Archivi per: Ottobre 2007

31.10.07

Trattamento dell'Anoressia Nervosa

23:34:36, Aree di intervento: Anoressia Nervosa  

La terapia cognitivo comportamentale per la cura dell'Anoressia Nervosa

In generale, il trattamento è finalizzato al raggiungimento di quattro obiettivi:

1. Inizialmente è importante sviluppare e mantenere la motivazione al trattamento: le persone che soffrono di anoressia nervosa tendono a vedere la perdita di peso come un obiettivo positivo raggiunto e non come un sintomo di una grave malattia, per questo motivo hanno una bassa motivazione a cambiare.

2. Normalizzare il peso corporeo. Inizialmente viene calcolato il BMI della persona che soffre di anoressia nervosa, che si ottiene dividendo il peso corporeo in chilogrammi per l'altezza al quadrato in metri (kg/m2). Se all'inizio del trattamento il BMI è infeiore a 20 Kg/m2, l'obiettivo sarà quello di arrivare alla soglia minima di 20 Kg/m2; questo è il livello che si associa al ripristino delle mestruazioni.
Normalizzare il peso corporeo comporta l'eliminazione dei sintomi della sindrome da digiuno, ma anche di facilitare lo sviluppo di uno schema di valutazione meno dipendente dal peso.

3. Ridurre l'eccessiva importanza attribuita al peso, alle forme corporee e al controllo dell'alimentazione

4. Eliminare i fattori che possono mantenere l'anoressia nervosa e prevenire le eventuali ricadute

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27.10.07

Gli errori cognitivi che determinano il modo di pensare di una persona depressa

Quali sono gli errori cognitivi di una persona depressa, che condizionano i suoi pensieri ed i suoi modi di ragionare?

DEDUZIONE ARBITRARIA

La persona depressa giunge ad una determinata conclusione in asseza di prove che la sostengono. "Non mi ha telefonato perchè non gli interesso più"

ASTRAZIONE SELETTIVA

Tale errore consiste nel concentrarsi su un particolare, ignorando aspetti più importanti della stessa situazione. Filtri la realtà quando pensi solo ai tuoi punti deboli e trascuri i tuoi punti di forza.

GENERALIZZAZIONE ECCESSIVA

La persona depressa giunge ad una conclusione sulla base di uno o più episodi isolati ed applica poi tale concetto ad altre situazioni. "Sono stato bocciato una volta, mi bocceranno sempre". Fai attenzione a quanto spesso usi parole come sempre, mai, tutti, tutto, nessuno, niente. Chiediti se la situazione è davvero così estrema.

INGIGANTIRE, CATASTROFIZZARE

Vi è la tendenza ad enfatizzare i propri sbagli e gli errori commessi, in modo esagerato. "Non potrebbe andare peggio di così", "E' terribile, insopportabile, irrimediabile", "E' una catastrofe".

MINIMIZZARE

La persona depressa tende a non considerare o a svalutare le proprie abilità e capacità ed in generale se stesso."Questo compito era facile, ci sarebbe riuscito anche un bambino".

PERSONALIZZAZIONE

Tale errore cognitivo si riferisce alla tendenza della persona depressa a porre gli eventi esterni in relazione a se stesso. Soprattutto egli si ritiene la causa degli eventi negativi. "E' colpa mia se il nostro matrimonio è finito", "Sono io che gli ho rovinato la vita", "E' arrabbiato per colpa mia".

PENSIERO ASSOLUTISTICO, DICOTOMICO

La persona depressa, a causa di tale errore cognitivo, tende a collocare tutte le sue esperienze in due categorie opposte: perfetto-difettoso, capace-incapace, santo-peccattore, bianco-nero. Chi ragiona così, se subisce un furto, può concludere che il mondo è un posto sempre insicuro o che non ci si può fidare.

LEGGERE LA MENTE, INTERPRETARE

La persona depressa tende a dare per scontato cosa pensa un altro senza chiederlo a lui direttamente. "Sono sicura che pensa che sono noioso e non vuole invitarmi più".

PENSARE CHE ORMAI è TROPPO TARDI PER CAMBIARE

Pensa a quante volte ti sei detto questa frase in passato, mentre ora ti rendi conto che allora eri ampiamente in tempo per cambiare. Andare dietro a questa frase comporta sfiducia e rende alla fine difficile il cambiamnto, ma nella vita è importante mettersi in discussione, darsi delle opportunità, rimettersi in gioco. Non è maai troppo tardi.

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26.10.07

Il modello cognitivo della depressione

06:09:35, Aree di intervento: Disturbo dell'umore  

Per capire il modo di pensare di una persona depressa e successivamente per intervenire possiamo tenere in considerazione il concetto di triade cognitiva:

1 Visione negativa che la persona ha di se stesso

La persona che soffre di depressione si vede difettoso, inadeguato, malato. Si crede indesiderabile ed inutile a causa dei suoi presunti difetti. Tende a sottovalutarsi o a criticare tutto ciò che fa. Quando riceve complimenti, la persona che soffre di depressione non ci crede, non li accetta o tende a sminuirli: "ma figurati!", "ci riescono tutti", "ci sono riuscito perchè è un compito facile, tutti sarebbero stati in grado di eseguirlo". Tutto ciò parte da una bassa considerazione di se stesso.

2 Visione negativa della vita

La persona che soffre di depressione pensa che il mondo gli faccia richieste esorbitanti. Egli vive la realtà come un mondo pieno di difficoltà ed ostacoli insuperabili.
"tanto è inutile!", "andrà male", "mi sembra tutto così difficile ed insuperabile".

3 Visione negativa del futuro

Quando la persona depressa pensa al suo futuro, egli prevede che le sue sofferenze non avranno fine e che i problemi e le difficoltà attuali continueranno. Si vede senza speranza e senza una via di uscita.

E' chiaro che se la persona si considera incapace e si aspetta sempre risultati negativi, egli tenderà a fare sempre meno. L'inattività è la conseguenza del suo pessimismo. Ma è anche vero che meno si attiva e più aumenteranno i pensieri negativi e l'idea negativa di se stesso e della vita.

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19.10.07

Anoressia Nervosa

14:01:32, Aree di intervento: Anoressia Nervosa  

Caratteristiche e sintomi dell'Anoressia Nervosa

La persona che soffre di anoressia nervosa è terrorizzata dall'idea di poter acquistare peso.

Ha immagine del suo corpo distorta: si vede grassa o vede parti del suo corpo troppo grosse, in genere l’addome, i glutei, le cosce. Possono adottare le tecniche più disparate per valutare dimensioni e peso corporei, come pesarsi di continuo, misurarsi ossessivamente con il metro, o controllare allo specchio le parti percepite come “grasse”.

Il suo peso corporeo viene mantenuto al di sotto del peso minimo normale. Alla domanda: "qual'è il tuo peso ideale che vorresti raggiungere?", la persona con anoressia indica un peso piuttosto basso, ma anche se lo raggiungesse non sarebbe comunque contenta e soddisfatta. Si vedrebbe sempre grassa.

La persona viene considerata sottopeso se il suo peso corporeo scende al di sotto dell’85% del peso normale per età ed altezza (e questo viene calcolato in riferimento alle tabelle utilizzate dalle Compagnie di Assicurazione per le polizze sulla vita o ai diagrammi di crescita pediatrici). In alternativa è possibile fare riferimento (come peraltro nei Criteri diagnostici ICD-10 per la ricerca) all’Indice di Massa Corporea (Body Mass Index, BMI, calcolato come rapporto tra peso in chilogrammi e quadrato dell’altezza espressa in metri), ponendo come limite minimo un BMI minore od uguale a 17,5 Kg/m2.

La persona con anoressia tende a ridurre il suo peso con diete drastiche. Alcune eliminano dalla propria alimentazione cibi ipercalorici o cibi ritenuti pericolosi: pasta, carne, olio, ...

In aggiunta possono essere messe in atto condotte di eliminazione (es. vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi e diuretici) o la pratica eccessiva di attività fisica, allo scopo di perdere peso.

Nei soggetti con Anoressia Nervosa i livelli di autostima sono fortemente influenzati dalla forma fisica e dal peso corporeo. La perdita di peso viene considerata come una straordinaria conquista ed un segno di ferrea autodisciplina, mentre l’incremento ponderale viene esperito come una inaccettabile perdita delle capacità di controllo.

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18.10.07

Cura dell'ipocondria: la terapia cognitivo comportamentale

23:56:07, Aree di intervento: Disturbi Somatoformi  

Non sono spaventata ma terrorizzata dai sintomi fisici che provo. Ho paura delle peggiori malattie o di morire.

Al primo sintomo mi irrigidisco e nella mia testa frullano mille dubbi e preoccupazioni: “come mai mi sento così?”, “perché non passa?”, “cosa sarà?”. Più mi preoccupo e più il mio livello di ansia cresce.

Inizio a tempestare di domande i miei genitori, i miei amici e i miei colleghi. Ho bisogno di sentirmi rassicurata. Ho bisogno di sentire: “non ti preoccupare, non è nulla”, “anch’io ho avuto gli stessi sintomi”, “tutto passa vedrai”. Sul momento sto bene, mi sento tranquilla. La serenità è momentanea. Poco dopo ripartono i dubbi.

Mi accorgo che sono sempre concentrata sul mio corpo per controllare ogni pezzettino voglio captare eventuali sintomi. Tutto è sotto controllo, non mi sfugge nulla: nuove macchie, peli, rigonfiamenti, rughe. Conosco ogni minima parte del mio corpo. Ormai sono diventata esperta, riesco a parlare con gli altri e fare i miei controlli.

Sono capace di misurarmi la pressione anche 10 volte al giorno, leggo riviste medico-scientifico, so tutto sulle malattie che penso di avere, mi collego ad internet per cercare informazioni.

A volte mi sembra di impazzire. Anche se razionalmente che tutto è assurdo, pazzesco, ma io non riesco a pensare e a comportarmi in maniera diversa. Analisi del sangue, ecografie, medici, specializzati, controlli, controlli e ancora controlli. Non penso ai soldi e al tempo che spendo vince l’ansia, la paura. La cosa pazzesca che dopo una visita medica inizio a dubitare sulla serietà e sulla professionalità di chi mi ha visitato: “avrà fatto i giusti controlli?”, “ e se ha sbagliato a leggere i dati?”, “sarà esperto?”, mi agito fino ad arrivare al panico.

Mi dicono che sono ipocondriaco e che tutti i miei pensieri e comportamenti sono determinati da tale malattia. Tutto chiaro, ma razionalmente. “e se questa volta fosse diverso?”, “se non fosse ansia, ma i sintomi di una malattia”. Chi mi da la sicurezza al cento per cento che è ansia. Voglio essere sicuro di non morire.

La Terapia Cognitivo Comportamentale risulta efficace e di grande aiuto per le persone che soffrono di ipocondria.

Dopo aver escluso problemi a livello fisico, la terapia procede con le seguenti tecniche:

-Fase psicoeducazionale in cui vengono fornite alla persone corrette informazioni sul suo disturbo ipocondriaco
-Rilassamento e respirazione lenta diaframmatica, attraverso cui la persona impara a gestire l’ansia
-Esposizione interocettiva, la persona con ipocondria impara ad attivare i sintomi dell’ansia con tecniche specifiche per poi rimanere calma e rilassata
-Acquisizione delle tecniche distrattive utili per interrompere il circolo dell’ansia, per stoppare le continue rimuginazioni e per interrompere l'attenzione selettiva sul corpo
-Identificazioni dei pensieri negativi e delle preoccupazioni. Tali pensieri vengono registrati su un nastro per essere riascoltati più volte nel corso della giornata. All’inizio dell’esposizione alla cassetta, la persona proverà ansia che tenderà a scomparire per un processo di abitazione.
-Sostituzione dei pensieri negativi con pensieri positivi e razionali: “mi trema il polpaccio e allora?”
-Eliminazione dei comportamenti rassicuranti, che mantengono il problema stesso. La persona con ipocondria dovrà astenersi dal fare controlli e visite
-Presa di distacco dal problema stesso: la persona impara a riconoscere e in un secondo momento ad ignorare eventuali sintomi, pensieri negativi perché dovuti dal suo disturbo.
-Praticare attività sportiva spesso evitata per la paura di fare sforzi che possono causare danni al fisico
-Alimentazione equilibrata
-Esposizione alle situazioni vissute con disagio o evitate per la paura di star male

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14.10.07

Trattamento del Disturbo Post Traumatico da Stress: la terapia cognitivo comportamentale

23:28:40, Aree di intervento: Disturbo Post Traumatico da Stress  

Trattamento

L’intervento cognitivo-comportamentale porta ad una progressiva riduzione dell’ansia e degli altri sintomi correlati all’evento traumatico, e nello specifico prevede l’applicazione delle seguenti tecniche:


- l’esposizione in immaginazione, questa tecnica è basata sull’esposizione del soggetto al ricordo del trauma attraverso resoconti verbali e immaginativi;

- l’esposizione in vivo, ossia il confronto graduale e controllato con quelle situazioni ansiogene precedentemente evitate dal soggetto;

- la terapia cognitiva, che si concentra sulle credenze e assunzioni del soggetto circa se stesso, gli altri e il mondo, procedendo ad una ristrutturazione cognitiva dei pensieri distorti dopo aver effettuato un assessment specifico e accurato.


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Situazioni evitate o temute da chi soffre di fobia sociale

23:22:44, Aree di intervento: Fobia Sociale  

Le situazioni sociali in cui le persone affette da questa patologia mostrano maggiormente i propri sintomi sono le seguenti, anche se comunque esse possono variare anche notevolmente da soggetto a soggetto:

Parlare in pubblico
Mangiare o bere in pubblico
Andare alle feste
Scrivere o firmare in pubblico
Guardare negli occhi la gente
Iniziare e poi mantenere una conversazione
Essere presentati ad altre persone
Effettuare chiamate telefoniche
Dare o difendere le proprie opinioni
Incontrarsi con persone sconosciute, del sesso opposto o da cui sono attratte
Essere in spazi chiusi dove c'è gente
Parlare in un gruppo piccolo
Parlare con persone di autorità
Fare o accettare complimenti

La fobia sociale può essere definita generalizzata se le paure vengono sperimentate nella quasi totalità delle situazioni sociali, mentre può essere definita specifica se l'ansietà viene sperimentata solo in determinate situazioni sociali, che possono variare da soggetto a soggetto

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Sintomi della fobia sociale

23:16:51, Aree di intervento: Fobia Sociale  

sintomi della fobia sociale, sperimentati dai soggetti nelle varie situazioni sociali, sono per lo più i seguenti:

Ansia, talvolta associata anche ad attacchi di panico
Ansietà intensa di fronte a gruppi di persone
Ansia anticipatoria, che cioè viene provata prima di trovarsi nella situazione temuta
Arrossimenti
Tremori di mani, piedi o voce
Sudorazione eccessiva (specialmente nelle mani)
Palpitazioni e brividi
Timore di arrossire o balbettare
Timore di essere osservati e valutati negativamente dagli altri
Timore di essere visti come deboli, ansiosi, pazzi o stupidi
Timore che le proprie opinioni possano non interessare agli altri
Timore di non essere in grado di comportarsi in modo adeguato nelle situazioni sociali
Tendenza ad evitare le situazioni sociali che metterebbero in imbarazzo (tendenza all'isolamento)
È importante notare che gli individui affetti da fobia sociale riconoscono comunque che le loro paure sono esagerate, eccessive e irrazionali.

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Quando è giusto intervenire per curare le difficoltà di lettura

22:53:24, Aree di intervento: Difficoltà nella lettura - Dislessia  

Sebbene i sintomi di difficoltà di lettura possano insorgere anche all’asilo, il Disturbo della Lettura è di rado diagnosticato prima della fine dell’asilo o dell’inizio delle scuole elementari perché l’insegnamento formale della lettura di solito non inizia prima di questo livello nella maggior parte degli ambienti scolastici.

Specie quando il Disturbo della Lettura è associato con un QI alto, il bambino può funzionare al livello della classe o quasi nelle prime classi e il Disturbo della Lettura può non essere pienamente evidente fino alla quarta elementare o oltre.

Spesso troviamo ragazzi delle scuole medie le cui difficoltà scolastiche non sono state diagnosticate precocemente per cui hanno accumulato anni di fatiche e di insuccessi.

Con la diagnosi e l’intervento precoce, la prognosi è buona in una percentuale significativa di casi. Il Disturbo della Lettura può persistere nell’età adulta.

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Cause della DISLESSIA

22:34:49, Aree di intervento: Difficoltà nella lettura - Dislessia  

Quali sono le cause della dislessia?

La dislessia è dovuto a disabilità cognitive di base che sono frequentemente di origine costituzionale, quindi di origine genetica.

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DISLESSIA: difficoltà nella lettura

22:32:46, Aree di intervento: Difficoltà nella lettura - Dislessia  

Che cos'è la dislessia?

La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento e consiste nella difficoltà da parte del bambino di leggere e scrivere in modo corretto e fluente, nonostante un’istruzione adeguata. La dislessia non è causata da un deficit di intelligenza, né da problemi ambientali o psicologici o da deficit sensoriali o neurologici. Il bambino dislessico può leggere e scrivere, ma riesce a farlo solo impegnando al massimo le sue capacità ed energie, perché non può farlo in maniera automatica, perciò si stanca velocemente, commette errori e rimane indietro. La difficoltà nella lettura spesso si accompagna a problemi nella scrittura, nel calcolo e anche in altre attività mentali. I bambini con dislessia sono intelligenti, di solito vivaci e creativi. E’ ancora diffusa la tendenza a considerare queste difficoltà come caratteristiche tipiche di un bambino svogliato, che potrebbe fare di più, ma non si applica abbastanza nelle attività.

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Richiesta di consulenza per i Disturbi Specifici dell'Apprendimento

22:24:57, Aree di intervento: Disturbi Specifici dell'Apprendimento  

Tendenzialmente i genitori si rivolgono ad uno psicologo, perchè hanno notato personalmente delle difficoltà che il figlio presenta a livello scolastico. In altre situazioni, gli insegnanti evidenziano difficoltà di apprendimento, per cui sensibilizzano i genitori affinchè si rivolgano ad uno psicologo.

Nel primo colloquio CON I GENITORI, lo psicologo raccoglie informazioni sul minore e sul disturbo.

Nel secondo colloquio lo psicologo vede IL BAMBINO/RAGAZZO. All'inizio sarà importante dedicare tempo per creare una buona relazione con il minore. In seguito verrà effettuata una raccolta di informazoni per valutare:

1. LE FUNZIONI COGNITIVE PRIMARIE:

PERCEZIONE
ABILITA’ VISUO SPAZIALI
PRASSIE
MEMORIA
LINGUAGGIO
ATTENZIONE

Tale valutazione viene effettuata tramite la somministrazione di PROVE STANDARDIZZATE ES. WISH

2. I PROCESSI DI APPRENDIMENTO SCOLASTICO:

LETTURA
SCRITTURA
CALCOLO
COMPRENSIONE E PROBLEM SOLVING

Tale valutazione viene effettuata tramite la somministrazione di PROVE STANDARDIZZATE

3. GLI ASPETTI EMOTIVO RELAZIONALI

AUTOSTIMA
MOTIVAZIONE
INDAGINE DELLE RELAZIONI INTERPERSONALI

Tale valutazione viene effettuata tramite COLLOQUIO, OSSERVAZIONE, PROVE STANDARDIZZATE,
GIOCHI

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13.10.07

Stile di comportamento ASSERTIVO

00:09:42, Aree di intervento: Assertività  

CARATTERISTICHE DEL COMPORTAMENTO ASSERTIVO

La persona assertiva si colloca tra il passivo e l’aggressivo. Egli è capace di esprimere le proprie emozioni e sentimenti: “Sono contenta” “Ti voglio bene”, “Non ho voglia”, senza provare disagio.

Fa proposte sulla base dei propri desideri ed interessi e allo stesso tempo, tiene in considerazione le emozioni, i bisogni e le richieste degli altri. E’ capace di rinunciare o rimandare la soddisfazione di un proprio desiderio per il piacere di accontentare l’altra persona o per aver ricevuto una proposta più interessante. Tale scelta non rappresenta un peso o un dovere, ma puro piacere.

Prima di prendere una decisione, tende a confrontarsi con gli altri, ascolta il loro parere, per poi arrivare ad una conclusione.

Durante una discussione, esprime il proprio punto di vista, ma è anche pronto a modificarlo se ritiene che gli altri dicano delle cose sensate. Sa mettersi in discussione, consapevole del fatto che non esiste solo il suo modo di vedere e vivere le situazioni. E’ anche capace di esprime il proprio disaccordo con gli altri, pur mantenendo la loro amicizia ed il loro rispetto.

Fa richieste, ed è in grado di accettare un eventuale rifiuto, senza insistere, arrabbiarsi e pretendere di essere accontentato a tutti i costi.

E’ in grado di rifiutare un invito, una proposta con serenità, senza provare sensi di colpa. Non tende, quindi a giustificarsi, inventare scuse e bugie.

Fa i complimenti e tende a far risaltare le qualità personali, l’impegno ed i risultati ottenuti dai collaboratori, parenti ed amici. In generale, più le persone si sentono gratificate e più sono motivate a lavorare.

Accetta i complimenti, senza provare disagio.

La persona assertiva sa comunicare: parla, racconta di sé ed è anche capace di ascoltare con attenzione.

Nelle situazioni difficili ed emotivamente forti sa controllare i sentimenti e le emozioni, riesce, quindi a parlare e far valere i propri diritti senza perdere le staffe.

Non valuta, non giudica e non critica le persone, ma al più esprime disaccordo sul comportamento emesso, che reputa non corretto. Sa rispettare le persone e non pretende che gli altri dicano o facciano come fa piacere a lui.

Esprime desideri “mi piacerebbe …”, “sarebbe bello …”, senza crearsi aspettative.

Esprime, inoltre, critiche costruttive che aiutino le persone a migliorare ed a produrre di più. Sa gestire le critiche e non permette agli altri di essere aggressivi, non li subisce.

La persona assertiva è sicura, ha un’adeguata stima di se stessa, individua eventuali problemi e cerca di porvi rimedio con soluzioni concrete, si pone obiettivi da raggiungere nella vita.

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Stile di comportamento AGGRESSIVO

00:06:06, Aree di intervento: Assertività  

CARATTERISTICHE DEL COMPORTAMENTO AGGRESSIVO

“Aggressivi! Assolutamente no! Gli altri esagerano. E’ normale che se le cose non ci vanno a genio ci arrabbiamo, alziamo il tono della voce. Caspita se ci arrabbiamo! Non siamo mica delle pecore! Chiariamo subito e sicuramente non ci teniamo tutto dentro. Non ci facciamo prendere in giro da nessuno. Se l’altro si offende o ci rimane male, pazienza”.

Discutiamo frequentemente con gli altri, esprimiamo in modo chiaro e con forza il nostro punto di vista, non abbiamo difficoltà a protestare quando riceviamo prodotti o servizi di scarsa qualità. Non ci preoccupa il fatto di fare una brutta figura.

Usiamo frasi del tipo: “Ma cosa stai dicendo?”, “Non è giusto quello che dici!”, “Come si fa a ragionare così?”. Ci arrabbiamo, non accettiamo il punto di vista dell’altro, anzi imponiamo il nostro che riteniamo sicuramente più corretto e sensato. Non ci interessano le ragioni dell’altro quando riteniamo che stia sbagliando. Imponiamo le nostre idee e ci aspettiamo che lui faccia esattamente quello che gli abbiamo detto di fare.

Esprimiamo giudizi e critichiamo le persone: se non ci piace il nuovo taglio di capelli o il vestito indossato da qualcuno, non ci pensiamo due volte ad esprimere il nostro parere, non curanti di come si possa sentire l’altro. Anzi, se si dovesse offendere, lo accusiamo di essere permaloso. Quando, però, riceviamo delle critiche, non le accettiamo e siamo subito pronti a contro-attaccare.

Tendiamo a sminuire le persone con cui interagiamo. A volte usiamo termini offensivi: “sei uno stupido!”, “come fai a non capire cose così semplici?”, “ci riescono tutti!”, “sei uguale a tuo padre!”.

Invece di sottolineare le capacità, gli sforzi e gli obiettivi raggiunti, ribadiamo quanto sia facile ottenere buoni risultati, impegnandosi.

Insegnare agli altri è per noi una perdita di tempo! Piuttosto facciamo tutto noi oppure ordiniamo senza dare precise indicazioni. Alla fine, ci arrabbiamo tantissimo, perché il lavoro non ci è piaciuto.

Non chiediamo consigli ed opinioni, andiamo avanti per la nostra strada. Facciamo, disfiamo e rifacciamo di nuovo. Prendiamo decisioni senza tenere in considerazione i bisogni, i desideri e le richieste degli altri.

Ci siamo noi!

Ordiniamo, pretendiamo, esprimiamo desideri e bisogni e ci aspettiamo che gli altri li soddisfino immediatamente.

Siamo convinti di non sbagliare mai, per cui non chiediamo scusa. Al contrario tendiamo a colpevolizzare ed accusare gli altri se le cose non vanno per il verso giusto. Quando ci rivolgiamo agli altri usiamo il “Tu”: “tu sei la causa del nostro divorzio”, “sei sempre tu che rovini tutto, anche le cose più belle”, “tu non cambierai mai”.

Abbiamo un’alta stima di noi stessi: siamo convinti di essere i più bravi e consideriamo alcune persone: deboli, poco capaci, senza carattere e li collochiamo in un gradino più in basso del nostro. Con altri entriamo in competizione e ci arrabbiamo se non otteniamo il successo desiderato.

Siamo spesso arrabbiati e nervosi. I nostri rapporti interpersonali possono essere difficili. Se rivestiamo un ruolo di responsabilità sul lavoro, riusciamo a creare un ambiente teso ed ostile. Non ci fidiamo abbastanza, diamo poca responsabilità, siamo pronti a vigilare per scoprire scorrettezze, non trasferiamo abilità, ordiniamo e siamo troppo diretti nel dire le cose. Siamo, inoltre, convinti che sgridare i nostri dipendenti, li porti a produrre di più, in realtà otteniamo l’effetto opposto: assenteismo, continui licenziamenti, malcontento e scarsa produttività. Come tutti i circoli viziosi, meno rendono e più ci arrabbiamo.

Amici, parenti e colleghi, si possono allontanare da noi. Sono stanchi e stufi di subire il nostro modo di fare: rimproveriamo, critichiamo, insistiamo, decidiamo ed ordiniamo.

Ma l’altro come si sente? Sminuito, attaccato, colpevolizzato, confrontato con altri, intimorito, giudicato, impaurito, ... Più siamo passivi e più proviamo ansia e disagio quando interagiamo con una persona aggressiva, perché non riusciamo a gestire i suoi attacchi.

Noi aggressivi, però, in fondo non siamo cattivi. Siamo generosi, affettuosi e desideriamo il meglio per noi e per gli altri, ma a volte non ci rendiamo conto di esagerare.

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Stile di comportamento PASSIVO

00:00:39, Aree di intervento: Assertività  

CARATTERISTICHE DEL COMPORTAMENTO PASSIVO

Un collega ci fa una richiesta, vorremmo rifiutare, ma accettiamo lo stesso. Proviamo disagio nel rifiutare e non sappiamo dire di “no”. Abbiamo paura di offendere o che l’altro ci rimanga male. In alcuni casi, abbiamo paura di deludere, di perdere la stima e la considerazione di amici, colleghi, parenti ed estranei.
Viviamo, così, situazioni che in realtà non vorremmo vivere, per poi arrabbiarci con noi stessi perché non siamo stati in grado di rifiutare.
Possiamo inventare scuse, bugie e tentiamo di giustificarci, accettiamo un invito per poi telefonare e scusarci mille volte per un malore improvviso, che ci impedisce di rispettare l’impegno preso.

Non facciamo richieste, perché viviamo con la paura costante di disturbare gli altri o temiamo di ricevere un “no”.

Facciamo fatica nel gestire le insistenze di un abile venditore, alla fine acquistiamo oggetti che non ci piacciono o che non ci interessano. Altre volte ci sentiamo in dovere di acquistare perché la commessa è stata particolarmente gentile e disponibile. Sarebbe non educato uscire dal negozio senza aver comprato nulla.

Ci fanno un complimento, proviamo disagio e non siamo in grado di rispondere oppure iniziamo a sminuire il complimento ricevuto.

“Che bella maglia” “Si, ma punge un po’”.

Allo stesso modo non facciamo complimenti alle persone, perché non ci osiamo e non sappiamo cosa dire.

Siamo nel bel mezzo di una discussione, vorremmo esprimere il nostro punto di vista, ma stiamo zitti. Abbiamo probabilmente paura di non dire cose sensate e consideriamo gli altri più bravi e più capaci di noi. Se ci sforziamo di parlare, non riusciamo fino in fondo a difendere il nostro punto di vista. Allora non resta che tacere!

Facciamo fatica a fare proposte. A noi va sempre bene tutto!

“Andiamo al cinema?” “Va bene”
“Cosa vuoi fare questa sera? “ “Ma, non so. Per me va qualsiasi cosa”

Probabilmente non vogliamo metterci in gioco più di tanto, non vogliamo assumerci delle responsabilità. Cosa succede se proponiamo ed insistiamo per andare al mare ed inizia a piovere arrivati a destinazione?
Gli amici potrebbero lamentarsi e sottolineare che sarebbe stato meglio andare da un’altra parte? Proviamo a riflettere un attimo: ma se la stessa proposta l’avesse fatta la nostra amica, avremmo brontolato, ci saremmo lamentati, o avremmo espresso giudizi negativi?

“No, può succedere. Pazienza! Non si può sapere in anticipo come andranno le cose”.

Bene! Ma allora, perché non riusciamo a dire le stesse belle frasi anche a noi stessi?

Riceviamo delle critiche, veniamo accusati, ma non riusciamo ad avere la battuta pronta, le parole giuste da dire. Dopo pensiamo e ripensiamo a tutte le frasi che avremmo potuto dire, ma che non abbiamo detto. La rabbia cresce sempre di più. Ancora una volta non siamo stati in grado di ribattere.
A volte può succedere che emettiamo comportamenti aggressivi, per sentirci subito dopo in colpa e dispiaciuti. Chiediamo scusa e ritorniamo ai nostri soliti comportamenti passivi.

Siamo molto propensi al sacrificio, siamo disponibili ad aiutare gli altri, a soddisfare le loro esigenze e richieste. Alla fine gli altri vengono prima di noi. Così, i nostri bisogni e i desideri non espressi, non vengono soddisfatti.
Subire le situazioni e gli altri è per noi una fonte di sofferenza: proviamo frustrazione, rabbia, ci sentiamo impotenti, tendiamo a svalutarci e la nostra insicurezza e la bassa autostima diminuiscono ancora di più.

Certo, gli altri ci considerano delle persone gentili e cordiali, i colleghi che tutti vorrebbero avere, l’amico disponibile su cui contare. La persona che ama il quieto vivere, non litigiosa, educata e molto rispettosa degli altri.

A quale prezzo? Consideriamo, anche gli svantaggi ed i costi che la persona passiva deve pagare.

Spesso ci sentiamo “sfruttati” e non stiamo bene con noi stessi!

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12.10.07

Disturbo specifico dell’Apprendimento Scolastico: DAS

13:04:15, Aree di intervento: Disturbi Specifici dell'Apprendimento  

Casa si intende per disturbo specifico dell’apprendimento?

Caratteristiche tipiche

Il disturbo specifico dell’apprendimento scolastico non è causato da disabilità neurologica o sensoriale. I bambini, infatti, sono intelligenti, il loro Q.I. è nella norma e presentano adeguate capacità cognitive, visive ed uditive. Occorre, quindi, sottoporre il bambino ad una visita medica per escludere problemi oculistici ed uditivi.

Le difficoltà dell’apprendimento scolastico non sono causate dalle normali variazioni del rendimento scolastico che possono essere presenti in qualsiasi bambino.

Il bambino ha ricevuto un’adeguata istruzione scolastica.

IL bambino non presenta disagi emotivi primari che possono causare difficoltà nell’apprendimento. Se il bambino vive esperienze soggetivamente negative: nascita di un fratellino, cambio di residenza, separazione tra i genitori, malattia o morte di un familiare, può provare disagi che distolgono la sua attenzione e concentrazione dallo studio. In questi casi, lo scarso rendimento scolastico non è attribuibile a difficoltà dell’apprendimento scolastico.

Il disagio, la frustrazione, la scarsa fiducia in se stesso, la demotivazione e i problemi della condotta sono una conseguenza delle difficoltà di apprendimento, perché il bambino si rende conto di quanto sia faticoso per lui apprendere, nonostante, l’impegno. Spesso sono bambini rimproverati e puniti dai genitori e dall’insegnante, che sono soliti dire:
"è un bambino intelligente, ma non studia abbastanza"
"pensa solo a giocare"
"se si impegnasse più ..."

I tempi di attenzione sono diversi da quelli dei bambini senza disturbo; i bambini con DAS sono facilmente distraibili: non riescono a concentrarsi su un singolo stimolo, ma sono attratti da tante altre cose contemporaneamente.

Percezione visiva: il bambino con DAS ha difficoltà a percepire correttamente uno stimolo; vede, ma non dà il giusto significato a ciò che osserva.

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11.10.07

Disturbi specifici dell'apprendimento

13:14:01, Aree di intervento: Disturbi Specifici dell'Apprendimento  

PERCHE’ E’ IMPORTANTE FARE UNA DIAGNOSI PRECOCE dei disturbi specifici dell'apprendimento?

Più passa il tempo e più il bambino accumula DIFFICOLTA’ ED INSUCCESSI SCOLASTICI

Il bambino si sente DEMOTIVATO

Si ABBASSA l'AUTOSTIMA

Il bambino prova ANSIA DA PRESTAZIONE

La FAMIGLIA non COMPRENDE le difficoltà del figlio, inizia a preoccuparsi e va in ansia

Il bambino riceve RIMPROVERI E PUNIZIONI: spesso le sue difficoltà vengono vissute come scarso impegno

Anche gli insegnanti possono non comprendere le difficoltà dell'alunno con disturbo specifico dell'apprendimento: "è intelligente ma non si impegna abbastanza"

Il bambino viene DERISO ED ESCLUSO dai compagni

Tutto ciò può determinare ABBANDONO SCOLASTICO

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10.10.07

TCC: percentuali di guarigione

23:26:24, Aree di intervento: Terapia cognitivo comportamentale  

EFFICACIA DELLA TERAPIA COMPORTAMENTALE E COGNITIVA

DISTURBO PERCENTUALE DI GUARIGIONE

ATTACCHI DI PANICO 80%
FOBIA SOCIALE 81%
DIST. D’ANSIA GENERALIZZATO 50%
DIST. OSSESSIVO COMPULSIVO dal 50% all’ 80%
DISTURBI ALIMENTARI 75-80%
DEPRESSIONE 75%
ENURESI ED ENCOPRESI 80%

Tratto da:
http://www.italmed.com/approfondimenti/news
www.nimh.gov
Dalle Grave, G., Alle mie pazienti dico, Verona, Positive Press,1998
http://www.sospsiche.it/pubblicazioni/det/enuresi.htm
http://benessere.com/psicologia/arg00/depr_gin.htm

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Per quali disturbi risulta efficace la Terapia cognitivo comportamentale?

23:15:59, Aree di intervento: Terapia cognitivo comportamentale  

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il National Institute of Mental Health del Governo degli Stati Uniti, il National Insitute for Health and Clinical Excellence della Gran Bretagna, la Public Health Agency of Canada e altri ancora, hanno dimostrato l'efficacia della terapia cognitivo comportamentale e l'hanno dichiarata "trattamento d'elezione" per la maggior parte dei disturbi.

La terapia cognitiva comportamentale permette di ottenere buoni risultati che vengono mantenuti nel tempo.

Nel 2001 in occasione della Giornata Mondiale della Salute dedicata alla salute mentale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha proposto con il patrocinio del Ministero della Sanità, un elenco delle psicoterapie la cui efficacia è documentata dalla ricerca.

Riportiamo di seguito un elenco dei disturbi per cui la terapia cognitivo comportamentale è risultata essere "trattamento ben consolidato"

Disturbo di panico
Agorafobia
Fobia sociale
Fobia specifica
Ansia generalizzata
Disturbo ossessivo-compulsivo
Disturbo post-traumatico da stress
Anoressia
Bulimia
Disturbi somatoformi
Insonnia
Depressione
Disturbo di personalità evitante
Disturbo di personalità borderline
Disturbi di personalità misti
Schizofrenia
Tabagismo
Alcolismo
Disturbi sessuali (Impotenza, Eiaculazione precoce, Vaginismo)
Demenze

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Studi aperti

14:23:16, Aree di intervento: Terapia cognitivo comportamentale  

A novembre tra il 12 e il 17 parteciperò alla Settimana del Benessere Psicologico indetta dall'Ordine degli Psicologi del Piemonte. In questa occasione verrà fornito un primo colloquio di consulenza psicologica gratuito.

benessere

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05.10.07

Ipocondria: sintomi e caratteristiche tipiche

13:24:21, Aree di intervento: Disturbi Somatoformi  

La caratteristica essenziale della ipocondria è la preoccupazione legata alla paura oppure alla convinzione di avere, una grave malattia.

La persona che soffre di ipocondria interpreta in modo errato i sintomi fisici che avverte: il mal di testa non viene vissuto con serenità come un dolore che tutti potremmo avere in seguito a stanchezza o ad un colpo d'aria. Tale sintomo viene vissuto in modo catastrofico come indicatore di una grave malattia.

La persona che soffre di ipocondria tende ad interpretare in modo catastrofico i sintomi che avverte. Egli tende, infatti, a pensare alla cosa peggiore che gli possa capitare.

Perché si possa parlare di ipocondria, ovviamente, è importante che venga esclusa qualunque condizione medica generale che possa spiegare pienamente i suoi segni o sintomi fisici (per quanto possa talora essere presente una condizione medica generale concomitante).

La persona con ipocondria è attenta in modo selettivo al suo corpo per captare eventuali sintomi, indicatori di malattie temute. La sua testa è invasa da continui dubbi e preoccupazioni: "come mai avverto questo tremore alla gamba?". "e se fosse qualcosa di grave?", "e se mi capita qualcosa di terribile da un momento all'altro?", "e se muoio di morte improvvisa?". In conseguenza di tali pensieri negativi, la persona con ipocondria si sente agitato, ansioso e preoccupato.

Vi è la tendenza ad effettuare controlli medici, consultate diversi medici, per un bisogno di rassicurazione, ma tale effetto dura poco. Ritornano i dubbi: "sarà bravo questo medico, forse sarà meglio consultarne un altro", .... Nonostante i medici dicano che non vi sono disturbi, la persona che soffre di ipocondria continua ad essere convinta di avere qualche malattia.

Nella ipocondria la preoccupazione può riguardare le funzioni corporee (per es. il battito cardiaco, la traspirazione o la peristalsi); alterazioni fisiche di lieve entità (per es. una piccola ferita o un occasionale raffreddore); oppure sensazioni fisiche vaghe o ambigue (per es. "cuore affaticato", "vene doloranti").

La persona tende ad effettuare controlli sul proprio corpo: misura la pressione più volte al giorno, conta i battiti del cuore, si tocca a livello del cuore. Chi è convinto di avere un tumore al seno continua a tastare tale parte, con il rischio di creare infiammazioni.

I soggetti con l'ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato, o a causa di osservazioni, sensazioni, o eventi che riguardano il loro corpo.
La preoccupazione riguardante le malattie temute spesso diviene per il soggetto un elemento centrale della immagine di sé, un argomento abituale di conversazione, e un modo di rispondere agli stress della vita.

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Quando è giusto iniziare a curare l'enuresi?

12:53:14, Aree di intervento: Enuresi  

E'importante considerare che nella maggior parte dei casi, l’enuresi si risolve in modo spontaneo.

L’enuresi diventa un problema dopo i cinque - sei anni (per la precisione 5 nella femmina e 6 nel maschio), ma l’età più giusta per iniziare un trattamento è dopo i 7 anni.

Può essere opportuno ricorrere alla terapia anche nei casi in cui l'enuresi pur non presentandosi in maniera frequente, rappresenta per il bambino causa di sofferenza, vergogna e disagio.

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Sesso ed enuresi: esistono bambini più predisposti?

12:35:05, Aree di intervento: Enuresi  


In età pediatrica vi è una prevalenza di bambini che soffrono di enuresi, rispetto alle bambine. Tale differenza scompare in età adulta.

La caratteristica di avere un sonno molto profondo è comune ai bimbi enuretici, a prescindere dal sesso.

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L'enuresi è ereditario?

12:30:29, Aree di intervento: Enuresi  

Circa il 75% di tutti i bambini con Enuresi ha un parente biologico di primo grado che ha sofferto del disturbo.
Il rischio di Enuresi è da 5 a 7 volte maggiore nei figli di un genitore con una storia di Enuresi.
Diversi studi in letteratura evidenziano che la concordanza per il disturbo è maggiore nei gemelli monizigoti che nei dizigoti.
Nell'enuresi secondaria è importante considerare gli aspetti emozionali, affettivi e relazionali, per la genesi e il mantenimento di tale disturbo.

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01.10.07

Cause dell'enuresi

23:54:00, Aree di intervento: Enuresi  

Quali sono le cause dell'enuresi?

Per rispondere a questa domanda occorre distinguere l'enuresi primaria da quella secondaria e sintomatica.

L'enuresi primaria viene attribuita a:
• un ritardo di maturazione della vescica: in particolare viene imputata la ritardata maturazione dello sfintere vescicale, un piccolo muscolo che funziona da valvola della vescica e che impedisce alla pipì di fuoriuscire verso l’esterno. Questo controllo si acquisisce normalmente verso il quarto anno di vita.
• un insufficiente controllo ormonale: nel cervello esiste una ghiandola, l’ipofisi, che produce diversi ormoni. Uno di questi è l’ADH, che fa sì che la notte venga prodotta circa la metà della quantità di urina che viene prodotta di giorno. Alcuni studi mettono in evidenza che alcuni bambini enuretici hanno inizialmente bassi livelli di questo ormone, e che questi tendono a normalizzarsi in ritardo rispetto agli altri bambini.

L'enuresi secondaria può dipendere da particolari situazioni emotive e stressanti (ad esempio la nascita di un fratellino, l’inserimento a scuola, tensioni familiari…).

L'enuresi sintomatica compare come conseguenza di una malattia ad esempio un’infezione urinaria o in casi molto più rari diabete mellito, epilessia ecc.

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Decorso dell'enuresi

23:42:17, Aree di intervento: Enuresi  

Enuresi "primaria"

Si parla di enuresi primaria, quando il soggetto non ha mai raggiunto la continenza urinaria.

Enuresi “secondaria”

Si parla di enuresi secondario quando il soggetto che aveva raggiunto la continenza urinaria, tende ad avere perdita di urina.

L’Enuresi primaria comincia all’età di 5 anni. Il momento in cui più comunemente esordisce l’Enuresi secondaria è tra i 5 e gli 8 anni, ma ciò può avvenire in qualsiasi momento. Dopo i 5 anni di età, la percentuale di remissioni spontanee è tra il 5 e il 10% per anno. La maggior parte dei bambini con questo disturbo raggiungono la continenza entro l’adolescenza, ma nell’1% circa dei casi il disturbo continua nell’età adulta.

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Tipi di enuresi

23:33:12, Aree di intervento: Enuresi  

Sottotipi di enuresi


Solo Notturna

Questo è il sottotipo più comune e viene definito come perdita di urine solo durante il sonno notturno. L’evento enuretico tipicamente si manifesta durante il primo terzo della notte.

Solo Diurna

Questo sottotipo viene definito come perdita di urine durante le ore di veglia. L’Enuresi diurna è più comune nelle femmine che nei maschi ed è rara dopo i 9 anni.

Notturna e Diurna

Il sottotipo viene definito come una combinazione dei due sottotipi precedenti.

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Starbene: mente-corpo

Dott.ssa Maria Narduzzo
Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
Terapeuta EMDR
Docente dell'Istituto Watson
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