciò che una persona si dice.
Non e' la situazione in se' a determinare direttamente cio' che le persone provano, ma e' piuttosto il modo in cui esse interpretano certe esperienze.

All'origine dei disturbi vi e', dunque, un modo distorto di pensare, che influenza in modo negativo l'umore e il comportamento del paziente.

La Terapia Cognitivo-Comportamentale sostiene, quindi, la presenza di una complessa relazione tra emozioni, pensieri e comportamenti, sottolineando come molti dei nostri problemi (tra i quali quelli emotivi) siano influenzati da cio' che facciamo e cio' che pensiamo nel presente, nel qui ed ora.
Questo vuol dire che agendo attivamente ed energicamente sui nostri pensieri e sui nostri comportamenti attuali, possiamo liberarci da molti dei problemi che ci affliggono da tempo.

In termini molto semplificati possiamo affermare che l'intervento Psicoterapeutico si pone due obiettivi principali: il primo e' quello di individuare e definire il tipo di pensiero che accompagna le emozioni negative (per esempio dolore, sconforto, paura); il secondo consiste nel cercare delle modalita' alternative, piu' funzionali, di affrontare le situazioni problematiche.

L'adozione di modalita' di pensiero piu' costruttive conduce a una modificazione dell'esperienza emozionale dolorosa.

Sara' compito del terapeuta individuare le tecniche piu' appropriate che potranno aiutare la persona a raggiungere questi obiettivi, mentre sara' compito di quest'ultima impegnarsi durante gli incontri e nella vita reale per seguire le indicazioni dell'operatore.

La persona imparerà a cambiare anche il proprio comportamento non adattivo, emettendo gesti ed azioni anche in contrapposizione con i propri pensieri o paure. Le paure e le preoccupazioni di una persona con il panico lo portano ad evitare le situazioni in cui pensa che starà male, imparerà gradualmente che evitare non è la soluzione dei suoi problemi, per cui affronterà gli stimoli ansiogeni per verificare che di fatto non succede nulla.

Attualmente la Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale copre il campo del trattamento di tutti i disturbi mentali: disturbi dell'area nevrotica (disturbi d'ansia, fobie, ossessioni-compulsioni, depressione), disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia), disfunzioni sessuali, disturbi di personalita', disturbi da abuso di sostanze, psicosi (disturbo delirante, schizofrenia), problemi psicopatologici dell'eta' evolutiva, psicopatologia nell'anziano.

Oltre alle applicazioni psicopatologiche le tecniche cognitivo-comportamentali si dimostrano particolarmente efficaci e rapide per aiutare le persone a risolvere difficolta' di adattamento o crisi evolutive (difficolta' nelle relazioni sociali o nel lavoro, ansia da esame, reazioni disadattive al lutto, difficolta' nella coppia o nella gestione dei figli, ecc.), anche attraverso modalita' alternative al trattamento psicoterapico.

Permalink 483 parole da admin Email , 4833 visite • Invia feedback

Trattamento dell'agorafobia

22:28:54, Aree di intervento: Agorafobia  

Il trattamento d'elezione dell'agorafobia è l'esposizione in vivo agli stimoli che la persona teme.

Tendenzialmante l'agorafobico evita le situazioni per la paura di stare male. Evitare permette di non provare ansia, la persona si sente tranquilla.

Oggi evitate il pullman, domani la metropolitana, e dopo? Potreste rischiare di limitare la vostra vita. Ci sono persone che non entrano nei supermercati, altri nei luoghi chiusi, altri ancora non guidano più la macchina per la paura di stare male.

In terapia la persona impara ad affrontare gradualmente le situazioni temute. All'inizio terapeuta e paziente possono effettuare insieme le esposizioni, gradualmente egli, sentendosi più sicuro e tranquilo riuscirà ad esporsi da solo.

Permalink 108 parole da admin Email , 12158 visite • 9 feedbacks

10.09.07

Quando si può parlare di Disturbo Ossessivo Compulsivo?

14:13:33, Aree di intervento: Disturbo Ossessivo Compulsivo  

Tutti noi abbiamo idee, pensieri, impulsi o immagini che ci vengono in mente e che ci assillano per un po’ di tempo. Basti pensare alle volte in cui un ritornello o uno slogan pubblicitario ci ha tormentato per tutta la giornata. La differenza tra questi e i veri sintomi ossessivi risiede nel fatto che chi non soffre di Disturbo Ossessivo Compulsivo, può facilmente eliminarli distraendosi, mentre chi soffre di Disturbo Ossessivo Compulsivo non ci riesce e ne risulta fortemente disturbato. Le ossessioni per essere considerate sintomo del Disturbo Ossessivo Compulsivo devono essere di gravità tale, per il loro contenuto disturbante e/o per la loro presenza assediante da interferire con la vita sociale, lavorativa, familiare del soggetto.
Essere una persona precisa, ordinata, perfezionista, con la propensione alla cura dei dettagli è sicuramente una caratteristica positiva e utile, in quanto può permettere di ottenere anche buoni risultati sul lavoro. La questione cambia completamente quando queste abitudini sfuggono di mano, facendo occupare al soggetto gran parte del tempo per controllare, ordinare e ricontrollare numerose volte.
Tutti possono mettere in atto comportamenti ritualizzanti in certe occasioni; basti pensare alle volte in cui per dare un esame ci si veste in un determinato modo, affinchè l’esame possa andare bene. Le volte che dopo aver chiuso la porta siamo presi dal dubbio di averla chiusa o meno e ritorniamo indietro per controllare. Facciamo le cose in un determinato modo perché si è sempre fatto così e può darci fastidio farle in modo diverso. Tutti, quindi, viviamo con qualche rituale, qualche abitudine, ma non ci sentiamo costretti ad agire in un determinato modo, siamo liberi di scegliere se mettere in atto un comportamento, piuttosto che un altro. Chi soffre di Disturbo Ossessivo Compulsivo non può scegliere, ma si sente costretto ad agire perché è il Disturbo Ossessivo Compulsivo stesso che impone, o la persona sopporta provando disagio e un’ansia intensa. Il Disturbo Ossessivo Compulsivo crea dubbio, insicurezza, non permette di scegliere liberamente, non permette di accettare il minimo rischio.
Allo stesso modo delle ossessioni, quindi, le compulsioni si considerano sintomi del Disturbo Ossessivo Compulsivo quando sono di gravità tale da impedire al soggetto di vivere la sua vita familiare, sociale e lavorativa come prima.

Permalink 367 parole da admin Email , 3869 visite • Invia feedback

Cosa prova e come si sente chi soffre di fobia specifica?

14:03:47, Aree di intervento: Fobia Specifica  

Maria è terrorizzata dagli ascensori.

“… abito al terzo piano, potrei prendere l’ascensore, ma assolutamente lo evito. Solo l’idea di stare li dentro mi fa sentire in ansia. Anche se stanca o con le buste della spesa, io salgo le scale. Mi dico che fa bene fare sport, ma in realtà io ho paura. Ricordo una volta che sono salita in un ascensore vecchio, le porte si sono chiuse, il mio cuore ha iniziato a battere fortissimo, ero sudata, mi sono seduta per terra e non vedevo l’ora di scendere. Il momento peggiore è stato quando l’ascensore si è avvicinato al punto di mezzo tra i piani. Sono stata meglio quando la porta si è aperta al piano successivo. Ho paura di rimanere bloccata, di non respirare, che non ci sia abbastanza aria, che nessuno mi possa aiutare, ho paura di perdere il controllo: potrei urlare, piangere, tirare i pugni e calci”

Marco ha paura di volare

“ … questa paura mi sta limitando la vita. Non posso andare in vacanza dove mi pare e sul lavoro non posso fare tante trasferte. Viaggio in treno, impiegando molto più tempo dei miei colleghi che viaggiano in aereo. Ma cosa ci posso fare, è più forte di me. Ho paura che l’aereo possa cadere. Mi vedo dentro l’aereo terrorizzato, rigido, fatico a respirare, in preda al panico. Al minimo movimento dell’aereo la mia ansia aumenta. Ho paura di perdere il controllo: temo di urlare, gridare aiuto e come un bambino scongiurare le hostess per farmi scendere”.

Permalink 253 parole da admin Email , 11652 visite • 5 feedbacks

08.08.07

Cura del Disturbo d’Ansia generalizzata (GAD) mediante la Terapia Cognitivo Comportamentale

14:25:55, Aree di intervento: Disturbo d'Ansia Generalizzata  

La terapia cognitiva comportamentale può essere impiegata con successo nella cura del GAD, con o senza l’aggiunta di ansiolitici. Il trattamento prevede l’utilizzo delle seguenti tecniche: fase psicoeducazionale, ristrutturazione cognitiva, tecniche di controllo dei sintomi, esposizione alla preoccupazione, modifica del comportamento, applicazione delle abilità acquisite tramite simulate.

1) PSICOEDUCAZIONE

Nella fase psicoeducazionale vengono fornite informazioni sui sintomi che caratterizzano il Disturbo D’Ansia Generalizzata e il suo trattamento. Questa fase serve per raggiungere diversi obiettivi:

· riteniamo che la conoscenza sia un fattore importante per il cambiamento. Può capitare che ai pazienti, che si sono presentati per il trattamento, non fosse mai stata comunicata una diagnosi e avessero spesso concetti errati del loro disturbo (per es.: che l’ansia portasse alla psicosi) e malintesi circa le comuni risposte fisiologiche ed emotive della preoccupazione e dello stress (per es. che tutte le preoccupazioni siano negative o che un aumentato ritmo cardiaco significa un probabile attacco di cuore).
· La psicoeducazione può essere molto rassicurante; un paziente si può sentire meglio semplicemente sapendo che anche altre persone presentano il suo stesso problema. Alcuni pazienti possono trarre grande sollievo dal sapere che le loro esperienze non sono infrequenti, che ci sono conoscenze sulle origini, sulla manifestazione del GAD e che esistono terapie specifiche ed efficaci per superare le loro difficoltà.
· Le informazioni circa il trattamento aumentano la motivazione, perché i pazienti capiscono l’importanza e le finalità di ciascuna tecnica utilizzata. Lo sviluppo di aspettative realistiche in merito al trattamento, compresa la durata, la frequenza degli incontri e il lavoro da svolgere a casa, possono aumentare l’adesione al programma di trattamento.
· Presentare il ruolo del paziente come ruolo attivo contribuisce anche a costruire il rapporto di collaborazione, che è un pilastro portante dell’approccio cognitivo-comportamentale.
· Raccomandiamo che la psicoeducazione sia fornita prima in forma scritta (per es.: tramite depliant) e poi proseguita in seduta. Durante gli incontri, vengono date risposte alle domande e le informazioni dovrebbero fare riferimento alle esperienze personali del paziente.

2) TERAPIA COGNITIVA: RISTRUTTURARE LA PREOCCUPAZIONE
La preoccupazione è un processo prevalentemente cognitivo e la terapia cognitiva è una strategia efficace per ristrutturare la preoccupazione. I pazienti con disturbi d’ansia, ed in particolare con GAD, sopravvalutano le probabilità di eventi negativi (è in ritardo, per cui sarà successo sicuramente qualcosa di brutto) e sottovalutano la loro capacità di far fronte alle situazioni difficili (Beck e colleghi, 1985). Queste ‘distorsioni cognitive’ possono giocare un ruolo importante nell’attivare e mantenere il circolo vizioso dell’ansia ed accentuano nel paziente le sensazioni di pericolo e di minaccia. Perciò la terapia cognitiva ha l’obiettivo di lavorare sul sistema di valutazione della persona e guidarla verso un modo di pensare più realistico e logico.

La ristrutturazione cognitiva comporta diverse fasi :
1. Inizialmente la ristrutturazione cognitiva (Beck, 1995) ha l’obiettivo di identificare i pensieri automatici negativi. Tali pensieri possono creare, accrescere e mantenere l’ansia se in loro è contenuta un’informazione con un tema legato al pericolo. Perciò al paziente viene insegnato ad osservare i propri pensieri nel momento dell’ansia (o subito dopo). L’obiettivo è aumentare la consapevolezza della persona sui pensieri che possono attivare e mantenere l’ansia.

I pensieri automatici possono essere identificati tramite il diario:
la persona, ogni volta che si sente ansiosa, scrive su un diario a colonne, la data, l’ora di inizio, l’ora di fine, il luogo, l’evento (scatenante), il valore medio dell’ansia [da 1 (minimo) a 8 (estremamente preoccupante)], il valore medio della depressione (1-8), i pensieri e i comportamenti messi in atto. La persona può monitorare la propria esperienza su un unico foglio di carta che comprenda tutta la settimana, oppure annotare separatamente una situazione o un giorno alla volta. E’ consigliabile monitorare tutto subito dopo l’esperienza di ansia o al più a fine giornata, per evitare di trascrivere a distanza di tempo in base al ricordo, ricostruendo così in modo poco preciso. E’ importante far comprendere al paziente la relazione esistente tra i pensieri, le emozioni ed i comportamenti, proprio perché le preoccupazioni attivano determinate risposte emozionali e mantengono il problema all’interno di un circolo vizioso che si autoalimenta.

2. Dopo aver identificato i pensieri automatici negativi, verranno considerate le prove a favore o contro.
3. Potranno essere pianificati esperimenti/prove comportamentali per testare la validità dei pensieri automatici.
4. Il paziente ed il terapeuta svilupperanno un pensiero alternativo più realistico, basato sull’evidenza. Tale pensiero razionale sarà utili per contrastare e sostituire quello iniziale che provocava l’ansia.
5. Successivamente vengono individuate le distorsioni cognitive. Sono state individuate distorsioni cognitive comuni nei pazienti con GAD: sopravvalutazione delle probabilità, catastrofismo, ed il pensiero tutto-o-nulla [(bianco-o-nero) – A.T. Beck e colleghi, 1985; Brown e colleghi, 1993].

Per esempio, un paziente afferma che è preoccupato di non riuscire a pagare l’affitto in tempo perché pensa che l’assegno del suo stipendio arriverà in ritardo con la posta. Il terapeuta dovrebbe far valutare al paziente le probabilità di non pagare l’affitto, basandosi sulle precedenti esperienze nella ricezione dello stipendio, valutare le conseguenze di un ritardo nel pagamento dell’affitto e valutare la sua convinzione che essere in ritardo di 1 giorno è come non pagarlo. Così una sola preoccupazione contiene tutte e tre le categorie di distorsioni.

3) TECNICHE DI CONTROLLO DEI SINTOMI

Le tecniche di controllo dei sintomi sono utili per avere sollievo dal disagio dovuto all’ansia.
La persona impara a gestire la sua ansia attraverso il rilassamento muscolare progressivo di Jacobson, che consiste nel contrarre e nel rilassare sistematicamente i vari gruppi muscolari.
A volte i pazienti possono reagire con ansia al rilassamento, temendo una “perdita di controllo”. È importante, quindi, spiegare al paziente la differenza tra l’ipnosi ed il rilassamento. L’obiettivo del rilassamento muscolare progressivo è la consapevolezza delle sensazioni fisiche; la persona impara a percepire lo stato di tensione del muscolo contratto e del muscolo che successivamente si rilassa. L’ipnosi ha, invece, come obiettivo il raggiungimento di uno stato di trance. Questo sarebbe controproducente nel trattare il GAD perché la preoccupazione già distrae questi pazienti dagli stati spiacevoli. Il nostro obiettivo è facilitare l’esposizione agli stimoli che inducono l’ansia, non l’evitamento.
Anche la respirazione lenta diaframmatica può essere usata per ottenere benefici. Si insegna al paziente ad inspirare con il naso mentre la pancia si gonfia e ad espirare lentamente dalla bocca e la pancia si sgonfia.
La distrazione è un’altra tecnica che può essere impiegata nel breve termine, nel trattamento del GAD. Per esempio, al paziente può essere insegnato a mantenere la concentrazione su elementi dell’ambiente circostante, per distogliere l’attenzione selettiva dai propri sintomi e dalle proprie preoccupazioni. La distrazione può essere uno strumento efficace quando il paziente GAD si è “bloccato” in uno stato di preoccupazione e bisogna interrompere i pensieri che creano ansia.

Visualizzare immagini rilassanti può aiutare il paziente a contrastare l’ansia e a focalizzare la propria attenzione su qualcosa di piacevole.

Ai clienti viene chiesto di esercitarsi due volte al giorno nell’applicazione di tali tecniche, per rafforzare la loro capacità di creare una risposta di rilassamento utile per contrastare e gestire l’ansia. Questo comporta l’applicazione delle tecniche:
· ogni qualvolta essi percepiscono incipienti segnali interni od esterni (es.: preoccupazione),
· prima, durante e dopo eventi stressanti,
· frequentemente durante il giorno anche quando le persone non sono ansiose.
Il terapeuta può presentare diverse strategie di controllo dei sintomi, per consentire al paziente di scegliere quella che ritiene più efficace.

4) ESPOSIZIONE ALLA PREOCCUPAZIONE

Una tecnica che è stata recentemente sviluppata è l’esposizione alla preoccupazione. La persona crea immagini vivede di ciò che lo preoccupa, imparando a rilassarsi.

Per ciascuno scenario, al paziente è chiesto di evocare vividamente l’immagine e rimanere concentrato su di essa per 25-30 minuti. Seguendo tale tecnica per immagini, al paziente è chiesto di dar vita ad altri possibili comportamenti per affrontare la stessa situazione.

5) MODIFICAZIONE COMPORTAMENTALE

L’obiettivo della terapia cognitivo comportamentale riguarda il cambiamento dei comportamenti che contribuiscono a sviluppare e a mantenere l’ansia.

1. ridurre i comportamenti negativi che aiutano a diminuire, anche se temporaneamente, l’ansia. Proprio nel momento in cui la persona si preoccupa, deve monitorare i suoi pensieri: cioè capire cosa la preoccupa ed individuare i comportamenti o gli evitamenti che mette in atto per sentirsi meno ansiosa. Successivamente imparerà ad esporsi alla situazione ansiosa, aspettando un po’ di tempo o non emettendo affatto il comportamento rassicurante (dilazione e prevenzione della risposta, tecniche utilizzate nel trattamento del disturbo ossessivo compulsivo). Esempio della mamma che prova particolare ansia e tensione quando il figlio tarda a rientrare. Vorrebbe subito telefonare al cellulare pur di avere notizie ed abbassare così il suo livello di ansia. La persona impara gradualmente ad aspettare prima di telefonare: prima aspetta 5 minuti, poi 10 e via via aumenta sempre di più il tempo. Nel momento in cui la persona si astiene da tali comportamenti, può usare le tecniche di controllo dei sintomi per far fronte alla preoccupazione: rilassamento, respirazione lenta diaframmatica, modifica del dialogo interno utilizzando pensieri più razionali,…. Durante l'attesa la persona impara a distrarsi leggendo un libro, si fa la doccia o altro.

2. Il terapeuta può anche insegnare alla persona a programmare la sua preoccupazione: nel momento in cui la persona inizia a preoccuparsi, impara a bloccare il flusso dei pensieri e a posticiparli. "ci penso dopo, lo faccio durante la pausa".
Questa tecnica è impiegata per ridurre il tempo complessivo di preoccupazione, concentrando la preoccupazione in un unico periodo di tempo, del quale viene poi sistematicamente ridotta la lunghezza. La programmazione della preoccupazione può anche essere utile perché consente di eliminare la preoccupazione durante quei periodi di tempo nei quali può essere di ostacolo (per es.: sul lavoro, a letto).

3. Bloccare il pensiero per es.: interrompere una preoccupazione indesiderata dicendo “stop” o con altre modalità distrattive efficaci è una tecnica utilizzabile per eliminare la preoccupazione che si presenta in momenti inopportuni.

6) SIMULATE: USO DELLA VISUALIZZAZIONE ED ESPOSIZIONI IN VIVO PER APPLICARE LE ABILITÁ ACQUISITE

Durante la terapia la persona impara tecniche utili ed efficaci per risolvere i problemi che si presentano, gestire il proprio tempo, agire in base alle priorità e agli imprevisti, fare le giuste scelte.

All’inizio della terapia, il paziente può avere difficoltà nel ricordare ed applicare le abilità imparate, utili per contrastare l’ansia. Di conseguenza, è importante provare queste strategie simulando, durante le sedute, delle situazioni di vita quotidiana che abitualmente attivano l’ansia. L’obiettivo che si vuole raggiungere è allenare la persona.

· Dopo avere creato uno stato di rilassamento, viene chiesto al paziente di visualizzare una situazione che induce ansia per poi applicare le tecniche: la persona può rilassarsi ed utilizzare modi più corretti di percepire, interpretare e prevedere la situazione stessa.
· Il paziente può esporsi in vivo alle situazioni ansiogene ricreate durante la seduta, per utilizzare le tecniche.

Al termine di ogni prova verranno discusse le eventuali difficoltà riscontrate. Occorre tenere in considerazione che il Disturbo d’Ansia Generalizzata non è caratterizzato da una serie limitata di situazioni temute; in verità, i clienti spesso riferiscono di preoccuparsi di tutto o di cose di poco conto che si presentano nella vita quotidiana. Può risultare difficile e laborioso prendere in considerazione tutte le situazioni e le relative preoccupazioni.

Permalink 1844 parole da admin Email , 8200 visite • 1 feedback

07.08.07

I familiari come possono aiutare il parente che soffre di panico?

14:11:11, Aree di intervento: Attacco di panico  

Il lavoro con i familiari

Quando una persona soffre di attacco di panico, questa condizione può incidere sull’intera famiglia.

Vi possono essere pazienti che, pur sperimentando frequentemente delle crisi di panico, mantengono una discreta indipendenza, altri persone, invece, vivono una drastica limitazione della loro autonomia. Sono pazienti, che spaventati dalle sensazioni somatiche che avvertono, hanno evitato sempre di più le situazioni, vivendo relegati a casa, totalmente dipendenti dai familiari.

I membri della famiglia possono andare incontro a sentimenti di frustrazione in quanto i loro tentativi di aiutare il parente non hanno successo, si sentono sovraccarichi di responsabilità e socialmente isolati. Spesso i familiari non accettano, non credono che il loro parente che, fino a qualche tempo prima era autonomo ed efficiente, abbia difficoltà ad uscire di casa o a rimanere da solo per qualche ora. L’incredulità può trasformarsi in fastidio, rendendo tesi e conflittuali i rapporti. I familiari non comprendendo pienamente lo star male del loro parente, possono pretendere da lui che riprenda la vita che aveva precedentemente condotto, forzando i tempi ed esponendolo a situazioni soggettivamente ansiogene e pericolose. Il paziente non si sente capito ed aiutato e tutto ciò può incidere negativamente sul suo umore.

La famiglia dovrebbe incoraggiare il parente con attacchi di panico a cercare l’aiuto di un esperto qualificato nella terapia del disturbo. Inoltre, potrebbe essere utile per i familiari assistere ad alcune sedute di trattamento o a partecipare ai gruppi di sostegno ai familiari, organizzati secondo un ottica cognitiva comportamentale.

Un approccio basato fin dall’inizio su una comunicazione chiara tra il terapeuta, il paziente e i familiari costituisce la base per una migliore prognosi. I familiari potranno supportare il parente durante i momenti di sconforto, incoraggiarlo a svolgere i compiti a casa. Il familiare, di cui il paziente ha fiducia, diventerà il co – terapeuta, che permetterà una graduale esposizione alle situazioni temute, che solo successivamente il paziente effettuerà da solo.

Permalink 320 parole da admin Email , 5138 visite • Invia feedback

Obiettivi della terapia cognitiva comportamentale per la cura del panico

13:17:56, Aree di intervento: Disturbo di Panico, Attacco di panico  

La terapia cognitivo comportamentale è particolarmente tecnica, pratica ed altamente riabilitativa. Parte inizialmente dai sintomi dell'ansia che spaventano la persona, al fine di eliminarli.

Il trattamento cognitivo comportamentale non tende alla soppressione dei sintomi. Durante le sedute, infatti, vengono provocati, attraverso tecniche di esposizione interoccettiva, i sintomi che il paziente solitamente avverte e teme durante gli attacchi di panico. Il paziente comprende e dimostra a se stesso che i sintomi non sono pericolosi e ciò permette di smantellare false credenze che la persona ha appreso e mantiene (posso svenire, morirò, mi verrà un ictus, mi verrà un infarto, ... ), si riduce sia l’ansia anticipatoria di avere un altro attacco di panico che l’intensa paura iniziale legata ai sintomi. La persona impara che l'ansia non è dannosa, nè pericolosa, ma anzi gestibile.

La persona che soffre di attacchi di panico impara gradualmente ad affrontare le situiazioni temute che aveva evitato o affrontato con disagio (esposizioni comportamentali). Si verifica un processo di apprendimento, in cui la persosa comprende che non è la situazione di per se ad essere pericolosa, ma è il suo modo di vivere le situazioni stesse a causare l'ansia. Persone che avevano evitato, per anni, il pullman, la coda nei supermercati, i luoghi affollati, ..., imparano ad affrontarli con serenità e sicurezza. Tale tecnica permette di modificare il dialogo interno del paziente, che riguarda il modo di vivere, interpretare e dare significato agli eventi. I pensieri iniziali “sto per avere un attacco di panico”, “sto per svenire”, vengono sostituiti con altri pensieri più razionali “è solo un po’ di ansia”.

Il cambiamento del dialogo interno non è dovuto alla semplice sostituzione di un pensiero con un altro. Solo dopo che la persona ha provato e dimostrato a se stessa che le paure iniziali non si verificano, è in grado di modificare le errate credenze e acquista, inoltre, sicurezza.

La ristrutturazione cognitiva ha l’obiettivo di identificare i pensieri automatici del paziente e successivamente identificare e modificare le credenze errate relative alle interpretazioni erronee, per determinare anche cambiamenti a livello emotivo e comportamentale.

Permalink 336 parole da admin Email , 12367 visite • 6 feedbacks

Terapia farmacologica per il trattamento del disturbo di panico

13:01:24, Aree di intervento: Disturbo di Panico, Attacco di panico  

I farmaci efficaci ed utilizzati per la cura del disturbo di panico sono: gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (ISRS): citalopram, fluoxetina, fluvoxamina, paroxetina, sertralina; gli antidepressivi triciclici (ADT): clorimipramina e imipramina; le benzodiazepine (BZD): alprazolam, clonazepam, diazepam, lorazepam e gli inibitori delle monoamino-ossidasi (IMAO): fenelzina, tranilcipromina.

Il trattamento farmacologico del disturbo di panico risulta efficace nel ridurre l’intensità e la frequenza degli attacchi di panico spontanei e/o situazionali e nel ridurre, inoltre, l’ansia anticipatoria e le condotte di evitamento. La persona acquista maggior sicurezza perchè avverte meno sintomi ed inizia ad affrontare le situazioni che aveva evitato.

In alcuni casi, però, il comportamento agorafobico permane. Inoltre, durante il trattamento farmacologico il paziente può comunque avvertire i sintomi dell'ansia e soprattutto al termine del trattamento, tali sintomi possono ricomparire, lasciando la persona in preda al panico per la paura che possa capitargli qualcosa di pericoloso.

Permalink 149 parole da admin Email , 4461 visite • Invia feedback

Efficacia della terapia cognitivo comportamentale per il trattamento del disturbo di panico

12:53:47, Aree di intervento: Disturbo di Panico, Attacco di panico  

In accordo con il National Institute of Mental Health (1993), numerose ricerche hanno dimostrato l’efficacia della terapia cognitiva comportamentale per il trattamento del disturbo di panico con o senza agorafobia (Otto MW et al., 2004; Starcevic et al., 2004; Kenardy et al., 2003; Barlow, Gorman, Shear e Woods, 2000; Otto, Pollack e Maki, 2000; Stein et al., 2000; Hofmann e Spiegel 1999; Loerch, 1999; Sharp, 1996; Klosko, 1995; Black, 1993; Beck, Sokol, Clark, Berchick, Wright, 1992; Craske, Brown, Barlow, 1991; Klosko, Barlow, Tassinari e Cerny, 1990; Michelson et al., 1990; Barlow, Craske, Cerny e Klosko, 1989; Sokol et al., 1989; Barlow, 1988; Clark, Salkovskis et al., 1988; Ost, 1988; Salkovskis et al., 1986; Clark, Salkovskis, Chalkley, 1985).

Inoltre, studi di meta analisi (Otto, 2001; Gorman et al, 1998; Gould et al., 1995; Clum et al., 1993; Mattick, 1990) e di analisi delle variabili predittive sottolineano la presenza di numerosi rilievi sperimentali che propongono la TCC come una terapia efficace per il trattamento del disturbo di panico. Per esempio, in una ricerca di meta analisi, Gould, Otto e Pollack (1995) esaminarono i risultati ottenuti in studi controllati su TCC pubblicati tra il 1974 e il 1994. Gli autori evidenziarono l’efficacia del trattamento cognitivo comportamentale, comparando i risultati ottenuti rispetto a quelli della lista di attesa.

Permalink 185 parole da admin Email , 7189 visite • 1 feedback

03.08.07

Cura degli Attacchi di panico: la Terapia Cognitiva - Comportamentale

17:27:32, Aree di intervento: Attacco di panico  

Il trattamento cognitivo – comportamentale per il disturbo di panico consiste in una combinazione di tecniche sia cognitive che comportamentali e comprende:
fase psicoeducazionale, addestramento alla respirazione e al rilassamento muscolare, ristrutturazione cognitiva, esposizioni interocettive, esposizioni alle situazioni temute per pazienti che presentano comportamenti di evitamento agorafobico.

Il trattamento si attua in 12 -15 sedute sia in terapia individuale che di gruppo.

Fase Psicoeducazionale

In una prima fase, il trattamento prevede un intervento psicoeducazionale, in cui il terapeuta spiega al paziente le cause, i sintomi e le conseguenze del disturbo di panico. Spesso le persone non sanno esattamente qual è il loro disturbo e come si caratterizza. Conoscere tranquillizza la persona interessata.
E’ importante informare il paziente del ruolo negativo che riveste l’attenzione selettiva alle sensazioni fisiche. Le persone che soffrono di panico sono sempre “sul chi va là”. Che cosa vuol dire? Vuol dire che non si rilassano e non si concentrano su ciò che li circonda, perché impegnati a controllare il proprio corpo per percepire i minimi segnali. Questo stato di continua allerta non può che creare ansia ed innescare i sintomi del panico.

Le persone con panico hanno paura dei sintomi fisici che avvertono e tendono alla catastrofizzazione, ciò pensano al peggio, alle cose peggiori: ictus, infarto, svenimenti, morte. In realtà sono convinzioni e paure sbagliate e senza fondamento. Provate solo a pensare alla paura di svenire. Solitamnente si sviene quando la pressione è bassa. Chiedetevi, allora, com’è la vostra pressione quando siete ansiosi. Alta. Fisiologicamente, quindi, non si può svenire. Ma le persone sono convinte e terrorizzate dal fatto che possano svenire e condizionano la propria vita.

Una corretta decodifica dei fenomeni fisiologici erroneamente interpretati dal paziente ed una riattribuzione del giusto significato degli stimoli, attraverso spiegazioni e informazioni precise, porta con frequenza al miglioramento dei sintomi.

Identificando uno specifico e recente attacco di panico si può ricostruire, insieme al paziente, la sequenza circolare delle sensazioni, dei pensieri e delle emozioni, sottolineando che è il soggetto stesso che innesca il tutto perché particolarmente attento in modo selettivo alle proprie sensazioni corporee e le interpreta negativamente.

Inoltre, deve essere spiegato al paziente che le condotte di evitamento si strutturano nella maggioranza dei casi, per la tendenza ad associare gli attacchi di panico con situazioni e luoghi specifici in cui il paziente era stato male. L’evitamento consente di prevenire eventuali attacchi di panico, ma non rappresenta la soluzione del problema, al contrario, mantiene le varie paure. E’ importante, quindi, individuare ed elencare le situazioni temute ed evitate, associate alle reazioni di panico, che il paziente imparerà successivamente ad affrontare.

Rilassamento e respirazione addominale

Durante il trattamento la persona imparerà il rilassamento e a respirare correttamente, attraverso la respirazione diaframmatica .

Con il rilassamento muscolare progressivo viene insegnato al paziente a contrarre e a rilassare diversi gruppi muscolari, egli impara a percepire la tensione del muscolo contratto, rispetto a quando è rilassato. Ciò farà si che la persona non appena avverte tensione rilasserà il muscolo. Lo scopo del rilassamento è far sentire il paziente calmo e rilassato. Il rilassamento registrato su un nastro, permette di esercitarsi a casa.

E’ importante, inoltre, che la persona conosca il proprio ritmo respiratorio. Se respira troppo velocemente o profondamente, può involontariamente iperventilare e avvertire i classici sintomi dell’ansia: senso di svenimento, tachicardia, mancanza d’aria, ecc. Il paziente impara a respirare lentamente per ridurre l’ansia, riequilibrando la giusta concentrazione di ossigeno e anidride carbonica nel sangue. Il paziente inspira lentamente per tre secondi, gonfiando la pancia e poi espira lentamente per altri tre secondi, sgonfiando la pancia.

E’ importante spiegare alla persona che soffre di panico che l’ansia è una normale risposta fisiologica che si attiva in presenza di uno stimolo soggettivamente ansiogeno. I sintomi dell’ansia non sono pericolosi e durano pochi minuti. L’obiettivo è di istruire la persona e renderla consapevole della sua respirazione. Le persone che soffrono di panico, respirano cronicamente in modo sbagliato, anche quando non sono in ansia. In effetti, l’abitudine a respirare in modo scorretto è uno dei principali motivi che portano il soggetto, in un primo momento, a soffrire di attacchi di panico. Respirare in modo lento e profondo eviterà, quindi, l’iperventilazione e la conseguente attivazione dei sintomi ansiogeni.

Ristrutturazione cognitiva

E’ di comune osservazione nella persona con disturbo di panico la tendenza a ipervalutare le sensazioni somatiche, attribuendo ad esse un significato catastrofico. Catastrofizzare significa giungere subito alle conclusioni peggiori, senza possedere prove sufficienti. Il catastrofismo è altrimenti detto pensiero “e se …?” “E se fosse un attacco di cuore?”, “E se soffro fino a morire?” I pensieri catastrofici aggravano i sintomi fisici, che a loro volta rafforzano i pensieri catastrofici in un circolo vizioso che può mantenere il panico per ore, facendo vivere la persona nella paura che qualcosa di terribile possa capitare. L’obiettivo iniziale della ristrutturazione cognitiva è di identificare e controbattere le interpretazioni erronee dei sintomi ansiogeni.

Ai pazienti viene chiesto di compilare il diario del panico, che è una tecnica fondamentale per monitorare costantemente le sensazioni fisiche e mentali, le interpretazioni errate circa le conseguenze temute, i comportamenti protettivi, le situazioni evitate, la frequenza e l’intensità degli attacchi di panico. E’ importante rilevare ulteriori dettagli del quadro entro il quale si verificano gli attacchi di panico, cioè il giorno e l’ora. Tali informazioni permettono di evidenziare eventuali variabili che possono favorire l’aumento di fattori scatenanti l’attacco di panico. Per esempio, se il fattore scatenante riguarda la sensazione di capogiro nel corso della mattina, questo potrebbe essere indice di un abbassamento del livello di zucchero nel sangue, causa che dovrebbe essere discussa durante il corso del colloquio.

I diari dovrebbero essere scritti giornalmente dai pazienti come compito a casa, subito dopo un attacco di panico o al termine della giornata per una ricostruzione fedele dell’esperienza vissuta. Il diario verrà visionato dal terapeuta insieme al paziente, all’inizio di ogni incontro. Il diario incrementa la consapevolezza dell’interessato circa le sue risposte cognitive e comportamentali. Permette, inoltre, al terapeuta di identificare importanti informazioni su cui impostare il trattamento.

Durante il corso del trattamento, quando emergono le “prove di disconferma” delle credenze errate, tramite tecniche verbali e soprattutto comportamentali, viene aggiunta un’ulteriore colonna al diario: “risposta al pensiero negativo”. Se inizialmente, il paziente, alla sensazione di capogiro era solito dirsi “sverrò”, imparerà a sostituire tale pensiero negativo con la frase “mi gira solo la testa”, “è un sintomo dell’attacco di panico, ma non posso svenire”. Una valutazione del grado di convinzione, sulle conseguenze temute, prima e dopo queste risposte, offre al terapeuta importanti informazioni circa la capacità del paziente di modificare il proprio dialogo interno negativo e sulla presenza di credenze errate residue, che dovrebbero essere indagate e modificate.

Esposizione alle sensazioni corporee

Tra le tecniche di intervento comportamentale per il disturbo di panico, viene utilizzata l’esposizione alle sensazioni corporee o esposizione interocettiva, attraverso cui vengono riprodotte sensazioni molto simili a quelle normalmente provate e temute durante gli attacchi di panico. Le induzioni delle sensazioni di panico permettono di modificare le credenze relative alle interpretazioni erronee e sono tra i primi esperimenti che vengono proposti al paziente durante il trattamento.

Induzione di iperventilazione

L’iperventilazione consiste in rapidi respiri poco profondi e viene effettuata tendenzialmente restando in piedi. Tale tecnica è particolarmente efficace ed utilizzata per indurre una varietà di sensazioni simili a quelle provate durante un attacco di panico: capogiri, incremento del ritmo cardiaco, dissociazioni, modifiche visive, calore, formicolii alle mani, sensazioni di perdita di equilibrio, senso di soffocamento.

L’iperventilazione consente al paziente, con disturbo di panico, di verificare che le sensazioni fisiche e mentali che egli prova, di per sé non sono pericolose per la propria salute. Inoltre permette di smantellare false credenze che la persona ha appreso e mantiene. Egli verifica, quindi, che le conseguenze temute non si avverano. I pensieri iniziali “sto per avere un attacco di panico” “sto per svenire”, possono essere sostituiti con altri pensieri “è solo un po’ di ansia”. Attraverso tale modificazione degli schemi di pensiero, il paziente acquista sicurezza; si arresta, così, il circolo vizioso.

L’iperventilazione può essere eseguita da sola o in associazione con altre tecniche di disconferma.
Nel caso in cui il paziente teme che la sensazione di capo giro o di gambe molli possa determinare svenimento, l’iperventilazione e la richiesta di saltellare su un piede, o di camminare lungo una linea, dimostreranno che le conseguenze temute non si avvereranno.
L’attacco di panico o l’iperventilazione, non sembrano causare svenimento, perché durante un attacco di ansia, si verifica accellerazione cardiaca e aumento dei valori pressori. Ciò che causa svenimento è una drastica caduta della pressione sanguigna. In alcuni casi di fobia del sangue, le persone possono svenire quando si espongono alla situazione temuta. Ciò si verifica perché inizialmente vi è un aumento del ritmo cardiaco e della pressione sanguigna, seguito da un’improvvisa caduta della pressione stessa.

Compiti di esercizio fisico

Svolgere esercizi di attività fisica durante le sedute di trattamento, sono particolarmente utili nei casi in cui vengono evitati, e rappresentano una valida strategia per modificare alcune credenze relative ai problemi cardiaci, allo sforzo e alla resistenza fisica. Gli esercizi riguardano fare jogging, salire e scendere velocemente degli scalini, saltare la corda, pedalare sulla cyclette, eseguire saltelli,…, che possono essere usati da soli o in associazione con l’induzione di iperventilazione.

Per esempio, un paziente interpreta erroneamente la sensazione di palpitazione e di dolore al petto come il segnale di un imminente attacco cardiaco, provando la paura di poter morire. Per sconfermare tale credenza, viene chiesto al paziente di vivere la sua paura come un’ipotesi da verificare durante un’esposizione, in cui induciamo iperventilazione, riproducendo così gli stessi sintomi che egli prova durante un attacco di panico. Terapeuta e paziente verificano che di fatto non succede nulla. Per rafforzare tutto ciò, il terapeuta può far eseguire degli esercizi fisici, che tendenzialmente la persona non mette in atto per evitare sforzi. Le due tecniche possono essere usate anche simultaneamente, per cui mentre il paziente pedala, respira in modo tale da indurre l’iperventilazione, intensificando maggiormente i sintomi che la persona vive e teme durante un attacco di panico. Durante gli esercizi di esposizione alle sensazioni corporee, il terapeuta monitorizza i pensieri che si attivano automaticamente, le emozioni provate quantificandole da 0 a 100 e controlla se il paziente tende a mettere in atto comportamenti protettivi. Con esposizioni ripetute, i pazienti scoprono di non avere più paura dei sintomi.

Gli esercizi di iperventilazione e le attività fisiche non dovrebbero essere usati quando sussistono controindicazioni mediche: asma, pressione sanguigna alta, problemi cardiaci, gravidanza; il terapeuta dovrebbe richiedere esami specifici o consultare il medico di base, per verificare l’eventuale presenza di patologie.

Esposizione alle situazioni temute

Il trattamento comportamentale del disturbo di panico con agorafobia, consiste nell’esporre direttamente, “in vivo”, o indirettamente, in “immaginazione” il paziente alle situazioni che egli teme.

L’esposizione “in vivo” consente di ottenere risultati migliori e più rapidi rispetto a tecniche che si basano sul confronto in “immaginazione”. Il principio generale su cui si basa la tecnica dell’esposizione graduale in vivo è quello di far confrontare il paziente ripetutamente e per un lungo periodo di tempo allo stimolo fobico, fino a quando egli non si abitua. Il paziente impara, quindi, a tollerare l’ansia senza mettere in atto evitamenti o fughe fino a che l’ansia si riduce spontaneamente.

E’ importante programmare insieme con il paziente gli obiettivi da raggiungere a breve, a medio e a lungo termine, pianificando giornalmente le attività di esposizione. Solo un’esposizione costante e ripetuta, consente alla persona di abituarsi alle situazioni che sono per lui fonte di ansia. Gli obiettivi da raggiungere, devono essere definiti in termini precisi e non generici. Per esempio, l’obiettivo finale ”Diventare autonomi” dovrà essere reso più specifico: viaggiare tutte le mattine da solo sul pullman per andare a lavorare, fare la spesa da solo nel negozio vicino casa. Inoltre gli obiettivi dovranno essere misurabili, realistici, definiti nei tempi e rivolti all’azione .
Gli obiettivi dovranno essere concordati e condivisi dal paziente, all’interno di un contratto terapeutico, iniziando le attività di esposizioni a partire da ciò che è prioritario e importante per il paziente, da ciò che gli consentirà di riprendere il lavoro e una vita sociale normale. Dopo aver ottenuto i primi progressi, si chiederà al paziente di svolgere compiti più difficili. Inizialmente il terapeuta accompagnerà il paziente durante le esposizioni per poi gradualmente esporsi da solo. Il paziente apprende che l’ansia provata durante l’esposizione non è dannosa, ciò rinforza il comportamento di esposizione stesso. Egli impara a vivere le situazioni non come ostacoli insormontabili, ma traguardi da raggiungere, sviluppando un atteggiamento di sfida con se stesso. Alcuni pazienti possono essere poco motivati ad esporsi quotidianmente alle situazioni temute, perché hanno paura di stare. Possono chiedersi perché devono provare ansia, quando sarebbe meglio evitare completamente la situazione. Occorre, in questi casi, orientare i pazienti sui vantaggi che potranno ottenere risolvendo l’attacco di panico ed eliminando i comportamenti agorafobici, ricordando a loro che l’unica modalità per superare le paure, consiste nell’affrontarle in modo sistematico. Durante le esposizioni, la persona registra le attività quotidiane in un diario che il terapeuta riesamina durante la seduta.

Alla fine del trattamento dovranno essere affrontate tutte le situazione inizialmente temute ed evitate, non mettendo in atto comportamenti protettivi.

Se il programma non prevede che il terapeuta accompagni il paziente durante le esposizioni in vivo, le situazioni temute potranno essere immaginate nella mente del paziente, durante le sedute di trattamento. Inoltre, terapeuta e paziente preparano insieme schede di auto – esposizione che il paziente effettuerà come compito a casa.

Prevenire le ricadute

Negli ultimi due o tre incontri, il trattamento cognitivo e comportamentale del disturbo di panico, prevede di lavorare sulla prevenzione delle ricadute, che possono presentarsi dopo un periodo libero da attacchi di panico. Le ricadute non devono essere vissute dal paziente come passi indietro o insuccessi, ma fanno parte del processo di apprendimento, che sta alla base del superamento delle fobie. Le ricadute dovrebbero, invece, essere vissute come l’occasione nelle quali il paziente potrà esercitarsi nelle tecniche di coping, apprese durante il trattamento. Poiché le ricadute possono essere previste, occorre che terapeuta e paziente identificano potenziali aree problematiche che potrebbero presentarsi e pensano alle possibili soluzioni. Si potranno elencare frasi razionali e competitive, che il paziente potrà utilizzare per sostituire pensieri disfunzionali che possono attivare risposte fisiologiche. Occorre identificare eventuali credenze residue, non completamente smantellate e la presenza di comportamenti protettivi ed evitamenti messi ancora in atto dal paziente. Il trattamento si ritiene concluso quando il paziente è completamente libero da credenze erronee e dai comportamenti di evitamento.
Nella maggioranza dei casi, chi ha superato il disturbo, scopre che durante un occasionale attacco di panico, è in grado di gestirlo, perché ha acquisito sicurezza e una serie di strategie efficaci, che prima del trattamento non conosceva. Per alcuni pazienti possono essere previsti alcuni incontri psicoterapici per rinforzare le abilità precedentemente acquisite.

Permalink 2490 parole da admin Email , 2373 visite • Invia feedback

Cosa si intende per agorafobia?

17:12:49, Aree di intervento: Agorafobia  

Il termine “agorafobia” deriva dalla parola greca agorà, con la quale si indicava la piazza del mercato.

In realtà i pazienti agorafobici non temono solo le piazze e i luoghi affollati, ma anche ascensori, ponti, supermercati, treni, autobus e molte altre situazioni nelle quali risulterebbe difficile allontanarsi o ricevere aiuto, qualora si verificasse un attacco di panico.

Le condotte agorafobiche sono determinate sia dall’evitamento di specifici luoghi e situazioni, per prevenire l’insorgenza di un nuovo attacco di panico, sia nella messa in atto di comportamenti protettivi e rassicuranti.

Per cui una persona può evitare completamente di andare al cinema, oppure non evita il luogo ma si siede in prossimità della porta per uscire subito e senza difficoltà. Altri pazienti evitano i luoghi affollati come il supermercato, altri, invece, si recano nei negozi di piccole dimensioni, evitano gli orari di punta, acquistano pochi prodotti per evitare di rimanere per troppo tempo in coda o per avere poco peso e ingombro da portare nelle mani, in caso di malessere. Alcuni pazienti evitano i pullman, altri salgono su quelli non affollati, rimangono vicini alle porte di uscita e possono sedersi o tenersi agli appositi sostegni per evitare di svenire.

Alcuni pazienti con disturbo di panico riferiscono di non avere problemi nell’uscire di casa. Analizzando, invece, in modo preciso, si possono evidenziare i comportamenti protettivi che la persona può mettere in atto nel tentativo di superare il timore della nuova crisi: impugnare l’ombrello o un bastone, la borsa della spesa con le ruote, la carrozzina dei bambini per appoggiarsi in caso di instabilità.

Alcuni portano con sè la boccetta dell’ansiolitico, una bottiglia di acqua, il cellulare sempre carico o le schede telefoniche per chiamare subito aiuto. Masticare il chewing – gum o tenere in bocca delle caramelle da succhiare, distoglie alcuni pazienti agorafobici dalle loro paure. E’ più semplice percorrere sempre lo stesso tragitto che si conosce bene, gli spostamenti per alcuni sono meno traumatici se prevedono il passaggio vicino alla casa di un amico, di un medico o di una stazione di polizia, in modo che, in caso di panico, l’aiuto sia prontamente disponibile Alcuni pazienti camminano rimanendo vicino al muro da usare come sostegno e sentono il bisogno di avere la possibilità di tornare velocemente a casa. Alcune persone si sentono meno a disagio quando è buio e si muovono più tranquillamente la sera rispetto al giorno, altri provano sollievo indossando occhiali scuri. Gli agorafobici possono aver paura delle altezze per cui preferiscono abitare in appartamenti al piano terreno, cioè evita, inoltre, di utilizzare l’ascensore. Vengono evitati gli intercity perché effettuano poche fermate, altri preferiscono utilizzare solo la loro macchina, altri ancora utilizzano la bici piuttosto che camminare a piedi.

Alcuni pazienti diventano completamente incapaci di uscire di casa da soli e possono farlo solo in compagnia di una persona rassicurante verso cui sviluppano un rapporto di dipendenza.

Permalink 481 parole da admin Email , 10803 visite • Invia feedback

La paura dei sintomi, le convinzioni errate e gli evitamenti in chi soffre di panico

14:39:52, Aree di intervento: Attacco di panico  

Chi soffre di panico è spaventato dai sintomi fisici che prova.

Se ad esempio la persona avverte giramento di testa, non dice semplicemente: "avrò mangiato poco!", "avrò la pressione bassa!". Pensa subito al peggio: ecco ci risiamo, sto male, mi verrà un attacco di panico, e se alla fine morirò di ictus?" La persona è convinta delle sue preoccupazioni, per cui mette in atto strategie per proteggersi.

Nella tabella sottostante, sono elencati alcuni sintomi provati e temuti da chi soffre di panico, le relative convinzioni sbagliate ed i comportamenti protettivi.

panico

Permalink 88 parole da admin Email , 13245 visite • 1 feedback

Cosa prova e come si sente una persona che soffre di fobia sociale?

13:37:43, Aree di intervento: Fobia Sociale  

“ … ansia, tensione, imbarazzo, rigidità, confusione, … , provo questi sintomi quando sono con altre persone.

La mattina evito di andare a fare colazione al bar con i miei colleghi. Ho paura di fare brutte figure: inizio a farmi mille domande “e se bevendo il caffè mi cade la tazzina per terra?”, “come verrò giudicato?”, Tutti lo noteranno e penseranno che sono una stupida.
Provo disagio quando sono dalla parrucchiere. Il dover rimanere in attesa per tanto tempo, mi crea agitazione: non riesco a stare ferma, voglio alzarmi, temo che qualcuno possa farmi delle domande a cui non so rispondere, allora guardo le riviste, così vedendomi impegnata nessuno mi rivolge la parola.

Cambio strada quando incontro qualche amico, non so cosa dire e temo il confronto con lui.

Aspetto vicino il portone di casa, pur di non salire in ascensore con un vicino di casa, proverei un forte disagio, starei con la testa bassa, rossa in viso e zitta.

Quando vado a scuola dai miei figli, arrivo giusto qualche minuto prima della chiusura, pur di evitare di incontrare le altre mamme.

Questa è la mia vita, sembro sempre di corsa, ma in realtà non devo andare da nessuna parte, non ho impegni, evito,evito,evito tutto e tutti."

Permalink 204 parole da admin Email , 12835 visite • 6 feedbacks

02.08.07

Tipi di fobia specifica

14:38:28, Aree di intervento: Fobia Specifica  


Tipo Animali. La paura viene provocata da animali o insetti. Questo sottotipo esordisce generalmente nell’infanzia.
Tipo Ambiente Naturale. La persona è terrorizzata da elementi dell’ambiente naturale, come temporali, altezze, acqua. Questo sottotipo esordisce generalmente nell’infanzia.
Tipo Sangue-Iniezioni-Ferite. La paura viene provocata dalla vista del sangue o di una ferita o dal ricevere un’iniezione o altre procedure mediche invasive.
Tipo Situazionale. Questa fobia riguarda la paura provata in una situazione specifica: mezzi di trasporti pubblici: metropolitana, pullman, treno, aereo; tunnel, ponti, ascensori, guidare o luoghi chiusi.
Altro Tipo. La paura viene scatenata da altri stimoli. Questi stimoli possono includere: la paura o l’evitamento di situazioni che potrebbero portare a soffocare, vomitare o contrarre una malattia; la fobia dello “spazio” (cioè l’individuo ha timore di cadere giù se è lontano da muri o altri mezzi di supporto fisico); e il timore nei bambini dei rumori forti o dei personaggi in maschera.

Permalink 153 parole da admin Email , 2594 visite • Invia feedback

Che cos’è la fobia specifica?

14:30:22, Aree di intervento: Fobia Specifica  

La Fobia Specifica è la paura marcata, persistente ed eccessiva di oggetti o situazioni chiaramente circoscritte e specifiche.

Quando la persona entra in contatto con l’oggetto della sua fobia, prova un’immediata risposta ansiosa. Questa risposta può prendere la forma di un attacco di panico.

Tendenzialmente lo stimolo fobico viene evitato, o affrontato con molto disagio.

Si può parlare di vera e propria fobia se l’evitamento, la paura o l’ ansia anticipatoria di affrontare lo stimolo fobico interferiscono significativamente con la routine quotidiana, il funzionamento lavorativo o la vita sociale della persona.

Permalink 93 parole da admin Email , 12520 visite • 6 feedbacks

Cosa prova e come si comporta una persona che soffre di depressione?

14:18:58, Aree di intervento: Disturbo dell'umore  

" ... La mattina è il momento peggiore. Penso alla giornata che dovrò affrontare, starò male e sicuramente non riuscirò a fare nulla. Faccio fatica a fare le cose, vorrei rimanere a letto e dormire così la giornata trascorre più velocemente. Ho perso il piacere di fare le cose: la musica è sempre stata una grande passione. Suono in un gruppo, scrivo i testi e canto, ma ultimamente non mi interessa, non mi da emozioni. Mi sento, inoltre, la testa vuota, non riesco a concentrarmi, non mi ricordo le cose. Vado in cucina e poi non mi ricordo perché sono li e cosa avrei dovuto fare. Mia moglie cerca di spronarmi, ma io mi sento ancora peggio. Non mi sento capito, provo rabbia e sensi di colpa..."

Permalink 123 parole da admin Email , 11895 visite • 3 feedbacks

Come fa la persona a capire se soffre di ansia generalizzata o di un altro disturbo?

14:10:35, Aree di intervento: Disturbo d'Ansia Generalizzata  

E’ chiaro che solo uno specialista può emettere una diagnosi di disturbo d’ansia generalizzata ed indicare in un secondo momento il trattamento più efficace da intraprendere. La persona con ansia può documentarsi, raccogliere informazioni sul proprio star male e capire che l’oggetto della sua preoccupazione, non riguarda la paura delle proprie sensazioni fisiche, di avere un altro attacco di panico, di morire, di perdere il controllo e di rimanere bloccati (come nel Disturbo di Panico), rimanere imbarazzati in pubblico, temere il giudizio degli altri (come nella Fobia Sociale), avere ossessioni e/o compulsioni (come nel Disturbo Ossessivo Compulsivo), essere lontani da casa o dai familiari più stretti (come nel Disturbo d’Ansia di Separazione), aumentare di peso (come nell’Anoressia Nervosa), avere una grave malattia (come nell’Ipocondria), avere molteplici fastidi fisici (come nella Somatizzazione).
L’ansia generalizzata è un’ansia costante che accompagna la persona nell’arco della sua giornata e che può acutizzarsi nei momenti di maggior stress. La persona che soffre di ansia generalizzata si preoccupa per tutto: la salute dei familiari, pagare una bolletta, rendimento scolastico dei figli, eventuali ritardi, …

Permalink 185 parole da admin Email , 12195 visite • Invia feedback

30.07.07

A che età si può soffrire di distimia? C'è un periodo della vita, un'età in cui la persona è più a rischio di distimia?

14:29:31, Aree di intervento: Disturbo Distimico  

La distimia non ha un esordio netto o riconducibile ad un periodo identificabile con precisione.

A differenza della depressione maggiore, nella distimia non si riscontra una frattura del continum psicologico: il paziente non riferisce, infatti, un periodo precedente in cui stava bene, ma sostiene di essere così da tanto tempo e riconosce il suo malessere come parte integrante del proprio modo di essere, un aspetto del suo carattere.

Possiamo distinguere la distimia, con esordio prima dei 21 anni, da una distimia tardiva che si stabilisce in età più avanzata.

Alcuni autori in letteratura mettono in discussione l’esistenza delle forme tardive, secondo i quali rappresentano, invece, quadri clinici che giungono solo tardivamente all’osservazione clinica oppure forme di depressione maggiore cronicizzata con una sintomatologia non grave.

Permalink 125 parole da admin Email , 2013 visite • 3 feedbacks

Quali sono le complicazioni (le conseguenze) della depressione?

14:27:51, Aree di intervento: Depressione Maggiore  

La complicazione più grave del disturbo depressivo maggiore è il suicidio, che interessa il 15% dei pazienti; il rischio suicidario aumenta soprattutto nei soggetti oltre i 55 anni di età.

Ulteriori complicazioni includono le difficoltà matrimoniali, genitoriali, sociali e professionali.

La malattia soprattutto nelle sue forme ricorrenti e cronoche, può comportare una diminuzione della produttività lavorativa, assenteismo, mancato impiego e soprattutto nelle donne, difficoltà nel gestire la propria casa e incapacità di adempiere al ruolo genitoriale atteso.

Permalink 74 parole da admin Email , 12389 visite • 3 feedbacks

Una persona che ha sofferto di depressione può rivivere un altro episodio depressivo?

14:25:13, Aree di intervento: Depressione Maggiore, Disturbo Distimico  


Alcune persone possono manifestare un singolo episodio di disturbo depressivo maggiore nel corso della loro vita, con un completo ritorno al funzionamento premorboso.

Viene stimato, però, che una percentuale che va dal 50% all’85% delle persone che hanno vissuto un tale episodio avrà un altro episodio depressivo, in questi casi, verranno soddisfatti i criteri per il disturbo depressivo maggiore ricorrente.

Le persone con disturbo depressivo maggiore sovrapposto a distimia hanno maggiore probabilità di avere episodi ricorrenti di disturbo depressivo maggiore, rispetto a quelli senza distimia.

Permalink 84 parole da admin Email , 9882 visite • 1 feedback

Esordio e decorso della depressione

14:23:08, Aree di intervento: Depressione Maggiore, Disturbo Distimico  


Tra i 20 e i 30 anni esordisce la maggior parte dei disturbi depressivi maggiori, anche se il disturbo può cominciare a qualsiasi età.

I sintomi del disturbo depressivo maggiore si sviluppano tipicamente nel corso di alcuni giorni o settimane.

I sintomi prodromici, inclusi ansia generalizzata, attacchi di panico, fobie o sintomi depressivi che non raggiungono la soglia diagnostica, possono manifestarsi alcuni mesi precedenti.

Tuttavia, in alcuni casi, un disturbo depressivo maggiore può svilupparsi improvvisamente (per esempio, quando è associato ad un grave stress psicosociale).

Anche la durata di un episodio depressivo maggiore è variabile. Tipicamente, l’episodio, se non è trattato, dura 6 mesi o più.

Permalink 101 parole da admin Email , 11610 visite • 3 feedbacks

Sintomi della distimia

14:15:21, Aree di intervento: Disturbo Distimico  

Il tono dell’umore basso costituisce il sintomo principale che comporta poi tutti gli altri. Si tratta di una vera e propria tristezza. La persona con distimia si preoccupa e prova tristezza e sconforto per stimoli minimi o in modo sproporzionato agli eventi negativi, tende ad avere una visione negativa di sé e della vita e trae poco piacere dagli stimoli esterni.

Un altro sintomo primario è l’anedonia anche se non si presenta in forma così marcata come nella depressione maggiore: il distimico può provare piacere, ma ciò non è sufficiente a cambiare l’umore triste di fondo.

La persona distimica tendenzialmente è ansiosa, tende, infatti, a preoccuparsi eccessivamente.

Anche nella distimia si possono presentare disturbi cognitivi, che sono secondari all’abbassamento del tono dell’umore: affaticabilità mentale con difficoltà di concentrazione e di memorizzazione, difficoltà nel prendere decisioni, scarsa stima di sé e senso d’inadeguatezza.

Possono essere presenti sfumate idee di colpa, preoccupazioni economiche ed ipocondriache.

Come in tutti i depressi, anche il distimico può avere idee di morte. Il rischio di suicidio è più elevato rispetto alla popolazione generale, ma meno elevato rispetto alla depressione maggiore.

La persona avverte variazioni dell’appetito: ad esempio poco appetito, astenia, alterazioni del ritmo sonno-veglia, con difficoltà nell’addormentamento o presenza di multipli risvegli notturni, diminuzione del desiderio sessuale.

Nella distimia si osservano gradi diversi di compromissione del funzionamento psicosociale che non raggiunge i livelli di interferenza che si possono osservare nella depressione maggiore o nel disturbo depressivo ricorrente.

Possiamo dire che la persona che soffre di distimia presenta più o meno gli stessi sintomi di una persona che soffre di depressione maggiore, ma essi sono meno intensi e meno invalidanti.

Permalink 277 parole da admin Email , 10876 visite • 5 feedbacks

27.07.07

Caratteristiche della fobia sociale: come vive i rapporti con gli altri?

14:32:19, Aree di intervento: Fobia Sociale  

La persona con fobia sociale, valuta le situazioni sociali come pericolose, per la paura di agire in modo non adeguato, per cui pensa che gli altri lo giudicheranno in modo negativo. Anche l’opinione e la percezione di se stesso risulta negativa: pensa di non essere capace, di non essere all’altezza della situazione per cui sicuramente farà una brutta figura.

Prima di vivere le situazioni sociali, prova ansia anticipatoria. Per poterle affrontare, la persona tende a pensare e a visualizzare tutto ciò che gli potrà capitare e tutte le domande che gli potranno porre, individuando in anticipo i vari comportamenti e le varie risposte, al fine di fare una bella figura. Tale atteggiamento se da un lato è una strategia protettiva per affrontare le situazioni, dall’altra determina ansia e fa sì che le sorprese e tutto ciò che non sia stato programmato in anticipo non vengano tollerate.

Durante l’interazione sociale, si è concentrati sulle proprie risposte somatiche, sulla valutazione che potrebbe ricevere dagli altri e sull’opinione che ha di se stesso. La persona può, infatti, controllare ogni singola parte del proprio corpo e se c’è attivazione fisiologica cerca di rimanere calmo e tranquillo. Tale atteggiamento fa sì non vengano tollerati i rumori intensi. Per esempio: una persona parla a voce alta e crea fastidio e irritazione, oppure se qualcuno desidera parlare con lui può creare nervosismo, perché non gli permette di concentrarsi su di se. La perdita di controllo su di sé, potrebbe innescare i sintomi del panico.

La persona con fobia sociale può emettere, inoltre, tutta una serie di evitamenti per affrontare la situazione: pensa e si ripete le frasi prima di parlare, si schiarisce la voce, parla velocemente, non guarda negli occhi, … Inoltre, il cercare a tutti i costi di fare una bella figura ha effetti controproducenti: aumenta i sintomi dell’ansia, la persona non risulta spontanea nei suoi movimenti e nell’eloquio. Egli si impone, in modo rigido, di sorridere, di parlare, di essere interessato ai discorsi, deve essere simpatico, si ripete mentalmente cosa dire prima di parlare e ciò può rendere ancora più difficile la conversazione. Alla fine la persona apparirà effettivamente meno simpatico, meno amichevole ed impacciato. I comportamenti protettivi e i sintomi dell’ansia hanno, quindi, effetti negativi sull’immagine di se stesso.

Al termine dell’interazione sociale, la persona che soffre di fobia sociale tende molto a rimuginare e a valutare in modo negativo il suo comportamento, concentrandosi solo sugli aspetti negativi e su ciò che non è riuscito a fare, rafforzando ancora di più le sue convinzioni negative.

Permalink 427 parole da admin Email , 10062 visite • 2 feedbacks

Quali sono le cause della depressione dopo il parto?

14:21:03, Aree di intervento: Disturbo dell'umore  

La scienza non ha fornito dati certi sulle cause della depressione post partum: alcuni studi hanno indicato come fattori predisponenti i cambiamenti ormonali nella donna, più in particolare nel calo del livello degli estrogeni e del progesterone. In realtà ci sono molti altri fattori che concorrono alla comparsa della “depressione post-partum”, perlopiù di origine psicologica legata agli eventi immediatamente successivi al parto, come il cambiamento di ruolo della donna in ambito sociale, il timore per le sue imminenti responsabilità, il proprio aspetto fisico, il nuovo rapporto il patner, la propria autostima.

Permalink 91 parole da admin Email , 26177 visite • 21 feedbacks

La depressione dopo il parto

14:16:18, Aree di intervento: Disturbo dell'umore  

La depressione post-partum (dal latino “dopo il parto”) è una particolare forma di disturbo nervoso che colpisce alcune donne a partire dal 3° o 4° giorno seguente la gravidanza e che può avere una durata di diversi giorni, manifestandosi in qualche caso come depressione vera e propria, accompagnata da forme di psicosi.Oltre il 70% delle madri, nei giorni immediatamente successivi al parto, manifestano sintomi leggeri di depressione. Si tratta quindi di una reazione piuttosto comune i cui sintomi includono delle crisi di pianto senza motivi apparenti, irritabilità, inquietudine e ansietà che tendono generalmente a scomparire nel giro di pochi giorni.Ben più gravi e duraturi sono i sintomi della “depressione post-partum” che possono perdurare anche per un intero anno e che comprendono:

affaticamento
esaurimento
disperazione
inappetenza
insonnia o sonno eccessivo
confusione
pianto inconsulto
disinteresse per il bambino
paura di far male al bambino o a se stessa
improvvisi cambiamenti di umore

Permalink 148 parole da admin Email , 26846 visite • 34 feedbacks

26.07.07

Esempi di pensieri, emozioni e comportamenti di chi soffre di fobia sociale

14:10:44, Aree di intervento: Fobia Sociale  

Situazione: dal Barbiere

Pensieri: “Se mi parla, non so cosa dire”, “Penseranno che sono stupido”, “Se mi stringe troppo il collo con il telo e mi sento soffocare?”, “Se mi fa lo shampoo e io inizio a stare male e voglio andare via, chissà cosa potrà pensare?”, “Se non mi lascia uscire dal negozio?”, “Se gli altri vedono che sto male, penseranno che sono strano”, “Se c’è gente e devo aspettare troppo”
Emozione: Paura 70

Comportamento: Vado solo su appuntamento, Cambio spesso il barbiere, Parlo poco, Faccio finta di essere interessato a qualcosa,così gli altri non mi parlano, Pianifico in anticipo cosa dire.

Situazione: Pranzo al ristorante con amici

Pensieri: “Se inizio a sentirmi male, non riesco a mangiare e il cameriere inizia a chiedermi il perché”,“Se gli altri si accorgono che non sto bene?”,“E se non voglio parlare ?”,“E se non sono simpatico?”,“E se non mi fanno uscire per respirare?”,“E se la porta di uscita è chiusa a chiave?”,“E se devo aspettare tanto per pagare e noteranno che sto male?”,“E se mi tremano le mani e gli altri lo vedono?”

Emozione: Paura 70

Comportamento: Parlo poco di me, Faccio domande, Parlo velocemente, Non guardo nessuno in faccia, Mi siedo in una zona in ombra o più nascosta

Situazione: A casa della mamma della fidanzata

Pensieri: “E se mi fa delle domande e non me la sento di rispondere e devo parlare per forza?”,“E se non sono simpatico?“, "E se non gli piaccio?”, “E se pensa che non sono il fidanzato giusto per sua figlia?”, “Che idea ha di me?”, “E se mi sento male e voglio andare via?”

Emozione: Paura 100

Comportamento: Evito di andare a casa loro

Permalink 283 parole da admin Email , 20664 visite • 3 feedbacks

Che differenza c'è tra ansia e paura?

14:04:36, Aree di intervento: Ansia, Paure, Fobie  

Preoccuparsi è una reazione normale della vita quotidiana.

Sarà capitato a tutti di aver avuto paura per problemi sul lavoro, per la salute e l’educazione dei figli, spese da pagare, discussioni familiari, scelte da valutare o semplicemente pensieri che condizionano le nostre notti.

L’ansia fa parte della vita di tutti i giorni.

In generale, l’ansia e la paura sono molto simili: il sentimento di paura (dal latino “pavor”) è una normale risposta ad una minaccia sia essa immaginaria o reale; l’ansia (dal latino anxius, che significa preoccupato rispetto ad un evento incerto e da una radice greca che significa “spingere forte” o “strangolare”) è la preoccupazione per le piccole attività che dobbiamo portare a termine.

L’ansia e la paura a livelli moderati possono risultare utili, permettendoci di reagire tempestivamente di fronte a un pericolo e mettendoci in allerta di fronte ad una situazione difficile. La preoccupazione per l’esame, che dobbiamo sostenere, ci stimola a studiare, di fronte ad un problema cerchiamo la soluzione migliore.

Se l’ansia, la preoccupazione e la paura sono molto intense possono ostacolare qualsiasi prestazione e bloccarci.

Permalink 184 parole da admin Email , 6280 visite • 5 feedbacks

Quanto è comune il Disturbo Ossessivo Compulsivo?

13:59:01, Aree di intervento: Disturbo Ossessivo Compulsivo  

Se si considera che la popolazione italiana è di circa 50 milioni, ci sono almeno 1.250.000 persone che hanno avuto o che presentano adesso il Disturbo Ossessivo Compulsivo. La gravità del disturbo è estremamente varia, così come il modo con cui si manifesta; alcune persone riescono a convivere con opportuni espedienti anche per molti anni, prima di consultare il medico, altri si trovano “catturati” completamente dal disturbo e richiedono quasi subito l’aiuto.
E’ importante considerare che i sintomi del Disturbo Ossessivo Compulsivo possono cambiare nel tempo. E’ frequente che nello stesso paziente, cambi il contenuto delle ossessioni o può cambiare qualcosa di un rituale, o tutto un rituale può scomparire mentre uno nuovo e diverso viene messo in atto.

Permalink 116 parole da admin Email , 9857 visite • 2 feedbacks

A che età può esordire il Disturbo Ossessivo Compulsivo?

13:58:14, Aree di intervento: Disturbo Ossessivo Compulsivo  

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo esordisce in media tra i 20 e i 25 anni. Ma ci sono persone che ne vengono colpite in età più giovane: il 15% dei pazienti ha un esordio precocissimo, intorno ai 10 anni, altre vengono colpite dopo i 40 anni, anche se sono solo il 5% dei pazienti.
L’età tipica di esordio del disturbo Ossessivo Compulsivo è più precoce nei maschi, che manifestano i primi sintomi gravi verso i 19 anni o prima, mentre le femmine manifestano sintomi ossessivi – compulsivi più tardi, verso i 22 – 25 anni, o dopo.

Permalink 85 parole da admin Email , 8593 visite • 4 feedbacks

Cosa pensano le persone che soffrono di ansia generalizzata?

13:55:11, Aree di intervento: Disturbo d'Ansia Generalizzata  

Tendenzialmente le persone che soffrono di ansia generalizzata, hanno delle credenze positive rispetto alle loro preoccupazioni:

· Preoccuparmi mi aiuta a gestire meglio il problema
· Se mi preoccupo riesco ad evitare il problema
· Se rimugino sono sempre pronto per ogni evenienza
· Preoccuparmi mi aiuta a tenere le situazioni sotto controllo. Penso in anticipo a tutto ciò che potrebbe accadermi e ipotizzo le possibili soluzioni.

Le credenze possono essere anche negative:

· Non ho il controllo delle mie rimuginazioni
· Le rimuginazioni sono dannose
· Rimuginare può portarmi alla follia
· Non è normale rimuginare

Permalink 88 parole da admin Email , 29146 visite • 2 feedbacks

Quante persone soffrono di ansia generalizzata?

13:54:14, Aree di intervento: Disturbo d'Ansia Generalizzata  

Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD) risulta presente nel 3-8% della popolazione. Il disturbo è distribuito maggiormente nel sesso femminile: attualmente il rapporto M/F è di 1:2, Tale disturbo d’ansia è maggiormente presente nella fasce di età compresa tra i 20 e i 40 anni e nelle classi sociali meno abbienti.

Permalink 46 parole da admin Email , 15803 visite • 6 feedbacks

23.07.07

Caratteristiche tipiche e sintomi della bulimia

13:30:33, Aree di intervento: Bulimia Nervosa  

La bulimia si caratterizza per la presenza di abbuffate e di metodi inappropriati di compensazione usati per prevenire il conseguente aumento di peso.

Per abbuffata, o crisi bulimica, si intende l’ingestione di una quantità di cibo più grande e spropositata rispetto a quanto la maggioranza degli individui assumerebbe in circostanze simili. Inoltre, il cibo viene divorato in meno di due ore. Mangiare una grande quantità di cibo durante una festa, una ricorrenza o al ristorante, non è un’abbuffata. Ogni singolo episodio di abbuffata non deve avvenire necessariamente in un unico contesto: l’abbuffata può iniziare al ristorante e concludersi a casa. Non può essere considerata una abbuffata il continuo “spiluccare” piccole quantità di cibo durante l’arco della giornata.

I metodi di compensazione riguardano: il vomito, uso di lassativi, diuretici, digiuno, attività fisica eccessiva, uso di ormoni tiroidei per accelerare il metabolismo ed evitare l’aumento di peso.

Le persone che soffrono di bulimia si vergognano delle loro abitudini alimentari tentano di nasconderle. Le crisi bulimiche avvengono in solitudine. L’episodio può essere più o meno pianificato, ed è di solito caratterizzato (anche se non sempre) dalla rapidità dell’ingestione del cibo. L’abbuffata spesso continua sinché l’individuo non si sente “così pieno da star male”.

Il livello di autostima è piuttosto basso ed è molto condizionato dalla forma e dal peso corporeo. Le persone con bulimia sono scontente di se stesse, piuttosto autocritiche. L’umore è spesso depresso.

Durante l’abbuffata la persona sente di perdere il controllo: non riesce a fermarsi. Prova, inoltre, un senso di estraneamento: quasi come se il resto della stanza non esistesse, alcune persone non sentono il telefono suonare, sono completamente assorte.

Permalink 276 parole da admin Email , 39191 visite • 52 feedbacks

Bulimia: L’esperienza di Giulia

13:03:33, Aree di intervento: Bulimia Nervosa  

All’età di 15 anni, Giulia intraprende una dieta drastica: mangia pasta in bianco, insalata scondita, pochissima carne ed elimina completamente dolci e patatine fritte. Il peso scende velocemente nell’arco di un anno, passando dai 60 Kg. ai 50 Kg. All’età di 16 anni Giulia ha la sua prima abbuffata. A 17 anni le abbuffate cominciano a verificarsi con regolarità fino ad arrivare, nei periodi peggiori, a 5 alla settimana. Giulia cerca di compensare con l’attività fisica e le restrizioni alimentari. A 19 anni si provoca per la prima volta il vomito; dice di essere stata talmente male (dolori allo stomaco, emicrania, senso di confusione e sbandamento il giorno successivo) da aver subito abbandonato questa condotta compensatoria. Giulia non ha mai utilizzato né lassativi, né pillole anoressizzanti, né diuretici. Il ciclo mestruale non si è mai interrotto.
Nell’arco di pochi minuti Giulia divora grandi quantità di cibo.
Ogni volta, dopo l’abbuffata, Giulia prova forti sensi di colpa, il giorno successivo si sveglia con vari malesseri fisici come mal di stomaco e sensazione di gonfiore, pesantezza alle gambe. Afferma: “Non sono in grado di controllarmi, passo da un eccesso all’altro, il mio peso, il mio corpo è stato sempre un problema per me”.
Quando si sente sola ed annoiata, quando litiga con i genitori o il fidanzato, nei momenti di tristezza o quando si guarda allo specchio e non si piace, Giulia si abbuffa.

Permalink 230 parole da admin Email , 81945 visite • 250 feedbacks

20.07.07

Cosa fare prima di iniziare un trattamento specifico per il panico?

14:40:17, Aree di intervento: Disturbi D'Ansia, Disturbo di Panico  

Prima di formulare una diagnosi di panico è importante, anzi, necessario escludere problemi a livello fisico. Patologie mediche generali, quali quelle cardiovascolari, polmonari, neurologiche, endocrinologiche e gastrointestinali, possono essere diagnosticate insieme o confuse con il disturbo di panico. Si rischia, così, di curare i sintomi, pensando che sia ansia, invece esse appartengono a qualche altro disturbo. Il medico di base dovrebbe prescrivere gli esami specifici per poter diagnosticare correttamente il disturbo d'ansia.
Sarà compito del terapeuta individuare la presenza di eventuali altri disturbi associati al disturbo di panico, che complicano il quadro clinico del paziente, al fine di scegliere il trattamento più adeguato da utilizzare. Il disturbo di panico può essere, infatti, associato con altri disturbi d’ansia che richiedono trattamenti cognitivi comportamentali più specifici, per favorire la remissione completa dei sintomi. Spesso troviamo persone che presentano una fobia sociale o un Disturbo Ossessivo Compulsivo associati al panico. Sarebbe, quindi riduttivo curare solo il panico. E' necessario un trattamento specifico per gli altri disturbi associati.

Permalink 164 parole da admin Email , 18231 visite • 5 feedbacks

18.07.07

Quali sono i sintomi dell’ Episodio Depressivo Maggiore?

13:58:43, Aree di intervento: Depressione Maggiore  

depressione

Per parlare di Episodio depressivo Maggiore, la persone deve segnalare cinque o più dei sintomi sottoelencati che devono essere stati contemporaneamente presenti durante un periodo di 2 settimane e rappresentano un cambiamento rispetto al precedente livello di funzionamento; almeno uno dei sintomi è costituito da 1) umore depresso o 2) perdita di interesse o piacere.

1. Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno.
2. Marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno.
3. Significativa perdita di peso, senza essere a dieta o aumento di peso, oppure diminuzione o aumento dell’appetito quasi ogni giorno.
4. Insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno.
5. Agitazione o rallentamento psicomotorio quasi ogni giorno.
6. Faticabilità o mancanza di energia quasi ogni giorno.
7. Sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati, quasi ogni giorno.
8. Ridottà capacità di pensare o di concentrarsi o indecisione, quasi ogni giorno.
9. Pensieri ricorrenti di morte (non solo paura di morire), ricorrente ideazione suicidaria senza un piano specifico o un tentativo di suicidio o l’ideazione di un piano specifico per commettere suicidio.

Permalink 181 parole da admin Email , 7640 visite • Invia feedback

Cosa prova e come si sente la persona che soffre di panico?

13:49:55, Aree di intervento: Attacco di panico  

Ricordo ancora la prima volta che ho avuto un attacco di panico. Ero in pizzeria con i miei amici. Ridevo, scherzavo, poi all’improvviso il cuore ha iniziato a battere forte, mi sono spaventato. Ho subito pensato al peggio: un attacco di cuore. Mi girava la testa, non riuscivo a parlare, vedevo tutto sfuocato, non riuscivo a respirare. I miei amici hanno subito chiamato l’autoambulanza. Ero terrorizzato e soprattutto convinto di morire. E’ stato terribile. Mi hanno fatto tutti i controllo. Per fortuna non è stato riscontrato alcun danno a livello cardiaco. Ma da circa tre anni io sto male e vivo con il terrore dell’ansia.

Permalink 107 parole da admin Email , 11609 visite • Invia feedback

L’attacco di panico: i sintomi

13:48:01, Aree di intervento: Attacco di panico  

Un attacco di panico è un periodo preciso di intensa paura o disagio, accompagnato da almeno 4 sintomi somatici o cognitivi: palpitazioni, sudorazione, tremori fini o a grandi scosse, sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, vertigini, derealizzazione o depersonalizzazione, paura di perdere il controllo o di impazzire, paura di morire, parestesie e brividi o vampate di calore.

Permalink 64 parole da admin Email , 7733 visite • Invia feedback

16.07.07

Sintomi del Disturbo Ossessivo Compulsivo: ossessioni e compulsioni

13:11:03, Aree di intervento: Disturbo Ossessivo Compulsivo  

Le ossessioni sono idee, pensieri, impulsi o immagini mentali ricorrenti (quando si presentano alla mente con frequenza), persistenti (quando non possono essere allontanate e occupano la mente in modo continuativo). Le ossessioni sono vissute dal soggetto come intrusive e inappropriate e causano ansia o disagio marcato. L’individuo vive il contenuto delle ossessioni come estraneo, non regolato dal proprio controllo, e non è il tipo di pensiero che si aspetterebbe di avere. L’individuo è capace di riconoscere che le ossessioni sono il prodotto della sua mente, ma il loro contenuto è vissuto come illogico e insensato.

Le ossessioni più frequenti sono:

· pensieri ripetitivi di contaminazione (per es. essere contaminati quando si stringe la mano a qualcuno, paura di aver toccato oggetti contaminanti, come il denaro, paura di far ammalare gli altri contaminandoli);
· dubbi ripetitivi (per es. chiedersi se si è lasciata la porta aperta, se il rubinetto del gas è stato chiuso, se ci si è comportati in modo tale da causare lesioni a qualcuno guidando)
· necessità di avere le cose in un certo ordine (intenso disagio quando gli oggetti sono in disordine o asimmetrici);
· impulsi aggressivi o terrifici ( per es. paura di aggredire qualcuno o paura di gridare oscenità in Chiesa);
· fantasie sessuali (idee ricorrenti a carattere sessuale e pornografico).

Le ossessioni non sono semplicemente preoccupazioni eccessive riguardanti problemi reali della vita ed è improbabile che siano correlati a reali problemi della vita.

Le ossessioni creano disagio al soggetto, che può derivare da due condizioni:
1 il contenuto delle ossessioni è in disaccordo con il modo consueto di comportarsi dell’individuo, con i suoi valori morali e religiosi;
2 il disagio si origina dal fatto che le ossessioni ritornano continuamente ad occupare la mente del soggetto, non lasciano tregua, impediscono di pensare ad altro.

Le compulsioni sono comportamenti ripetitivi (lavarvi ripetutamente le mani, riordinare, allineare di continuo oggetti, controllare continuamente di aver eseguito una determinata azione, etc.) o azioni mentali (pregare, contare, ripetere mentalmente delle parole) il cui obiettivo è quello di prevenire o ridurre l’ansia o il disagio, e non quello di fornire piacere o gratificazione.

In alcuni casi, la persona mette in atto comportamenti stereotipati, che esegue con precise modalità, senza essere in grado di spiegarne il significato. Le compulsioni sono eccessive e non connesse in modo realistico con ciò che sono designate a neutralizzare o prevenire; il soggetto si sente però obbligato, forzato a metterli in atto, non si sente più libero di decidere in completa autonomia.

Comuni compulsioni:

· compulsioni di lavaggio e pulizia riguardanti mani, corpo, oggetti, utensili, vestiti, misure di evitamento e di prevenzione del contatto con possibili fonti di contaminazione, etc.
· compulsioni di controllo di serrature, gas, utensili da cucina, etc.
· compulsioni di iterazione: rilettura, riscrittura, ripetizione di parole o frasi, movimenti con significato magico specifico
· compulsioni di ordine: riordinare, allineare, seriare oggetti, etc.
· compulsioni di raccolta accumulo di oggetti senza significato
· altre compulsioni movimenti motori “finalizzati” ma senza significato (toccare, strofinare, battere le dita), distruzione compulsiva di particolari oggetti.

Permalink 488 parole da admin Email , 5140 visite • 2 feedbacks

Disturbo Ossessivo Compulsivo: in che cosa consiste?

13:09:45, Aree di intervento: Disturbo Ossessivo Compulsivo  

Il disturbo ossessivo–compulsivo è un disturbo d’ansia, caratterizzato da ossessioni o compulsioni ricorrenti, che possono presentarsi insieme nello stesso paziente, o possono essere isolate (ci sono pazienti che hanno solo ossessioni e pazienti, più raramente, che manifestano solo compulsioni), sufficientemente gravi da far impiegare tempo (richiedono più di un’ora al giorno), e generano forte disagio e sofferenza (DSM - APA, 1994).

Permalink 61 parole da admin Email , 12187 visite • 1 feedback

Cosa prova e come si sente chi soffre di D.O.C.?

09:35:44, Aree di intervento: Disturbo Ossessivo Compulsivo  

Teresa

La mia vita è un inferno. Trascorro il mio tempo a controllare e ricontrollare se gli oggetti sono puliti. La mia testa è invasa da continui pensieri: “è pulita?”, “chi l’ha toccata?”, “e se l’ha toccata qualcuno che ha delle malattie!”, “se tocco un oggetto sporco, posso contaminarmi?”. Questi pensieri mi creano uno stato di ansia pazzesca e mi sento costretta a pulire e disinfettare. Ore ed ore a pulire, mi piacerebbe dedicarmi ai miei figli, ai miei hobby che adoravo, ma non posso. E’ più forte di me!. Non invito nessuno a casa mia, perché subito dopo devo disinfettare tutto ciò che è stato toccato dagli altri.

Vittoria

Ho un bellissimo bambino di due anni che adoro e per nessun motivo al mondo potrei fargli del male. Eppure la mia testa è martellata da continui impulsi di buttarlo per terra e di spingerlo. Non capisco perchè provo questi impulsi, non li vorrei. Mi spaventano, mi sento ansiosa. Evito di stare da sola con mio figlio oppure vado a controllare 20, 30 volte che stia bene quando dorme.

Luca

Pazzesco, non riesco più a guidare la mia auto. Ho paura di investire i pedoni o le persone che mi passano vicino con la moto. Ho continui dubbi: "e se l'ho investito e non me ne sono accorto?" Mi agito e torno indietro a controllare se ci sono cadaveri sulla strada, controllo sotto la mia auto. Un giorno ho controllato 15 volte lo stesso percorso.

Antonella

Conduco da anni una doppia vita: a lavoro sembro una persona serena e tranquilla, a casa esplode il mio doc. Rimango bloccata sotto la doccia 3 ore per lavarmi e rilavarmi seguendo un preciso rituale e se per caso vengo interrotta dai miei familiari devo ricominciare tutto.

Permalink 286 parole da admin Email , 10294 visite • Invia feedback

Caratteristiche e sintomi del Disturbo d’Ansia Generalizzata

09:30:39, Aree di intervento: Disturbo d'Ansia Generalizzata  

Il Disturbo d’Ansia Generalizzata si caratterizza per la presenza di ansia e preoccupazione (attesa apprensiva) eccessiva, che si manifestano per la maggior parte del tempo per almeno 6 mesi, rispetto ad una grande quantità di eventi e situazioni.

L’ansia e la preoccupazione sono accompagnate da almeno tre sintomi, tra cui: irrequietezza, facile affaticabilità, difficoltà di concentrazione, irritabilità, tensione muscolare e sonno disturbato.

Insieme alla tensione muscolare possono essere presenti: tremori, contratture, scosse e dolori muscolari, sintomi somatici tra cui: freddo, mani appiccicose, bocca asciutta, sudorazione, nausea o diarrea, pollachiuria, difficoltà a deglutire, o “nodo alla gola”. I sintomi peggiorano nei periodi di stress.

La persona riconosce che le preoccupazioni sono eccessive e presenta difficoltà a controllarle.

Permalink 117 parole da admin Email , 27305 visite • 29 feedbacks

Come si sente e cosa prova chi soffre di ansia generalizzata?

09:28:10, Aree di intervento: Disturbo d'Ansia Generalizzata  

Sono agitata, nervosa, mi preoccupo facilmente e per tutto. Spesso ho la sensazione di non poterne proprio più, mi sento tesa come una corda di violino. Mi basta poco per agitarmi: ho degli invitati a cena e mi preoccupo: “devo andare a fare la spesa, quando vado?, “cosa cucino?”, “piacerà a tutti?”, “devo pulirmi la casa”, “riuscirò a far tutto?”. Più penso a tutte le cose che devo fare e più mi agito. Inizio ad avvertire tensione ai muscoli, il cuore batte più velocemente. Mentre sono a fare la spesa, non riesco a godermi il momento, perché penso alle altre 200 cose che dovrò fare. Finalmente arriva l’ora di cena. Ma io sono stanca morta, vorrei solo andare a letto.

Permalink 120 parole da admin Email , 9311 visite • Invia feedback

2007
 << Corrente>>
Gen Feb Mar Apr
Mag Giu Lug Ago
Set Ott Nov Dic

Starbene: mente-corpo

Dott.ssa Maria Narduzzo
Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
Terapeuta EMDR
Docente dell'Istituto Watson
P.Iva 09100990010
Cell 3337130974
Vedi Attività


Riceve ad Orbassano
Studio Privato
Via Roma 47
www.psicologo-orbassano.it

Riceve a Torino
presso Studio Medico Crocetta
C.so Galileo Ferraris, 107
www.studiocrocetta.it
maria.narduzzo@gmail.com

Directory segnala sito DirectoryItaliana

Psicologia: La categoria di HelloDir.com che tratta di Psicologia

Scambio Link

Psycommunity

Vedi opuscolo sul panico

Prima di aggiungere un commento è necessario prendere visione e approvare l'informativa sulla privacy.

Cerca

Chi c'é online?

  • Untenti ospiti: 11

Syndicate questo blog Feeds XML

What is this?

powered by
b2evolution